Focus Profili "Pensiero che conta", un'intervista a Nicola Mari

“Pensiero che conta”, un’intervista a Nicola Mari

Ho incontrato Nicola Mari quando c’è stato da scattare le foto per la rubrica #tavolidadisegno. L’ingresso della sua dimora a Ferrara mi ricorda che il terremoto del 2012 ha colpito forte anche qua: una specie di arco di legno provvisorio sostiene il portone e rende l’entrata nella palazzina avventurosa. Passando per un corridoio che non rispetta tutti i crismi dell’ortogonalità, si accede a un appartamento immerso nel silenzio, arredato con spartana eleganza minimale. Un’abitazione francescana, come da definizione del suo proprietario. Ad accoglierci la Pimpa, che non è un cane ma una gatta, e che porta benissimo i propri diciassette anni di età. Nel salotto un’ampia libreria, che trabocca di libri, ma non di fumetti. Quest’ultimi, insieme a una ricca raccolta di cd musicali, circondano la scrivania al quale Nicola si accomoda per disegnare, posta in una stanza meno luminosa di quanto ci si aspetterebbe da un disegnatore, ma forse più in linea con le storie che realizza. Quella che sembra una scelta è, in realtà, solo la conseguenza di un grosso albero che cresce nel giardino a fianco, trattenendo la luce, e che avrebbe bisogno di una radicale potatura.

Le seguenti domande tentano di ricostruire per sommi capi il percorso della lunga chiacchierata intercorsa quel giorno. Non sarà come il fluire delle parole parlate, ma è pur sempre qualcosa. E come chioserebbe Nicola, per quanto riguarda i fumetti parlano i fumetti stessi, è già tutto nelle tavole.

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Probabilmente sei uno degli autori di casa Bonelli che più divide i lettori. Chi ama il tuo tratto, e chi lo detesta. Ne sei consapevole, innanzitutto? Questo “status” influisce in qualche modo sul tuo approccio al disegno? Pensi a chi ti leggerà, mentre disegni?

Secondo tradizione, il male divide e il bene unisce, perciò mi auguro di essere l’eccezione che conferma la regola!
Mi conforta la consapevolezza che chiunque sia in grado di produrre un giudizio di valore è, al tempo stesso, nelle condizioni di valutare la qualità e la bontà di un lavoro, aldilà delle preferenze. Anche per questo esigo moltissimo da me stesso in termini di qualità, il che implica un travaso di energie, di vita, assoluto, doveroso.

Sempre restando sul tuo modo di disegnare, negli anni si è sicuramente evoluto, diventando più fluido, “pennelloso” e ricco di tratteggi e segni. Un’evoluzione naturale? Cercata? Individuale o figlia anche di consigli provenienti da terzi? Pensi di stare crescendo ancora come disegnatore o di aver più o meno trovato la tua dimensione ideale?

La dimensione ideale, in quanto tale, è destinata a non realizzarsi mai, ma a restare un’idea a cui tendere; ed è in questa tensione che è possibile evolversi e crescere. No, non ho mai ricevuto consigli da terzi, se non preziosi stimoli.

Hai un modo di disegnare che, secondo me, si presterebbe molto bene anche una dimensione extra-seriale, nel senso che ti vedrei bene alle prese con un graphic novel, in cui poter dare sfogo al tuo tratto senza limitazioni di alcun genere. Hai mai pensato di cimentarti in qualcosa che esca dal solco del fumetto seriale?

Disegnando Dylan Dog, così come disegnando Nathan Never, non ho mai avvertito, e non mi sono mai state impartite, limitazioni che non fossero imposte da me. Questo ha a che fare con il processo creativo che, strutturalmente “anarchico”, esige un’auto-limitazione da parte dell’autore stesso onde evitare di smarginare dai propri intenti, come mi è capitato in tempi remoti.

Come postulato alla domanda precedente, dopo tanti anni alle prese con lo stesso personaggio, non ti sei “stufato”? Non c’è un po’ il rischio di diventare “operai del fumetto” (l’espressione è brutale, ma è per capirci)? Cosa anima e rinnova costantemente la tua passione per il disegno e per questo linguaggio?

L’amore per il fumetto bonelliano e per Dylan. L’amore è un processo creativo, perciò in grado di auto-ricrearsi: le storie d’amore finiscono quando uno dei due amanti non è più in grado di ricreare le condizioni dell’estasi.

dylan dog mari

Sei uno dei pochi autori italiani di fumetti che conosco che non è presente sui social network. È una scelta precisa, predeterminata? O solo generico disinteresse? Qual è il tuo rapporto con internet?

Amo internet, ne sono un fan appassionato. Quindi in tutta sincerità non so nemmeno io il perché della mia assenza dai social network; probabilmente se lo sapessi sarei on line.

Sulla tua scrivania si possono leggere un sacco di frasi appuntate durante le giornate di lavoro, alcune diciamo puramente strumentali, mentre tutte le altre sono citazioni di brani di scrittori e filosofi. Quella più in vista recita “Pensiero che conta”. Di chi è, e da che opera è tratta? Quanto conta il pensiero, l’astrazione per un disegnatore?

“Pensiero che conta” è una frase riferita al filosofo tedesco Martin Heidegger che, in estrema sintesi, segnala la radicale trasformazione delle “qualità” in “quantità” per effetto di una mentalità che non dispone più di un pensiero alternativo a quello che sa solo far di conto. Il testo di riferimento, francamente, in questo momento mi sfugge. Ma tornando al “pensiero” come concetto più in generale (e qui mi accingo ad offrire un saggio di “banalizzazione della complessità”) si potrebbe azzardare che è esso stesso disegno: disegna epoche, visioni e direzioni del mondo, progetta e genera attività.

