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Tintin Gravity

Non c’è bisogno di scomodare Proust: la memoria involontaria funziona anche con le figure. Basta assaggiarne un pezzettino e la madelaine-immagine risveglia un mondo sepolto dentro di noi. O nella nostra memoria visiva. Per consumatori di figure come noi fumettòfili, non è mica poca cosa.

Vado a vedere Gravity, il bel film di Alfonso Cuarón con Sandra Bullock e George Clooney. Galleggiano lassù, quei due, lost in space: perché senza peso non si vive, tuttalpiù si sopravvive fino alla morte. Si galleggia, appunto. Per salvarsi e vivere bisogna tornare giù, alla gravità, alla «pesantezza» della Terra, ovvero all’ordinarietà della vita.

Però questi pensieri li faccio dopo, quando esco dal cinema. Mentre il 3D mi spara in faccia i detriti del satellite russo, e Bullock e Clooney fanno capriole nello spazio, nella mia testa lampeggia una luce bianca e rossa. Guardo meglio dentro la memoria e scopro che la luce, in realtà, è lo sfarfallìo di una scacchiera a quadri bianchi e rossi colpita dal sole. Come la fusoliera del razzo di On a marché sur la Lune, su cui Hergé fece sbarcare Tintin & Co., molto prima di Armstrong e i suoi. In quella celebre avventura, Tintin deve ripescare Haddock che rotola alla deriva nello spazio, dopo essersi scolato una bottiglia di whisky (anche Clooney, nel film, ha un debole per l’alcol e sogna una bottiglia, ma di vodka). Accalappia l’ebbro capitano con un lazo, manco fosse un manzo, e lo trascina sul razzo, ancorandosi saldamente alle maniglie della scala esterna.

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Anche i due astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) si riagganciano così.

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Poi però si perdono. Per sempre.

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