Morale e meifumado. I fiori del massacro di Recchioni e Accardi

In uscita a giorni (il 12/12), I fiori del massacro è il sequel del graphic novel La redenzione del samurai di Recchioni/Accardi, ad oggi uno dei volumi più originali della giovane collana “Le Storie” di Sergio Bonelli Editore. Il nostro Matteo Tonon lo ha letto in anteprima.

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La progressiva invasione di manga avvenuta in questi anni nelle edicole e nelle fumetterie italiane ha permesso ai lettori più attenti di intuire alcuni aspetti della società giapponese, poi confermati come veritieri dalla lettura delle pagine estere di quotidiani e magazine. Per esempio, la sottile coltre di violenza che si stende sulla vita quotidiana degli studenti (e infatti, ripetutamente, leggiamo di come il bullismo raggiunga ogni anno in Giappone nuovi record statistici). Oppure l’esasperata attenzione per la forma, anche nel senso di una formalità protocollare forse assurda ai nostri occhi – vedi il caso del deputato che crea scandalo consegnando una petizione direttamente nelle mani dell’Imperatore. L’Imperatore stesso, poi, è oggetto di un curioso trattamento. Nei manga di ambientazione storica figura come ultima istanza del potere, nominato con sacrale rispetto. Mentre nei manga ambientati nel presente quasi scompare ogni riferimento a lui, facendone il grande assente della pop culture giapponese.

Ma il novello nipponista sa anche che l’assenza è presenza, e che ciò che non viene mostrato ha la stessa importanza di quel che si fa vedere. La forma e il contenuto per un giapponese sono (quasi) la stessa cosa, comunque molto più che per noi occidentali, che tendiamo sempre a sottolineare la differenza tra significante e significato. Non si può non pensare a questo, leggendo I fiori del massacro, secondo episodio della trilogia chambara realizzata dalla coppia Recchioni-Accardi per la testata bonelliana “Le Storie”.

Tra i testi dell’uno e i disegni dell’altro non c’è soluzione di continuità, in una compenetrazione di parole e immagini che riesce a riprodurre in maniera credibile l’atmosfera e la scansione narrativa di un manga. Anche se la gabbia bonelliana viene sostanzialmente rispettata, la poliritmia de I fiori del massacro, con le sue improvvise accelerazioni e i suoi bruschi rallentamenti, si differenzia alquanto dalla media della casa editrice, che tende più a un quattro quarti continuo, per restare nella similitudine musicale. Questi cambiamenti di velocità sono qui evidenti, come già nel precedente La redenzione del samurai, grazie al semplice utilizzo di due diverse modalità di scansione delle vignette. Le scene d’azione, anche quelle molto lunghe e volutamente insistite, sono composte da pagine divise in 4-6 vignette spesso mute che sprizzano dinamismo anche quando sono primi piani, e culminano in una splash page (completa o parziale) che fissa momentaneamente l’azione mettendo il punto esclamativo sulla sequenza.

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Quando invece il lettore è invitato a rallentare e a soffermarsi sulla pagina un po’ di più del necessario, per contemplare i luoghi e le figure della storia nella loro forma pura e incontaminata, la tavola è composta da 2-3 grandi vignette mute in cui non succede niente che non sia la semplice esposizione della bellezza formale, esile e delicata come gli haiku di cui è appassionata la protagonista della storia.

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Certo, il tempo di lettura non è oggetto di coercizione, e anche queste pagine più riflessive possono essere lette a velocità supersonica come tutte le altre, ma sarebbe un errore non accogliere l’invito a sostare su simili esibizioni di perizia grafica. Infatti, Andrea Accardi sembra esaltato dalla sceneggiatura scritta appositamente per lui da Roberto Recchioni (che essendo a sua volta disegnatore forse conosce meglio di tanti sceneggiatori “puri” quegli aspetti puramente visivi della narrazione che fanno tirare fuori il massimo dai collaboratori). Il risultato è che Accardi rende ancora una volta evidente come ormai sia diventato uno dei disegnatori realistici più raffinati in circolazione, unico nell’unire forza ed eleganza, forma e contenuto, capace di contemperare la potenza del suo segno con la pulizia, di essere dettagliato senza cadere nella leziosità che ancora in parte palesava ai tempi del pur interessante Matteo e Enrico (scritto da Massimiliano de Giovanni). Per non parlare di come fa recitare i personaggi, di quanto sia bravo nel rendere i giochi di sguardi, le minime pieghe del viso.

Quanto alla storia in sé, ripropone due temi classici della cultura giapponese, l’onore fondamento della vita (e della morte), e la vendetta, esattamente come avveniva nel primo episodio della trilogia. La differenza sta nel sesso del protagonista e, soprattutto, nel cambiamento di segno imposto ai due temi della narrazione.