Come spiega bene il sociologo americano Richard Sennett, lavorare con le mani determina, oltre che una conoscenza di sé, uno sviluppo del pensiero. Del resto, la crescita della massa cerebrale dei primi antropoidi fu determinata dall’uso delle mani per costruire utensili e per tratteggiare le prime opere parietali all’interno delle grotte.

Come il tuo riferimento evidenzia, il tratto costitutivo del pensiero occidentale è l’astrazione. Il pensiero orientale è analogico, procede per analogie: “l’acqua della vita”, ”l’acqua della morte”, “l’acqua del torrente” e così via. Il pensiero occidentale invece è logico, astrae dal sensibile, quindi con H2O nomina tutte le acque.

In questo senso il disegno occidentale, essendo l’oggettivazione di un pensiero, è astrazione. A ciò va aggiunto l’incontro con il Giappone che circa centocinquant’anni fece scoprire all’occidente l’essenza: dalla sedia, all’idea di sedia, la “sedietà”, ciò che oggi chiamiamo design. Ed è proprio in questo contesto, in cui l’astrazione occidentale incontra la concettualità giapponese, che nasce il fumetto.

È possibile trasfigurare le proprie letture e le proprie esperienze in un fumetto seriale come Dylan Dog, essendone “solamente” (si fa per dire) un disegnatore? Pensi di riuscirci? O sono due dimensioni di te separate che però convivono in un’unica persona?

Come dicevo, il disegno, così come ogni altra disciplina, è l’indotto di un bagaglio mentale in cui si depositano tutti i dati e i saperi in esso contenuti. Senza contare che il disegnare fumetti, oltre alla competenza tecnica, implica un supplemento di conoscenza della materia fumetto. Il rapporto tra le mie esperienze letterarie e il disegnare Dylan Dog, dunque, non solo non è disgiungibile, ma andrebbe addirittura ribaltato, poiché, attraverso un’infinità di suggestioni e di riferimenti contenuti nelle sue storie, Dylan è forse uno dei maggiori responsabili delle mie “letture maledette”!

Tavola originale da Dylan Dog 123, pagina 25
Tavola originale da Dylan Dog 123, pagina 25.

Il fumetto è un’arte che necessita ancora di un certo sapere tecnico, per essere praticata (e in questo è forse più vicina al senso originario del termine “ars”, corrispondente del greco “teknè”, cioè l’attività che per Platone nella Repubblica ha come scopo quello di introdurre dei cambiamenti all’interno del mondo naturale, ovvero produrre oggetti che non si trovano in natura), rispetto al mondo dell’arte contemporanea. E, rispetto a quest’ultimo, è nata già in una dimensione di mercato, legata al consumo e a un pubblico. Pensi che il fumetto sia per questo un’arte più pura, rispetto all’Arte con la A maiuscola, dove per riuscire pare che si debba per forza cercare lo scandalo, o al massimo criticare i meccanismi del mercato di cui si è parte? Qual è la tua considerazione del fumetto all’interno dei linguaggi, o delle arti, che sono presenti e vivi ai giorni nostri?

Premesso che in ordine ad argomenti così complessi le mie considerazioni non possono avere alcuna profondità aldilà della loro superficie, per sapere se il fumetto è arte innanzitutto dovrei sapere cos’è l’arte. Se l’arte -come talune teorie sostengono- fosse quell’evento in grado di modificare la visione del mondo arricchendone l’immaginario collettivo, cioè il modo in cui una comunità legge se stessa, il fumetto allora potrebbe essere una forma d’arte possibile. E se l’arte attuale fosse stabilita, non dall’opera in sé, ma esclusivamente dal mercato e da tutte le altre strategie da te descritte, concordo con la tua ipotesi che il fumetto potrebbe forse rappresentare l’unica forma d’arte ancora autentica. Ma considerando che i dati di realtà si commisurano anche sulle idee mediamente condivise, bisognerebbe capire in che modo il fumetto sia mediamente recepito per poter accedere allo status di arte. Ad esempio tu fai riferimento alla “téchne”, il “produrre”, il “costruire”, che differiva dalla “poiesis”, il “creare”, tant’è che per molto tempo i due termini rimasero separati finché grazie ad una serie di mutazioni dei parametri sociali e culturali, “téchne” e “poiesis” finirono per coincidere in quella che oggi chiamiamo arte. Ma nel frattempo l’epoca delle avanguardie –e non solo- ristabilì una sorta di nuovo dualismo tra i due termini, in cui la “téchne” non era più un dato indispensabile della produzione artistica e quindi il concetto di arte, e con esso quello di bellezza, rimangono un dibattito tutt’ora aperto.

Ma c’è qualcosa, di più personale, che in qualche modo trascende questi scenari: leggendo un romanzo, guardando un quadro e leggendo un fumetto, mi accorgo che la mia percezione ne viene modificata: vedo le cose intorno (il paesaggio, gli oggetti, le persone, e così via) come se fossero state ridisegnate dal disegnatore e ripensate dallo sceneggiatore della storia appena letta, come se la realtà circostante fosse il prodotto degli autori di quel fumetto e non il contrario; come se il mondo raddoppiasse. Poi tutto torna come prima, ma è solo apparente.

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