Federico Fellini, fumettista

“Il mio cinema non nasce dal cinema. Se ha dei debiti di gratitudine o deve riconoscere delle matrici, le identificherei nelle strisce a fumetti americane”. (Federico Fellini)

Quando si parla di Fellini, così come dei suoi film, è difficile separare tra verità e finzione, tra leggenda e realtà. Ci proviamo in occasione della ricorrenza della sua scomparsa, avvenuta il 31 ottobre 1993, e cioè -ormai- vent’anni fa. Fellini aveva 73 anni, stava per celebrare le nozze d’oro con Giulietta Masina, in marzo aveva ritirato un’Oscar alla carriera e stava lavorando al progetto di un film su Venezia. Si ammalò, venne ricoverato e per tre mesi in Italia non si parlò d’altro. Qualcuno ha detto che fu il suo ultimo film, di cui fece la parte dell’involontario protagonista. In pochi però ricordano che Fellini faticava a lavorare in Italia negli ultimi tempi. La sua poetica era ormai (considerata) anacronistica, la sua ironia non più in sintonia con una società trasformata dalla cultura televisiva degli anni ’80. La fine per Fellini arrivò improvvisa e segnò irrimediabilmente anche la fine di un’epoca.

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Com’è noto, Fellini detestava la parola “fine”. Non solo non la inseriva mai in conclusione dei suoi film ma, racconta Milo Manara, per lui era una parola vietata, una cesura insopportabile tra il mondo del cinema e la realtà. Non scriverla era il tentativo di indurre inconsciamente negli spettatori la sensazione che il film proseguisse anche quando le luci si riaccendevano in sala. Così, quando per un refuso tipografico, in fondo all’ultima tavola della prima parte de Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet, fu pubblicata proprio la parola “fine”, Fellini si rifiutò di proseguire. Smise di scrivere la sceneggiatura e considerò compiuto il suo lavoro. Era ossessionato da quell’idea dal 1966. Si dice che che un mago gli avesse consigliato di non girare il Mastorna perché sarebbe morto subito dopo la diffusione del film nelle sale. Che si voglia credere o no alla leggenda, quello fu il suo ultimo lavoro. Era il 1992.

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L’opera racconta di un viaggio intrapreso da un clown dal mondo della vita al regno della morte. Un testamento artistico in piena regola, una storia profondamente simbolica. E tanto più emblematica se si pensa che l’ultimo lavoro di Federico Fellini (chissà in che modo da lui pre-avvertito come “l’ultimo” durante la sua vita) fu un fumetto, non un film. Già, perché se il maestro concluse la sua carriera come sceneggiatore di fumetti, bisogna anche dire che la iniziò come disegnatore. Dal 1938, anno in cui cominciò a lavorare per la Domenica del Corriere, al 1993, Fellini non smise mai di mettere su carta, prima che su pellicola, le sue visioni. Come diceva lui stesso, l’attività di disegnatore era indispensabile per poter praticare quella di regista: “…disegnare per me è un modo per cominciare a intravedere un film, una specie di filo di Arianna, una linea grafica che mi porta in teatro”. E allora (ecco il motivo del pezzo che state leggendo) forse è il caso di rivedere il giudizio artistico su Fellini. Oltre al celeberrimo regista, esiste anche un Fellini “fumettista” e forse le due cose sono molto più legate di quanto non si pensi.

Schermata 2013-10-29 a 7.48.31 PMFederico esordisce in pubblico come vignettista umoristico alla fine degli anni ’30. A Firenze collabora con “L’avventuroso” e “Il 420”. Arrivato a Roma, inizia a scrivere e disegnare per il “Marc’Aurelio”, il giornale umoristico più importante d’Italia, per cui lavorarono anche Zavattini, Marchesi, Age e Scarpelli e altri ancora. Le sue vignette, spesso schierate politicamente, prendono di mira i comunisti, gli inglesi e gli americani ma non risparmiano neanche il piccolo-borghese e le debolezze della classe media. Fellini si dedica anche al fumetto seriale, sua grande passione fin dall’infanzia. Quando il regime vieta la pubblicazione di fumetti prodotti dall’estero, si dice che il Nostro sceneggi per Giove Toppi diversi episodi di Flash Gordon. Verità o leggenda? Nessuno lo sa con certezza. Intanto arriva la guerra. Federico si diverte per un periodo a disegnare le caricature dei soldati alleati in una bottega chiamata tra amici The Funny Face Shop. Una passione, quella per le facce e le espressioni grottesche, che diventerà poi una delle caratteristiche peculiari del suo cinema.

