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“Il mio principale interesse sono le biografie di artisti”. Intervista a Eddie Campbell

Abbiamo incontrato Eddie Campbell al festival Romics, ospite dell’editore Magic Press in occasione del lancio della nuova edizione di From Hell e del volume From Hell Companion. Prima di ripercorrere con lui la celebrata collaborazione con Alan Moore, e di discutere del suo lavoro, gli abbiamo chiesto di ritornare sul suo Graphic Novel Manifesto, con cui otto anni provò a riflettere – non senza polemiche – sull’evoluzione di un fenomeno tanto influente quanto complesso:

“Credo sia indubbio che siamo in un nuova era dell’evoluzione del fumetto, e dargli un nome è una cosa utile. Molti contestano che si tratti pur sempre di fumetti e certo è vero, ma ci sono delle differenze. Una volta si pubblicava per mensili, io l’ho fatto, e ora invece lavoro a un volume per un anno e verrà pubblicato l’anno dopo ancora. Il mercato del fumetto si è rimpicciolito così tanto che abbiamo dovuto rapportarci a quello librario, dove gli editori non sanno cosa fare con i fumetti.

All’epoca avevo scritto il manifesto, in tono ironico, perché sentivo che, con le nostre disquisizioni, stavamo nutrendo la confusione sui media sulla definizione di fumetto. E come possiamo vendere quest’idea se litighiamo tutto il tempo? I media scrivevano cose stupidissime allora. La mia preferita è questa: “Jimmy Corrigan potrebbe non essere Arte sequenziale, ma è sicuramente un fumetto”. Non aveva alcun senso, ed era colpa nostra se venivano scritte cose del genere.”

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Perché nel manifesto parlava di graphic novel come di un “movimento”?

“Un’altra cosa che combattevo era la discussione sull’origine del graphic novel, dagli antichi greci e cose del genere. Per me è una discussione che genera altra inutile confusione: sta succedendo ora. Il fumetto si è evoluto per fasi, dalle strisce sui quotidiani, agli albi mensili e ora in questo formato. Certo si può parlare di prototipi, come William Hogarth, ma ogni fase ha le proprie caratteristiche. Una volta si pensava a una striscia divertente che aiutasse a vendere il giornale, oggi non ragioniamo così.”

Venendo al From Hell Companion, se ho ben capito è curato interamente da lei?

“Io e Alan abbiamo da sempre le sceneggiature e gli sketch, e abbiamo sempre voluto farne un libro, ma Alan è continuamente impegnato e così alla fine l’ho fatto da me. Ovviamente ho usato sia il suo materiale sia il mio, e ho scritto il saggio che lega tutto insieme. In questo testo racconto le nostre discussioni, le cose su cui non eravamo d’accordo e via dicendo. Il Companion ripresenta di nuovo la storia, ma da diverse prospettive: sarà come rileggere From Hell, però con diversi materiali.

Il libro chiarisce, inoltre, anche la divisione del lavoro tra la scrittura e il disegno, che spesso viene fraintesa. Spesso si crede sia una cosa nettamente divisa e invece, quando accade, spesso non ne escono buoni lavori. Io ho portato al progetto una sensibilità di scrittore: capisco come il racconto è costruito, le idee letterarie, le allusioni e come si compone un romanzo. Molti artisti non capiscono queste cose, vogliono solo disegnare, anche se alcune cose andrebbero nascoste. D’altra parte anche Alan ha una sensibilità d’artista: vede questo? [mostra lo sketch di una tavola dal From Hell Companion] È di Alan. Ne ha fatto uno per ogni pagina, ma non me li ha mai mostrati: li ho visti solo di recente. Li faceva per scrivere la sceneggiatura, come fossero una guida. E a volte capita che il suo sketch e la mia tavola siano praticamente identici, perché le sue descrizioni sono così dettagliate che mi trasmettono la stessa idea.”

Lei ha realizzato con Moore anche altri lavori, Sacco Amniotico e Serpenti e scale [in Italia raccolti in Un disturbo del linguaggio]. Immagino sia stata una collaborazione molto diversa.

“È stata una mia idea, perché allora esisteva solo la performance, non c’era una versione testuale. Era stata registrata, ma non era ancora stata pubblicata, c’erano a malapena delle registrazioni audio, quasi introvabili. Mi sono detto: “Perché non pubblicare il testo, in una versione illustrata?” E ho deciso che valeva la pena di avere un libro del genere e dunque anche di farlo, perché il testo è davvero bello. Alan non aveva nemmeno tenuto quei testi: li ho dovuti trascrivere io stesso dai CD.”

