Disney Romano Scarpa, ai tempi della Topostrojka

Romano Scarpa, ai tempi della Topostrojka

Rischiando di sembrare sacrileghi, di questi tempi vale la pena ricordarlo: anche Romano Scarpa, il grande autore Disney tornato di attualità grazie alla collana di ristampe proposta in edicola da RCS, non scampò allo stupidario antifumetti. Ovvero a quell’insieme di pregiudizi, preconcetti, frasi fatte ed etichette, soprattutto politiche (un recente esempio qui) che si concentrano nel ricorrente dubbio, poco amletico e molto sciocco: è di destra o di sinistra?

Nei giorni del Salone dei Comics di Lucca del 1992 (27 – 31 Ottobre, ovvero il 19°: l’ultimo diretto da Rinaldo Traini) l’autore veneziano fu messo sotto tiro, da sinistra, per una sua storia, Ciao Minnotchka! che andava pubblicando a puntate su Topolino (nn. 1929, 1930, 1931 e 1932). La polemica fu innescata da un articolo di Guido Tiberga, apparso su La Stampa (28/10/1992), che anticipava alcune tavole della storia esposte a Lucca; e lo faceva partendo dalla prima pagina con il titolo «Topolino fa lo sgambetto a Marx».

Nei giorni seguenti la polemica fu ripresa da altri giornali e tra questi Il Corriere della Sera, a firma Cesare Medail, con un titolo ancora più eloquente: «Gulp! Quel topo è un nemico di classe». E una ventina di giorni dopo, su l’Unità, Stefano Di Michele dava conto di una lettera, inviata a La Stampa, da Sergio Garavini (allora leader di Rifondazione Comunista) con un ulteriore articolo titolato: «E Garavini s’arrabbiò: abbasso Topolino». Ma che cosa aveva fatto di così grave Topolino – o meglio Romano Scarpa con la sua storia – da suscitare una piccola insurrezione «bolscevica»?

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I personaggi di “Ciao Minnotchka!”, di Romano Scarpa

La storia Ciao Minnotchka! è ambientata nell’ipotetico reame di Selvanja, dove la rivoluzione «ugualista» ha spodestato il Re Topovich e instaurato una feroce dittatura. Topolino, accompagnato da Minni, Pippo e Zenobia, arriva a Parigi per una vacanza a Euro Disney (la Disneyland europea allora aperta da pochi mesi). Qui incontra Re Topovich, ivi rifugiato, e costantemente minacciato da due spie al servizio del dittatore ugualista Sberleff (ironicamente ritratto da Scarpa con un cartello alle spalle che lo definisce «il più uguale tra gli uguali»). Le spie, che altri non sono che Gambadilegno e Trudy, tentano invano di carpire da Topovich informazioni su dove sarebbe nascosto il tesoro della corona. Per aiutarli, Sberleff manda in missione a Parigi l’agente Minnotchka (una Minnie dai capelli biondi) che, però, mostrerà di «cedere» alle lusinghe del capitalismo, magnificatele da Topolino durante un giro per la «ville lumière». Sberleff, a questo punto, richiama in patria la poco determinata agente e tenta la strada del ricatto, rapendo Igor, un cagnolino a cui il re Topovich è molto affezionato e chiedendo come riscatto che il re riveli, finalmente, dove è nascosto il tesoro. Ovviamente Topolino entrerà nella vicenda e, con l’aiuto di Pippo, rimetterà a posto le cose, contribuendo a liberare Selvanja dalla tirannide ugualista (l’intera di Scarpa è stata scansionata da un appassionato, e la potete leggere qui).

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La parodia disneyana era – e resta – gustosa, e il riferimento ai regimi comunisti esplicito: gli ugualisti hanno per simbolo una sega e un’accetta incrociate (Selvanja, come dice il nome, è un paese ricco di boschi dal cui taglio gli abitanti ricavano turaccioli e stuzzicadenti); salutano con l’indice della mano piegato (al posto del pugno chiuso); e tanti sono gli ammiccamenti sarcastici e le allusioni critiche ai guasti dell’«ugualitarismo reale», compresa la crisi economica in cui il paese precipita dopo la rivoluzione.

