Jason: un’ipotesi sull’uso dei generi nel fumetto di oggi

«I like using clichés».

Potremmo cominciare dalla macchina del tempo (per uccidere Hitler), dagli zombie slapstick o dagli amori del dottor Frankenstein e delle sue creature, dai cowboy scacchisti o dai lupi mannari di Montpellier, dalla tragica rapina pianificata da Hemingway, Fitzgerald, Joyce e Pound nella Parigi degli anni 20 o da Athos, moschettiere del Re in missione su Marte. L’impressione è che per introdursi al lavoro di Jason – John Arne Sæterøy, nato in una piccola città della Norvegia nel 1965 e da diversi anni residente in Francia – non esista un punto di partenza privilegiato, proviamo con la donna che torna a casa stanca.

Jason

La donna – perché è una donna: la coerenza di segno, composizione e ambiente fa in modo che ci voglia un istante per assumere e dimenticare che si tratta di un indefinibile animale antropomorfo – rientra a casa dopo il lavoro. È stanca, scoppia una lite con il marito che, presumibilmente senza lavoro, non ha mosso un dito per mettere in ordine. La scena è muta, ma se lasciamo che un’aspra e lirica voce carveriana ci risuoni in testa non avremo tradito le coordinate estetiche dell’autore. Al termine del diverbio la donna rimane sola in cucina, è a questo punto che l’alieno arriva (un grosso alieno verde decisamente anni 50), la stordisce e la porta via.

Quello che segue di You Are Here, una storia del 2008, racconta di assenza e di rimpianto, del difficile rapporto tra il figlio e il padre mentre passano gli anni e in giardino si costruisce l’astronave che dovrebbe servire a riunire la famiglia, fino allo stoico finale, dove il cosmico e quotidiano che riverberano la stessa malinconia. Jason stesso, in un’intervista, concede che in fondo può trattarsi di una storia sul divorzio. Il genere come metafora, dunque, deviare verso il “bizzarro” per essere più incisivi, per dare consistenza alla narrazione. Non solo: l’irruzione della fantascienza nel quotidiano, dice l’autore, può rendere il racconto più efficace o almeno, di sicuro, renderlo più divertente. Vedremo in seguito quale peso e valore dare a questa affermazione.

Poco più di dieci anni anni fa, l’autore norvegese trova la sua maturità poetica con Hey, aspetta…, un fumetto che racconta la fine spietata dell’infanzia e la fatica di vivere, lo fa riplasmando i ricordi personali in una specie di estasi dell’autofiction, commovente e agghiacciante in una volta sola. Anche in questo suo primo piccolo, impietoso, irripetibile capolavoro, Jason sta già mediando l’urgenza di raccontare una non altrimenti definibile angoscia con la sua elaborazione letteraria e con il libero gioco della fantasia.

Ad accompagnarlo su questa strada c’è un’onnivora ma meditata passione per il cinema – Kaurismaki e Jarmush, ma anche la Hollywood classica e quella di serie B, deposito infinito di immagini e situazioni a cui attingere –, c’è il fumetto degli anni 90 – Chester Brown, la rifondazione del fumetto “funny animals” operata da Lewis Trondheim, la surrealtà di Fabio, la dilatazione dei silenzi e dei tempi morti dell’avventura di Hugo Pratt –, c’è molta letteratura nordamericana (Carver, Fante, il primo Auster), ci sono due quasi-padri, ripetutamente citati, maestri di ritmo, limpidezza, economia espressiva: Hergé e Ernest Hemingway.

L’inespressività dei personaggi – tonde orbite vuote, bocca quasi sempre ridotta a un trattino – è incrementata dalla secchezza dei dialoghi – assenti o scarni ai limiti dell’afasia, soprattutto nei primi lavori – e dalla tendenza a rinunciare anche al linguaggio del corpo, a inibire il gesto. Eppure, con questi uomini-animaletto ci si identifica e ci si commuove.

La forza emotiva – trattenuta nel minimo numero di segni, di parole e di oggetti possibile – si carica nelle situazioni, nelle variazioni ritmiche, scaturisce per intero dai casi in cui le maschere di Jason si trovano ad agire. È un’opera di distillazione che fa evaporare gli psicologismi consolatori, le filosofie derivate e parassitarie, e lascia solo la concretezza spietata del quotidiano e, rispecchiandolo in esso, del mito. I suoi temi ricorrenti – dolore della crescita, logoramento degli affetti, esclusione sociale, pervasività della morte – Jason li riveste di trovate comiche, citazioni plateali, stereotipi narrativi. «Mi piace usare i clichés», e il cliché è un’arma potente, se sai come usarla. Ed è divertente.

Hey-Wait..