Ne La redenzione del samurai il protagonista, incaricato di reprimere il mancato pagamento dei tributi in un villaggio, si dava alla macchia per non versare il sangue innocente dei contadini, una volta scoperto che essi erano impossibilitati a pagare le tasse perché continuamente depredati da una banda di briganti in combutta con il potente braccio destro del Daimyo, il signore del luogo. Così facendo, però, il samurai perdeva l’onore di fronte al nobile suo signore, e con esso la possibilità di spiegargli la ragione del proprio gesto e di essere creduto. Per farsi ascoltare, ripristinare l’onore perduto e punire i colpevoli non restava che tornare spontaneamente davanti al Daimyo per commettere seppuku. Cosa che avveniva con l’aiuto del suo discepolo, il quale poteva poi così spiegare al nobile tutti i loschi retroscena e ottenere il permesso di vendicare il maestro, facendo a pezzi la vera anima nera di tutta la vicenda.

Quindi, un onore volontariamente perduto dal protagonista per fini morali superiori e una vendetta moralmente doverosa che restaura la giustizia perduta, ed esercitata restando nei canoni fortemente formalizzati della gerarchia del potere: prima il suicidio rituale per il ripristino dell’onore smarrito, poi la spiegazione, infine il nulla-osta per il ripristino della legalità e la condanna a morte del traffichino di corte, immediatamente eseguita passandolo a fil di spada.

[Attenzione: spoiler]

Nulla di tutto ciò ne I fiori del massacro. Protagonista è una giovane donna, Jun Nagaiama, figlia del consigliere del Daimyo e promessa sposa di quest’ultimo. La situazione per lei si complica quando il padre commette seppuku per protestare contro la corruzione della corte e del Daimyo stesso, tra le risate di scherno del nobile e dei suoi accoliti. Rimasta orfana, e considerando inaccettabile una simile mancanza di onore (ovvero di rispetto per le forme, almeno davanti alla morte), la ragazza sta per gettarsi da un ponte. Ma prima che compia l’irreparabile arriva a rincuorarla Ichi, il vecchio massaggiatore cieco già apparso nel primo episodio, nel quale fungeva un po’ da deus ex machina (e si tratta proprio del formidabile e astutissimo difensore dei deboli Zatoichi, di letteraria e cinematografica memoria; Zatoichi infatti significa letteralmente “il massaggiatore cieco Ichi”). Jun scopre che era stato il padre a chiamare là Ichi, il quale però è giunto appena troppo tardi. Lei declina la possibilità di rifugiarsi al sicuro prospettatagli dal vecchio cieco, preferendo invece la vendetta: chi ha osato offendere il seppuku del padre con la sua sguaiataggine indecorosa pagherà. E dunque Jun si incammina sulla via dell’inferno, il Meifumado.

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Contrariamente al primo episodio, l’onore perduto stavolta è quello dell’antagonista, che proprio in quanto disonorato merita la morte, nonostante il suo rango di Daimyo. La vendetta quindi non seguirà alcun protocollo, ma sarà quella di un cane sciolto. Segue il classico addestramento – impartito da Lady Mochizuki, ricalcata sull’omonimo personaggio storico – nell’omicidio e nelle tecniche ninja, in una lunga e magistrale sequenza che scolpisce il passare del tempo con i progressi della protagonista nell’arte dell’assassinio. Infine la vendetta vera e propria, lunghissima ed estenuante. Ichi, alquanto deluso, domanda a Jun se era proprio necessario comportarsi così, e se lo chiede anche il lettore, forse non altrettanto deluso, certo sorpreso. Stavolta infatti la vendetta non è più il modo per ripristinare la giustizia, agendo con precisione chirurgica sulla parte malata della società, ma diventa un massacro che coinvolge anche chi in realtà non c’entra direttamente, un vero bagno di sangue.

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Ma se quel che interessa a Recchioni è fornire un punto di vista morale sulla storia: è giusto che alla fine il lettore provi un po’ di repulsione per la protagonista, come avviene a Ichi. Perché le azioni di Jun si fanno sempre più eccessive e sbagliate man mano che procede la sua furia vendicatrice. E questa è la conseguenza di un addestramento che non tiene conto della formazione morale del combattente.

Rispetto al samurai del primo episodio, Jun infatti perverte il significato della vendetta perché non sa cosa sia il bushido, ovvero la via del guerriero, il codice morale (fondato su onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore) che deve essere perseguito fino alla morte, pena il disonore. Sa come uccidere, ma forse non si è interrogata abbastanza sul perché, e quindi non sa nemmeno perché non farlo. Lo fa e basta. E alla fine non sa più fermarsi, uccide per il puro gusto di uccidere, forse ha scoperto che in fondo le piace. E la sua beffarda giustificazione suona all’incirca così: cosa vuoi pretendere da una che si incammina sul Meifumado?

Le due (belle) sequenze che chiudono l’albo non svelano se l’ormai perfida Jun ricomparirà, ma in qualche modo sembrano preparare il terreno per un suo riutilizzo, cosa che non può che fare piacere. Recchioni lo saprà di certo: quando hai un buon cattivo metà storia è già scritta. In fondo, ne era convinto anche Walt Disney.

Leggi l’anteprima.

Le Storie Bonelli 15 – I fiori del massacro
di Roberto Recchioni e Andrea Accardi
Sergio Bonelli Editore, 2013
114 pagine, € 3,50