Da tutto ciò si scatenarono gli strali di quei giorni del novembre 1992, lanciati da una parte delle formazioni di sinistra. Tra i molti, quelli dello storico Luciano Canfora che, come riportò La Stampa, tuonò perentoriamente contro i fumetti, considerati «uno strumento mediocrissimo e scarsamente creativo». Una posizione sulla scia – bisogna constatare – di Palmiro Togliatti e Nilde Jotti che, molti decenni prima, se l’erano già presa con i fumetti e, sulle colonne della rivista del Pci, Rinascita, avevano dato del filo da torcere persino a Gianni Rodari che sul giornalino comunista per i bambini, Il Pioniere, aveva osato dare spazio agli esecrati fumetti. O come quelli del senatore di Rifondazione Comunista Lucio Libertini, che liquidò la storia di Romano Scarpa come «rappresentazione sciocca e fuori moda». E per finire con il leader Sergio Garavini che, decisamente, si sbilanciava: «Abbiamo sempre ritenuto più vicino a noi Paperino che non è aristocratico, che sbaglia, che è imperfetto e collerico ma sappiamo con sicurezza dalla parte dei deboli… Topolino non ci è mai entrato nel cuore»; e con un po’ d’ironia aggiungeva: «Noi ci schieriamo con Paperino, con Qui Quo Qua… No a Rockerduck e a Pippo pidiessino».

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E Romano Scarpa? Che cosa ebbe da dire, l’autore stesso di cotanta “mediocrità”? Chi scrive lo intervistò per telefono e riportò quanto disse in un articolo pubblicato su l’Unità nel bel mezzo della polemica, il 10 novembre del 1992, intitolato: «Ma quale anticomunismo! È una topostrojka». Il titolo giocava sulla parola russa perestrojka (ricostruzione) che definiva il processo di rinnovamento dell’economia e della politica sovietica, avviato nel 1987 dal leader comunista Michail Gorbaciov (segretario del Pcus e poi Presidente dell’Unione Sovietica). Processo in parte fallito e contrastato e che, dopo il tentativo di golpe del 1991, avrebbe portato allo scioglimento dell’Urss.

«Alcune di quelle dichiarazioni – ci disse subito Scarpa – mi hanno fatto un po’ rabbia». Poi, dopo aver ricordato che la fonte principale delle sue storie la trovava nel cinema, aggiunse:

Nel caso di Ciao Minnotchka! lo spunto me lo ha dato il celebre film di Ernst Lubitsch, Ninotchka (1939). È cominciato tutto un paio di anni fa quando l’ho rivisto. Proprio in quei giorni dall’Est arrivava un vento nuovo e Gorbaciov stava portando avanti la sua battaglia per cambiare radicalmente le cose in Unione Sovietica. Così mi è venuta l’idea di una storia che avesse per protagonista una Minni-Greta Garbo e un Topolino-Melvyn Douglas (i due attori protagonisti del film, ndr). Del resto la recitazione un po’ sorniona e ironica di Melvyn Douglas mi ha fatto sempre pensare a certe caratteristiche della personalità di Topolino. Ma – aggiunse Scarpa – c’è anche un riferimento a un altro film meno conosciuto, Tovarish (1937) di Anatole Litvak con Charles Boyer e Claudette Colbert. Anche lì ci sono degli esuli russi e la vicenda si sviluppa attorno a un tesoro della corona.

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E come rispose, il grande autore, alle accuse di anticomunismo? «Certo – ammise Romano Scarpa – un riferimento ai regimi illiberali dell’Est c’è. Ma il tiranno (Sberleff) è sconfitto più che per la sua ideologia perché si rivela un volgare truffatore non troppo diverso, purtroppo, dai furfanti di casa nostra (è titolare di un conto dove finiscono tutti gli introiti dello Stato, ndr.). E poi Minnotchka e gli altri funzionari, alla fine del fumetto, non rinunciano ai loro ideali, non vogliono diventare capitalisti ma, più semplicemente, vivere in un paese più libero e dalle frontiere aperte. Proprio come Gorbaciov, che ha sempre dichiarato di voler restare socialista». E Topolino, in una delle vignette conclusive della storia, proclamerà con soddisfazione che «i selvanici resteranno fedeli alle proprie idee, ma adotteranno un nostro principio-base: le libere elezioni».

Tanto per la cronaca e la Storia, nei giorni delle accuse contro Topolino «monarchico» e anticomunista, in Italia infuriava il dibattito sulla riforma elettorale, tra sostenitori del maggioritario e proporzionalisti (vi ricorda qualcosa?). E il gioco scontato delle identificazioni politico-ideologiche con gli eroi disneyani partorì un Paperino proporzionalista, un Pippo pidiessino e incerto sul da farsi,  che Sergio Garavini invitava a «non fare il tonto» e a schierarsi al fianco «dei compagni e sinceri democratici». Romano Scarpa, intanto, se la rideva e continuava – per nostra fortuna – a sfornare le sue storie. E a parodiare le «sciocchezze» della politica.

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