“Mi interessa soprattutto la decadenza”. Intervista a Vanna Vinci

“Il richiamo di Alma” è il titolo di una storia a fumetti realizzata da Vanna Vinci, ispirata all’omonimo romanzo dello scrittore triestino Stelio Mattioni e pubblicata la scorsa estate in diverse puntate sulle pagine del quotidiano “Il Piccolo” di Trieste. Un racconto affascinante e misterioso, colmo di suggestioni poetiche, di cui abbiamo vi presentiamo alcune tavole, introdotte da una conversazione con l’autrice.

 

Qual è l’ispirazione delle tue storie? In passato, parlando della Casati, affermasti che più del genere ti interessava il personaggio…

Mi interessano soprattutto i personaggi femminili, che non siano esattamente “a posto”, che stiano attraversando un grosso cambiamento, dall’adolescenza all’età adulta, o che affrontino qualcosa di epocale che accade attorno a loro, devono essere costantemente in una condizione di dubbio. Nel caso della Casati, ho cominciato a cercare materiale su di lei dal momento in cui l’ho vista in una mostra di Boldini, splendida, a Padova nel 2005. La mostra iniziava con una fotografia di Boldini accanto a due personaggi astrusi: uno dei due era lei. L’ultimo quadro della mostra poi era il celebre ritratto con le piume di struzzo. So che altre persone che hanno visitato la mostra, sono rimaste ugualmente colpite da queste due immagini e dal personaggio della Casati.

Quello che mi interessava di lei è l’idea della grande “decaduta”. Un tema che ho raccontato anche in Gatti neri, cani bianchi. Mi interessano i personaggi femminili (come appunto Zelda Fitzgerald o la principessa di Lamballe), ma anche maschili, che hanno attraversato una parabola straordinaria fino al crollo. Il crack-up, per dirla alla Fitzgerarld. E in questo crollo, in questa situazione sospesa, tra potere e devastazione, la Casati ha mantenuto una forma di titanismo estremo. Sicuramente, per certi aspetti anche grottesco. Sì, mi interessa soprattutto la decadenza.

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Passando a un tuo altro celebre personaggio, quanto è autobiografica La Bambina Filosofica?

Molto. Innanzitutto, l’umorismo è ispirato a mia madre. Anche l’idea di essere “outsider”, poco allineata con la società è un’attitudine molto familiare. Molti episodi sono la storpiatura di eventi che ho effettivamente vissuto: l’esorcismo deriva da un’appendicite, la peste bubbonica deriva da una varicella che ho contratto alcuni anni fa… tutto amplificato e deformato dall’intolleranza di un personaggio scomodissimo. E’ una bambina d’aspetto ma sotto è come il vecchiaccio dei Muppet. E’ una grande artista del brontolio.

Io sono stata una grande lettrice di bambini terribili. Ad esempio, I cento volti a fumetti di Pierino la Peste, o Le St.Trinian’s di Ronald Searle hanno influenzato tutta la mia infanzia. In generale, se non avessi avuto tra le mani i libri di Searle probabilmente non avrei iniziato a disegnare. Ma anche La tremenda Lulù di Yves Saint-Laurent. Personaggi che da piccola mi avevano terrorizzato, perché sono comunque bambine assassine, diaboliche. Ma, una volta elaborato che si trattava di un’esagerazione divertente, quei personaggi hanno rappresentato il fulcro di tutto quello che ho incamerato da bambina. A suo modo, anche Pippi Calzelunghe è stato fondamentale. Mi ricordo anche un libro che mi aveva fatto leggere mia madre: “Il libro dei bambini terribili per adulti masochisti”, un libro ovviamente non per bambini.

Che rapporto hai con Schulz, senti di essere stata influenzata dai Peanuts?

Schulz è stato molto importante. Già da bambine, io e le mie amiche, sapevamo a memoria l’Oscar Mondadori Il bambino ad una dimensione. Anche Mafalda, è stato un riferimento.

Scherzando, potremmo dire che La bambina filosofica è la versione nichilista di Mafalda

Certo nella Bambina, rispetto a Mafalda, c’è mescolata tutta questa cultura occidentale nichilista e, potremmo dire “deviata”, da Cioran a Thomas Bernhard a Lichtenberg. Io l’ho presa, la cultura, e l’ho applicata in maniera arbitraria e selvaggia alla Bambina filosofica.

Ci sono altri autori che consideri, nel mondo dei fumetti, dei punti di riferimento?

In primo luogo, sono stata una vera e propria “addicted” di Hugo Pratt. Mi piacciono sicuramente Magnus, Crepax e Micheluzzi, ma forse più di tutti, per quanto riguarda il disegno, Dino Battaglia. Sono fondamentali per me anche Grazia Nidasio e Gianni de Luca.

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Puoi parlarci della tua trasposizione fumettistica del romanzo Il richiamo di Alma di Stelio Mattioni, pubblicata a puntate su Il Piccolo di Trieste?

Il libro è bellissimo. Molto forte è la componente triestina. La figura della protagonista secondo me è l’immagine sia della città in se stessa che delle donne triestine, della loro sensualità in alcuni momenti accogliente, in altri sfuggente. Per comprendere l’identità triestina è stato importante il libro Trieste. Un’identità di frontiera di Claudio Magris e Angelo Ara. Senza di quello non avrei potuto scrivere Aida al confine.

