Nello studio di Carlo Ambrosini

Oggi la nostra rubrica #tavolidadisegno ci porta nello studio milanese di Carlo Ambrosini. E oltre alle consuete domande, vi offriamo un ampio reportage fotografico.

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Tra i tuoi recenti progetti c’è il primo Dylan Dog del (parziale) restyling della serie, “Una nuova vita”. Da collaboratore ormai trentennale di casa Bonelli, qual è il tuo punto di vista sul nuovo corso di Dylan, e a quali progetti stai lavorando attualmente?

“Come ripetutamente detto dal nuovo curatore di Dylan Dog i cambiamenti più sostanziali del nuovo corso si vedranno fra una decina di mesi. Comunque apprezzo l’aspetto promozionale e i segni di discontinuità (già evidenti) operati da Roberto Recchioni nella gestione del personaggio. Quel che si tratta di capire è se si riuscirà a riproporre  l’allure (smarrito ahimè da tempo) impresso da Tiziano Sclavi al suo personaggio, sostenendo i diversi livelli di lettura che hanno reso Dylan colto e popolare allo stesso tempo. Per quanto riguarda me, direi che nelle due storie che ho disegnato e scritto per il personaggio, Effetti collaterali e quest’ultima Una Nuova vita, ho comunque lavorato con una certa libertà, sviluppando i temi a me cari. Al momento ho terminato di scrivere e disegnare una storia breve di Dylan e un soggetto di fantascienza per la collana Le Storie. Sempre per questa collana è in uscita un albo scritto e disegnato da me che si intitola Cuore di Lupo. Al momento, sto disegnando su testi proprio di Recchioni.”

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Quali sono gli strumenti – e le tecniche – che prediligi per disegnare?

“Strumenti molto classici: china, pennello e, ultimamente, penna Bic. Non disegno al computer che uso invece (un po’ mio malgrado) per colorare. Non cerco rivoluzioni stilistiche per la mia produzione Bonelliana. Sorveglio il rigore delle strutture e il servizio della narrazione. Ho visto delle tavole originali a china di Winsor McCay, tavole dei primi del novecento di Little Nemo: per quanto riguarda un certo tipo di disegno, cosiddetto “naturalistico”, c’è già tutto lì. La conoscenza del disegno e della pittura attiene alle sue vecchie regole accademiche. Naturalmente possiamo tranquillamente trascurarle se non servono alle nostre istanze espressive, e se non dobbiamo tener conto dei vincoli imposti dalla committenza.”

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C’è qualche abitudine che ami seguire prima di metterti a disegnare? 

“Niente di particolare, se si esclude che non riesco a lavorare se non ho fatto colazione a base di caffèlatte e se non ho letto il giornale.”

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Uno dei tuoi personaggi è Jan Dix, un critico d’arte. Qual è secondo te il rapporto tra arte e fumetto? E quali sono gli autori che per te hanno rappresentato il fumetto a livello artistico?

“Solo per tentare di definire cosa si intenda per “fumetto” o per “arte”, ci vorrebbe un seminario. Ma cercherò di essere sintetico: secondo me l’arte la fanno gli artisti. In virtù della proprietà transitiva, se un artista fa fumetti probabilmente la sua sarà un’opera d’arte (c’è chi ritiene di ravvisare dell’arte anche nella cura dell’orto o nell’allevamento dei cavalli; e in effetti, l’arte sta dove pare a lei). Il fumetto – come la pittura la scultura, la letteratura il cinema, il teatro la musica o la danza – è un linguaggio. In tutte queste discipline l’ARTE si può ravvisare o meno: dipende da chi le pratica e come lo fa. Ci sono fumetti comparabili alle grandi opere d’arte? Forse no, per il momento; ma diamogli tempo. Il fumetto, come il cinema, ha poco più di cent’anni; la pittura e le altre discipline ne hanno qualche migliaio. Non vorrei fare una lista di grandi autori di fumetti che amo smodatamente, e allora ne citerò solo uno utile al mio ragionamento: Charles Schulz. La sua opera è un compendio di grande letteratura, grande pedagogia, sottilissima poesia e raffinato disegno.”

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Nel tuo studio abbiamo notato diversi oggetti che ci hanno incuriosito: un piccolo indiano, una chitarra, un cappello da cowboy…soprattutto una pistola giocattolo, ci sembra di averla riconosciuta! Cosa ci fanno, intorno al tuo tavolo?

“Non sono niente di speciale: si accatastano dei materiali utili per il disegno. Il cappello, assieme a degli stivali da cowboy, li ho portati da un viaggio negli States durante il quale sono stato a lavorare  in un ranch, a Bridger, in  Montana. L’indianino, invece, è il regalo di un bambino molto simpatico. La Beretta era il modello che mi serviva per Napoleone: è la sua pistola. La chitarra, invece… la suono.”

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Foto di Daniela Mazza.