“Perché disegno i personaggi dei miei film? – ha scritto una volta – Perché prendo appunti grafici delle facce, dei nasi, dei baffi, delle cravatte, delle borsette?… Questo quasi inconsapevole, involontario tracciare ghirigori… fare pupazzetti che mi fissano da ogni angolo del foglio… volti decrepiti di cardinali, e fiammelle di ceri e ancora tette e sederi e infiniti altri pastrocchi… insomma, tutta questa paccottiglia grafica, dilagante, inesausta, che farebbe il godimento di uno psichiatra, forse è una specie di traccia, un filo, alla fine del quale mi trovo con le luci accese, il primo giorno di lavorazione”. 

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Passano gli anni, la guerra finisce e Federico è ormai un regista affermato. Nel 1954 diventa celebre in tutto il mondo con La strada (Oscar per il miglior film straniero, il premio fu istituito apposta per l’occasione). Walt Disney lo invita insieme alla moglie Giulietta a Disneyland e lì, tra una festa e l’altra, gli viene proposto di modificare il finale del film per una riduzione animata. Non se ne fa niente, ma l’episodio è molto interessante alla luce della rivisitazione disneyana che avverrà molti anni dopo sulle pagine di “Topolino”. Ci penserà infatti Giorgio Cavazzano nel 1991 a far recitare il Mickey Mouse delle origini nei panni del Matto, Gambadilegno in quelli di Zampanò e Minni in quelli di Gelsomina, mettendo su carta una piccola perla della produzione a fumetti disneyana. La storia avrà ovviamente il suo happy-end e Fellini, lusingato, esprimerà un desiderio: “vedere anche un Topolino-Mastroianni e una Minni-Anita in una Dolce vita disneyana”. Ci hanno pensato lo sceneggiatore Roberto Gagnor, il regista Marco Ponti e il disegnatore Paolo Mottura a esaudire il desiderio con la storia “Topolino e il ritorno alla dolce vita”, pubblicata nel 2012.

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Dopo La strada, Il bidone e Le notti di Cabiria (che gli vale il secondo Oscar) nel 1960 il regista è reduce dalle riprese de La dolce vita. È in quel momento che arriviamo a una seconda tappa nella carriera del Fellini fumettista. L’analista junghiano Ernest Bernhard, figura di riferimento a Roma anche per altri intellettuali come Giorgio Manganelli e Natalia Ginzburg, gli suggerisce di prendere nota delle sue visioni oniriche. Fellini accetta la proposta, ma invece di riportale scritte, decide di disegnarle. Lo farà fino al 1990, riempiendo centinaia di pagine di “segnacci, appunti affrettati e sgrammaticati, pupazzetti”. Nel disegnare i suoi sogni, Fellini dà libero sfogo alle sue visioni e alle sue idiosincrasie, racconta se stesso e il mondo che lo circonda. Il risultato è il meraviglioso Libro dei sogni, un esplosivo diario denso di suggestioni, paure e desideri che si accavallano, situazioni surreali popolate da personaggi noti e meno noti, amici e donne amate da Fellini (interessante a questo proposito un breve fumetto realizzato da Fellini negli anni ’70, per un progetto commissionato a suo tempo da Rolling Stone USA. Lo trovate qui.

