Recensioni Classic Nomad: quando Capitan America rinunciò alla bandiera

Nomad: quando Capitan America rinunciò alla bandiera

Abbiamo già parlato de Le Battaglie del Bicentenario, un ciclo di storie di Capitan America orchestrate da Jack “The King” Kirby in persona. Un enorme carosello pop fatto di situazioni improbabili e al limite del grottesco, come quella che ipotizza un divertente paradosso storico che vede Benjamin Franklin ispirarsi al costume di Cap per creare il prototipo della bandiera a stelle e strisce. Con tanto di attacco di panico di un Steve Rogers basito e sconvolto dalla scoperta.

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Eppure, Steve Rogers – da sempre simbolo dell’orgoglio americano – qualche anno prima aveva rinunciato a quella stessa bandiera. Le vicende che condussero Cap ad abbandonare i colori americani sono narrate nella saga L’Impero Segreto, scritta da Steve Englehart e disegnata da Sal Buscema, riproposta da Panini Comics nel 2009. Il giovane Englehart, allora poco più che ventenne, allentate le maglie del Comics Code Authority, cercò di introdurre una botta di sano realismo nelle vicende di Capitan America.

The Amazing Spider-Man, quasi un decennio prima, era stato il laboratorio di questa apertura alla realtà dei fumetti supereroistici: la morte di Gwen Stacy a tutti gli effetti sanciva la fine concettuale della Silver Age (ne ho parlato già abbondantemente su Conversazioni sul Fumetto) e l’introduzione di tematiche legate alla droga, sempre nella testata del Ragno, fu un altro inequivocabile segno del tentativo di condurre la realtà in collisione con l’universo Marvel.

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L’impero Segreto è la controparte fumettistica dello scandalo che provocò l’impeachment dell’allora presidente in carica, Richard Nixon. Le vicende del Watergate sono abbastanza note e Englehart le traduce in un arco narrativo in cui Cap e Falcon (la quota nera introdotta dalla Marvel negli anni Settanta come spalla della Leggenda vivente) sventano un complotto ordito dagli stessi esponenti del governo. L’eclatante scoperta fa vacillare la – fino a quel momento – incrollabile fede di Steve Rogers. Inoltre, la vittoria sporcata dal sangue – una delle più alte cariche del governo, che Englehart suggerisce essere proprio Nixon, si suicida per sfuggire all’infamia – convince Cap a rinunciare alla sua identità e, soprattutto, ai colori della patria: solo il fortuito intervento di Occhio di Falco, sotto mentite spoglie, lo convince a ritornare sui suoi passi: nasce così Nomad, l’uomo senza patria.

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Nomad, il nuovo volume della Collezione Gold, riprende il discorso da dove si era interrotto con L’impero Segreto, raccontandoci le vicende che vedono come protagonista Nomad, la nuova identità di Steve Rogers. Le storie, edite tra il 1974 e il 1975, risentono ancora della grandeur supereroistica classica, imbastardita da un’attenzione più vicina alla “strada”.

La prima sequenza narrativa curata dal team creativo Englehart-Buscema (Captain America & Falcon  #177-181) risente del peso degli anni e sarebbe forse caduta nel dimenticatoio, se non contenesse, appunto, la prima apparizione di Nomad.

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I passi di Cap nelle vesti di Nomad sono abbastanza impacciati e anche Englehart sembra procedere senza grande entusiasmo. La parentesi è breve, ed infatti, l’apparizione del Teschio Rosso e i dubbi nutriti dall’opinione pubblica sulla scomparsa della Sentinella della Libertà convincono Steve Rogers a riportare in vita il suo alter ego storico. In realtà, il valore di queste storia non si trova nell’intreccio, ma nel sottile lavoro svolto da Englehart sulla statura morale di Cap. Infatti, attraverso l’espediente narrativo del cambio d’identità, lo sceneggiatore re-interpreta e porta la figura del Vendicatore ad un livello superiore. L’epifania che sconvolge Steve Rogers, rinato dai ghiacci all’indomani dello scoppio del conflitto vietnamita, lo convince a farsi simbolo non di quello che gli Stati Uniti sono o sono diventati, ma di quello che essi rappresentano. Nelle concitate e stereotipate vicende supereroistiche, Englehart inserisce il dramma di un uomo – Steve Rogers – fuori dal tempo: la sua unica e concreta vocazione non è servire solo il paese, ma diventarne il simbolo vivente. Una retorica della responsabilità diretta, anche e soprattutto, a tutti gli americani, che all’indomani delle dimissioni di Nixon e del vermaio di intrighi e corruzione avevano smarrito la fede nella Nazione e nelle istituzioni.

Al di là della qualità “simbolica” e “storica” delle storie, la nota di merito del volume proposto da Panini è la presenza di alcune grandissime matite come Herbe Trimpe e, soprattutto, Frank Robbins, la cui presenza in una manciata di storie giustificano l’esistenza e l’acquisto di questo volume.

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Frank Robbins, scomparso nel 1994, proviene dalla scuola di Milton Caniff ed ha unito il suo nome a due importanti strip: Scorchy Smith, che curò dal 1939, subentrando a Bert Christman, e Johnny Hazzard, che creò nel 1944 e che disegnò in maniera ininterrotta sino al 1977. Fu proprio negli anni Settanta – gli anni della cosiddetta Bronze Age of Comic Book – che la sua carriera intercettò quella dei due grandi colossi dell’industria del fumetto americano. Vedere a lavoro un autore come Robbins sulle testate della Casa delle Idee è qualcosa di sconcertante. Il suo stile dinamico e certosino, figlio della lezione di Caniff, subisce una sterzata lisergica. Sfogliando le pagine dedicate a Cap (Capitan America & Falcon #182-183 e #185-186), la percezione è quella di essere dinanzi ad una parodia dei cliché Marvel. La classicità delle sue strisce sindacate, pesantemente indebitate da un montaggio cinematografico, cede il posto ad inquadrature frenetiche e distorte. L’attenzione realistica alle anatomie viene abbandonata per far posto ad un stile deformante, frutto di scelte prospettiche ardite che rimandano ad alcune cose dell’Eisner di Spirit e al Plastic Man di Cole, anticipando di decenni le interpretazione weird dei classici Marvel. Da non dimenticare l’apporto alle chine di Frank Giacoia, uno degli inchiostratori preferiti da Gene Colan.

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Un volume questo, quindi, dall’intrinseco valore storico, oltre che da leggere, anche da sfogliare, godendo delle imprescindibile lezioni di autori trasversali e prolifici come Frank Robbins.

Nomad – Collezione Marvel Gold
di Steve Englehart, Sal Buscema, Frank Robbins e Herb Trimple
Panini Comics, 2014
192 pagine, € 17.00

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