Dylan Dog, secondo Fabio Celoni

A Maggio 2014, sarà pubblicato un albo di “Dylan Dog” scritto e disegnato da Fabio Celoni. È la seconda volta, nella sua carriera, che Celoni affronta il personaggio di Tiziano Sclavi autonomamente (la prima è nel 2005 con la storia Il vecchio che legge). Una storia attesa da molto tempo, alla quale Celoni lavora – a partire dalla scrittura del soggetto – fin dal 2008. Per l’occasione, lo abbiamo intervistato. Trovate qui alcune tavole in anteprima assoluta.

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È la tua seconda storia per Dylan Dog come autore completo. Da che cosa sei partito per immaginare la storia? Quali differenze rispetto alla tua prima volta?

Lo spunto è nato da un personale interesse per un certo genere di rappresentazione umana, o pseudoumana. Poi per l’ambiguità, per le cose non dette, quelle che appaiono in un modo e poi si rivelano in altro. Per le cose in divenire e in trasformazione, la storia in fondo è un’allegoria dei mutamenti. Spero di essere stato sufficientemente ermetico, visto che vorrei rivelare il meno possibile per non rovinare la lettura a nessuno! In ogni caso posso dire che parte dello spunto, o meglio, delle atmosfere che poi mi sono germinate dentro, deriva/no da un romanzo di Ray Bradbury.
Differenze rispetto alla prima? Tema e genere completamente diversi, e soprattutto intenti diversi. Per quanto riguarda la nascita della storia, le idee nascono sempre da sé, a volte non ci dai neanche peso e poi magari, dopo un po’, quella semina che avevi tralasciato inizia a premere da sotto e si presenta spavalda, a quel punto non puoi più ignorarla e cerchi di coltivarla al meglio. La fatica è sempre la stessa e anche il metodo di lavorazione, prima un soggetto estremamente definito, che tento di suddividere in tavole, a blocchi approssimativi. E’ un passo fondamentale e che mi può portare via davvero molto tempo. Mi deve tornare tutto, anche quello che nella storia non comparirà. Poi un brogliaccio terrificante fatto di micro-layout svolazzanti, talmente abbozzati che li capisco solo io e solo per un certo periodo (dunque devo sbrigarmi a metterli in bella o sono spacciato), per dare il ritmo alla storia, elaborare i dettagli, i dialoghi, le pause e tutto il resto. Quindi la stesura della sceneggiatura vera e propria, spesso partendo dai dialoghi e poi ricavandoci intorno quel che rimane. Gli “aggiustamenti” non finiscono mai, consumo una quantità di lime da far invidia a un ergastolano.
Una differenza tecnica con la prima storia è che in quella avevo realizzato uno storyboard molto dettagliato, successivo al layout, che ho presentato in redazione al posto della classica sceneggiatura. Invece con questa sono tornato al mio solito modus operandi e dopo il layout ho scritto canonicamente il testo, estremamente preciso, con indicazioni di luci, di “macchina”, come se avessi dovuto farlo disegnare a un altro.
Tutto questo sapendo che poi avrei probabilmente stravolto tutto in fase di disegno.
Il bello di essere autore completo infatti è che, se quando realizzi la tavola “fisica” ti rendi conto che qualcosa non torna (o potrebbe essere detta meglio, magari aggiungendo o togliendo una vignetta o cambiando una situazione e così via) lo puoi fare senza che lo sceneggiatore venga a cercarti sotto casa.

Come definiresti i canoni su cui si basa il nuovo corso di Dylan impostati dalla gestione di Roberto Recchioni? E che tipo di discussioni hai avuto con Roberto in merito alla storia?

Li definirei condivisibili, mi vedono molto d’accordo. E’ il desiderio di tornare allo spirito originale di Dylan, che era ben diverso dall’essere un investigatore coinvolto in un comune giallo in cui si aggiungeva una spruzzata di paranormale, come a volte abbiamo visto succedere. Dylan generava inquietudini, non era per nulla rassicurante ma piuttosto un generatore di domande, di dubbi, di emozioni e di visioni della vita differenti dalla canonicità. Ho scritto queste due mie prime storie di Dylan già con questi obiettivi e questi punti fermi, perché è l’unico modo in cui so – o meglio, tento di – raccontare Dylan, si può dire che è l’unico Dylan che conosco, e cioè il personaggio di cui mi sono appassionato da ragazzino e che mi ha accompagnato per molti anni.
Con Roberto, per quanto riguarda questa storia, non ho avuto (al momento!) nessuna discussione, credo non abbia ancora fatto la sua supervisione. Il soggetto era stato inizialmente approvato da Mauro Marcheselli nel 2008, e successivamente anche da Giovanni Gualdoni quando aveva iniziato ad affiancarlo. La sceneggiatura poi fu approvata da entrambi, nel 2009. Riprendendola in mano dopo un pò di tempo ho modificato alcune scene e ho risistemato un po’ i dialoghi (e recentemente anche i dettagli grammaticali tipo i “voi” che sono dovuti diventare “lei”). Infatti avevo più volte dovuto interrompere la storia per disegnare altre cose che mi sono state richieste con scadenze più ravvicinate, e per altri problemi personali che hanno rischiato di procrastinarla più del dovuto. Il fatto di averla completata ha assunto un significato molto particolare, per me.

Come immagini il personaggio di Dylan Dog tra 10 anni?

Come un ragazzo inglese di 33 anni con una vita molto curiosa e disordinata, ancora molte avventure da raccontare e milioni di copie vendute in edicola. Infatti so per certo che ci sarà il passaggio di una cometa di cui la Nasa e i governi mondiali stanno occultando l’esistenza: sfiorerà il Sole nel 2016, e questo comporterà un’alterazione nella corona della nostra stella che finirà per emettere una serie di cannonate di plasma verso la Terra, in grado di ridurre tutti gli smartphone a segatura. Sapendolo, ho già comprato un telefono a gettoni. La gente tornerà in massa alla carta. Insomma tutto sta a essere ancora in edicola nel 2016, dopo è tutta in discesa.

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