Come è nata l’idea della pubblicazione?

L’idea di trasporre il romanzo di Mattioni in un libro a fumetti, risale a più di dieci anni fa, quando ancora stavo lavorando ad Aida al confine. Tutto è iniziato con un chiacchierata con Alessandro Mezzana Lona, che segue le pagine di cultura de Il Piccolo di Trieste. Infatti è stato proprio Alessandro a parlarmi de Il richiamo di Alma, ed è stato sempre lui a mettermi in contatto con gli eredi, che sono stati molto disponibili. Soprattutto la figlia Chiara mi è stata di grande aiuto per lo sviluppo della storia. Lei, infatti, aveva già realizzato un grande studio per ricostruire i luoghi esatti del romanzo, che in alcuni casi sono ben specificati, in altri rimangono più vaghi. Chiara è stata un punto di riferimento assolutamente fondamentale, considerata appunto la grande precisione dell’autore nella descrizione dei luoghi. Tanto i sentimenti sono resi inafferrabili e evanescenti, quanto le descrizioni dei luoghi sono dettagliatissime. Ci tenevo, dunque, che iquesti fossero il più possibili resi fedelmente, anche perché i lettori a cui mi rivolgevo erano, in primo luogo, triestini.

Insieme a Chiara ho girato per Trieste, riprendendo il percorso dei protagonisti, partendo dalla Scala dei Giganti dove inizia la vicenda. Una volta approvato il progetto, la pubblicazione è iniziata a fine giugno ed è durata fino a tutto settembre di quest’anno. Due pagine alla settimana, in formato tabloid, il sabato e la domenica, per un totale di 28 pagine. Il romanzo è costruito su dei tempi molto dilatati, è pervaso da un profondo languore, il tempo pare quasi non scorrere, le situazioni sono calate in una sorta di “immobilità”. Chiaramente, in 28 pagine, questa sfilacciatura temporale è un po’ venuta meno, la narrazione è più compressa rispetto al romanzo. Nonostante ciò, credo comunque di essere riuscita in qualche modo a rispettare la strana dimensione temporale dell’opera.

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Quali accorgimenti tecnici hai adoperato per rendere questa particolare atmosfera? Mi verrebbe da sottolineare l’uso del colore…

Ho usato innanzitutto un tratto non duro, un tratto a matita, come per la Casati. E gli acquerelli hanno colori meno cupi, inquietanti e decadenti, sono più tonali. E sono meno sontuosi, sono più semplici e più macchiati.

Del resto la Casati era una personalità molto delineata e carismatica, qui invece la protagonista è una figura eterea e sfuggente. Fin dal nome (“Alma” ha il significato sia di “anima” che di “colei che nutre”) il personaggio si presenta come una manifestazione dell’Eterno Femminino: è amica, madre, amante, bambina, appare perfino come una Madonna…

Certo, la figura della donna appare in tutta la sua complessità, soprattutto nel finale. Un finale bellissimo: “Se ti ami, amami”. Come quello de l'”Ulisse” di Joyce, dove Molly Bloom dice: “si, lo voglio si”, per me un’espressione fortissima.

Vedo alma come un “lare” femminile, una presenza e un’essenza arcaica, senz’altro un simbolo profondo della femminilità. E, dicendo questo, non voglio assolutamente fare riferimento a un’immagine convenzionale della donna, anche perché nulla nel personaggio di Mattioni è convenzionale. Ne Il richiamo di Alma la protagonista risulta straniante, magica e ineffabile. E questo carattere credo sia molto legato a Trieste, insito in quella città stratificata e quasi indecifrabile, che amo molto. Nel libro è molto presente anche l’elemento onirico, legato sicuramente a suggestioni psicanalitiche. Non solo i sogni notturni, ma veri e propri sogni ad occhi aperti. Ho tentato, quindi, di riportare questa dimensione di assurdità tipica del sogno, mantenendo allo stesso tempo un tratto molto simile a quello delle scene “reali”, in modo che non ci fosse una separazione netta tra la parte onirica e la realtà. Ho cercato in ogni modo di non tradire lo spirito del romanzo. Ho deciso di utilizzare delle didascalie, ma a differenza del libro sulla Casati non sono didascalie di commento o che esprimono il pensiero dei protagonisti. In questo caso hanno una duplice funzione, da un lato sopperiscono alla compressione del racconto nelle 28 tavole, dilatando i tempi col testo, dall’altra mantengono la bellissima narrazione originale del libro.

Pensi che quest’opera vedrà mai la luce come libro a se stante?

Spero di si. Voglio cominciare a lavorarci, perché ovviamente la sequenza delle vignette, per come sono ora, va smembrata e rimontata. Inoltre, pensando a un libro penso di dover allungare e dilatare delle sequenze, per rendere appunto il senso di dilatazione temporale del racconto. L’esperienza di pubblicare su un quotidiano è stata molto bella, la stampa è risultata molto buona, e la patina della carta da giornale ha un fascino pazzasco. Ma, sì, mi piacerebbe farne un libro.

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