Da vignettista ad autore completo, si potrebbe sintetizzare. Nel frattempo, Fellini non smette di interessarsi al fumetto. Lavora per un periodo al progetto di un film su Mandrake interpretato da Marcello Mastroianni e porta il suo contributo al nascente Festival di Lucca nel 1966 scrivendo, tra le altre cose, a proposito di 8 e mezzo: “Per dare istruzioni precise allo scenografo Gherardi, mi sono semplicemente limitato a mostrargli i disegni di Antonio Rubino e Attilio Mussino. Feci rilevare i dettagli di un cappello, di un tavolo, di un nastro. Decidemmo che lo stile del film doveva ispirarsi all’ingenuità, alla semplicità caricaturale dei personaggi con cui Rubino aveva incantato la nostra infanzia”.

Intanto, Fellini segue l’evoluzione del fumetto contemporaneo con grande attenzione, tanto che per realizzare la locandina de La città delle donne si rivolge niente meno che ad Andrea Pazienza. È il 1980, Fellini convoca l’allora ventiquattrenne disegnatore e gli spiega il progetto per ore e ore. Andrea torna a casa e fa tutt’altro. Ma entrambi sono soddisfatti. Qualcuno vede in quella collaborazione il segno del primo vero sdoganamento del fumetto cosiddetto “underground” italiano.

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Terza tappa. Nel 1982, Milo Manara illustra uno dei sogni di Fellini e tra i due nasce un’amicizia che sfocia poi in una lunga collaborazione. Nel 1986, il Corriere pubblica in diverse puntate la sceneggiatura di “Viaggio a Tulun” (sic), scritta da Fellini e Tullio Pinelli. Le illustrazioni che accompagnano il testo sono ancora di Manara. Vincenzo Mollica dà ai due l’idea di rendere il soggetto un vero e proprio fumetto. Così, tre anni dopo, esce sulle pagine della rivista “Corto Maltese” Viaggio a Tulum, da un soggetto di Federico Fellini, per un film da fare. Proprio come se fosse un film, Fellini vuole che a interpretare il ruolo del protagonista suo alter-ego sia Mastroianni. Dà indicazioni sulle inquadrature, sui tagli di luce, sulle espressioni dei personaggi, riscrivendo da capo il soggetto per adattarlo al segno di Manara.

In quella occasione, scrive: “I fumetti sono un punto di riferimento verso un tipo di vista dove tutto si svolge in maniera fiabesca, ma forse più reale di qualunque altra visione (…) io penso che il fumetto sia nato un po’ prima del cinema. Charlie Chaplin, Buster Keaton, Harry Langdon, Larry Semon, i grandi comici del cinema muto devono molto a Happy Hoolligan, Felix the Cat, Capitan Cocoricò. E Spielberg, Lucas ed io non ci consideriamo forse tutti debitori, non rendiamo spesso e volentieri un festoso omaggio in tanti nostri film a Little Nemo di Winsor MacCay e ai mondi allucinati e siderali di Moebius e dei suoi incandescenti e geniali colleghi di Metal Hurlant? Scusatemi se mi cito continuamente, Amarcord l’ho proprio ricostruito e raccontato riproponendo la sobrietà delle inquadrature dei leggendari disegnatori americani degli anni Trenta. L’omaggio è evidente anche ne La città delle donne, dove appunto il protagonista si chiama Snàporaz e il suo doppio Katzone per un consapevole tributo d’affetto e gratitudine a Panciolini, Cagnara, Arcibaldo e Petronilla“.

Il duo Fellini-Manara collaborerà infine alla realizzazione del sopracitato Viaggio di G. Mastorna detto Fernet, che come dicevamo conclude definitivamente e simbolicamente la carriera del grande Federico.

Potremmo andare avanti a parlare di Fellini fumettista ancora per molto. Potremmo illustrare la sua grandezza creativa e raccontare la sua incontenibile fantasia, ma ci fermiamo qui. Un po’ per problemi di spazio, un po’ perché cominciamo a sentirci pericolosamente nei panni del commentatore di Amarcord.

 

L’intervista di Renato Pallavicini a Federico Fellini uscita su “l’Unità” il 26 luglio 1992.