Tornando indietro fino ad Alec, lì si ritrovano continuamente riflessioni sul ruolo dell’artista, che pare uno dei temi che l’affascinano di più.

Il mio principale interesse sono le biografie degli artisti. Le mie librerie a casa ne sono piene, su tutti i grandi artisti, da Botticelli a Picasso e Bosch, ma anche su personaggi più oscuri. Mi interessa l’idea dell’arte e il significato che ha nel mondo, qual è il suo utilizzo e quale la posizione dell’artista. Credo che il mio libro migliore sia The Face of the Artist, e mi sembra non sia ancora stato pubblicato in Italia. E’ un libro autobiografico in cui però non appaio, perché…sono morto. E’ molto post-moderno! La mia parte è interpretata da un attore che discute spesso con il regista, per capire se l’interpretazione è corretta.”

Anche in Bacchus si parla di arte.

“In origine era il mio tentativo di fare un fumetto americano, ma poi diventa un gioco di narrativa improvvisata con queste grandi figure. O meglio personaggi che un tempo erano grandiosi, ma ora sono ridimensionati. Non sono più “The Men They Used To Be”, gli uomini che erano una volta. C’è un’idea filosofica al lavoro: che anche la grandezza sia destinata alla banalità, all’insignificanza. La traiettoria di ogni cosa dell’universo è quella della mela di Newton: verso il basso.”

Crede di essere stato tra le influenze di Neil Gaiman per Sandman?

“È possibile, abbiamo carriere parallele, che si sono spesso incrociate. Abbiamo fatto un progetto dal vivo due anni fa, alla Sydney Opera House. Lui leggeva una sua storia, accompagnato da un quartetto d’archi, e io ho prodotto 35 dipinti che sono stati proiettati dietro lui su un schermo cinematografico. Sarà pubblicato l’anno prossimo, forse alla fine del 2014, con il titolo: The Truth Is a Cave in the Black Mountain.”

Qual è il suo rapporto con il colore? Black Diamond è stato il suo primo lavoro dipinto?

“A parte per una storia di Batman, il mio primo lavoro personale a colori è stato The Face of the Artist e poi è venuto Black Diamond – Detective Agencies. Tutti i miei lavori a colori sono dipinti, a parte per due episodi di Capitan America, dove però non ho fatto io i colori. Quando avevo quindici anni volevo diventare un pittore – ho sempre voluto esserlo – ma devi essere piuttosto folle per credere di esserlo. Black Diamond non ha disegni che sono stati colorati, ma è interamente dipinto. Il disegno è creato dal colore, non è solo un’aggiunta.”

Un altro punto in comune, oltre all’arte, tra Bacchus e Alec sono gli alcolici. Qual è il suo rapporto con l’alcol e quale il suo valore a fini narrativi?

“Sto diventando più moderato, ma una cena senza un bicchiere di vino continua a sembrarmi una cosa molto, molto triste. Oggigiorno comunque, più che vino o birra, bevo Gin Tonic. Si dovrebbe bere per gioire della vita. Ubriacarsi è una cosa terribile, quando esco la sera ho come obiettivo di non ubriacarmi e non capisco chi invece si propone di farlo, mi sembra stupido. Poi a volte capita che le conversazioni siano così piacevoli che si finisce per bere un bicchiere di troppo e diventa difficile fermarsi…

Credo che gli alcolici siano importanti nella storia dell’umanità, nella cultura, e abbiano anche un elemento di mistero. “Il potere dell’alcool sull’uomo risiede nella sua abilità di stimolare le facoltà mistiche della natura umana, normalmente soppresse dalla cruda realtà e dalle fredde critiche della sobrietà”. È una citazione di William James. L’alcol, insomma, libera gli uomini dalle preoccupazioni quotidiane, introduce disordine in quelle che sono situazioni ordinarie e questo spesso crea racconti interessanti, aumenta il livello drammatico. Normalmente possiamo contenere la nostra rabbia, ma l’alcol riduce queste restrizioni, scoperchia i drammi che abbiamo nel nostro cuore e ci fa dire cose che normalmente terremmo per noi.”

Un’ultima domanda: a cosa sta lavorando?

“Sto scrivendo una storia del fumetto. O meglio, su un piccolo aspetto della storia del fumetto. Ho sempre voluto fare qualcosa del genere, a metà tra storia e biografia. Sto dando una tregua ai miei occhi, perché non sto disegnando, anche se ho fatto lavori di restauro di molte vignette che erano finite in pessime condizioni. Si potrebbe dire che sto usando le mie abilità in modo diverso, ma per ora non posso dire di più. Comunque, credo che non interesserà a nessuno … a parte me!”

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