Terry Gilliam racconta Harvey Kurtzman

Come creatore della rivista MAD, Harvey Kurtzman ispirò un’intera generazione di disegnatori satirici e non. Il regista e membro dei Monthy Python, Terry Gilliam, ha avuto il piacere e la fortuna di lavorare col grande fumettista, che considera il suo mentore, e ne spiega il genio in un articolo pubblicato sul Telegraph.

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Ricordo la prima volta che vidi Harvey Kurtzman. C’era qualcosa di piccolo e folle in lui. Era come una ghianda perfettamente lucidata, leggermente bruna e dura e piacevole allo stesso tempo. C’era una cortesia inusuale in Harvey, non esattamente quella che mi aspettavo. Da ragazzo ero un insaziabile divoratore di comics.

Per Gilliam, cresciuto nella California degli anni cinquanta, il fumetto era “come se fosse cibo”. Il futuro regista passava le giornate a ricopiare le strisce dei quotidiani. Era l’apice della popolarità per i fumetti americani.

Il grande balzo in avanti furono le storie di MAD, il che ci porta direttamente a Kurtzman. Il comic book MAD, che Harvey fondò nel 1952, si basava essenzialmente su parodie di fumetti, utilizzandoli come satira politica e sociale. L’idea della parodia era qualcosa di nuovo e fresco per l’epoca, e MAD assolse brillantemente il suo compito di apripista. Se stai parodiando devi essere buono almeno quanto l’originale – per certi versi perfino migliore. Le loro trovate erano intelligenti, divertenti e anche sexy.

Ma nell’America di quegli anni, riviste così avanguardistiche come Mad non erano ben viste dagli adulti, e Gilliam confessa che doveva nascondere le copie, per paura di essere scoperto dai genitori.

Quando MAD iniziò ad uscire non avevo idea di chi fosse Harvey Kurtzman, sapevo solo dell’esistenza della rivista. Sono molto pigro su questo genere di cose. Ma nell’arco dell’era di MAD questo nome continuava a saltare fuori: Kurtzman, Kurtzman, Kurtzman. Quando sei un adolescente vuoi venire a sapere il nome dei tuoi idoli.

All’università i miei amici ed io rilevammo una rivista letteraria, Fang. E ne abbassammo i toni in maniera significativa. La trasformammo infatti in una sorta di rivista satirica, oltraggiosa ed offensiva ove fosse possibile, cercando di scuotere e (ri)svegliare il nucleo studentesco. All’epoca il successo di MAD era ormai conclamato, nonostante l’abbandono di Harvey, ma non aveva più il mordente satirico che agognavo.

In seguito Kurtzman dette vita alla rivista Help!. La scoprii un giorno e dissi: ‘Ehi! E questa cos’è?’ Per me, la cosa migliore di Help! erano i fumetti, i divertenti fotoromanzi concepiti da Harvey. Non avevo mai visto nulla di simile, in precedenza. E quindi cominciammo a fare una cosa analoga. Fu il passaggio successivo per me, verso la regia cinematografica: improvvisamente stavamo uscendo per fare servizi fotografici, far indossare i costumi di scena ai nostri attori, trovare i luoghi adatti per gli esterni e, soprattutto, raccontare storie. Cominciai così a spedire copie della rivista ad Harvey, perché volevo sapesse chi c’era là fuori pronto a copiare le sue idee, affinché conoscesse il mostro che aveva contribuito a creare. Mi rispose con una lettera molto carina che segnò l’inizio della fine. O il principio dell’inzio.

Gilliam, una volta laureato, non sapeva cosa avrebbe fatto della sua esistanza e così scrisse a Kurtzman, dicendogli: ‘Verrò a New York. Mi piacerebbe incontrarti.’ E lui rispose: ‘Non farti illusioni, ragazzo. Non c’è lavoro, non c’è nulla qui, è dura.’ Ovviamente ci andò lo stesso:

Ci accordammo per vederci all’Algonquin Hotel. Arrivai e salendo di corsa le scale, da giovane immaturo quale ero, bussai alla porta della suite che, aprendosi, si rivelò stipata di tutti i miei miti fumettistici. Quindi Harvey si voltò verso di me. Era più piccolo di quel che mi aspettavo; molti dei miei eroi lo sono. Ma era meraviglioso. Era davvero gentile ed entusiasta. E vicino a lui c’era un ragazzo di nome Charles Alverson, il vice caporedattore di Help!, che aveva appena deciso di lasciare il suo incarico. E stavano cercano qualcuno che lo sostituisse. Ottenni il lavoro semplicemente così, trovandomi al posto giusto nel momento giusto.

Ad help gli toccò fare di tutto “guadagnando due dollari in meno di quelli che avrei ottenuto ricevendo il sussidio settimanale.” Ma quello che amava davvero fare erano i fumetti:

Dovevo esserne, in un certo senso, il produttore. Quindi il mio compito era mettere insieme gli attori, gli attrezzi e il materiale scenico, scegliere i costumi e cercare i luoghi per gli esterni. Qualcosa di questo lavoro era fatto a volte in coppia con Harvey, altre invece da solo.

Dopo il crollo di Help! Gilliam partì per l’Europa, facendo l’autostop per diversi mesi. Tornato in America non avendo una casa dove andare fu ospite nell’attico di Kurtzman.

Il suo studio era in cima alla casa e trascorreva lì la gran parte del tempo. E da me, qui a Londra, è esattamente la stessa cosa – io vivo in cima all’abitazione e il resto della famiglia sta di sotto, e prosegue con la sua vita. Mi sembra di avere adottato così tanto dell’etica del lavoro di Harvey e del suo modo di fare e vedere le cose. Penso abbia avuto dei rimorsi nel lasciare MAD. Sentiva di aver commesso un grave errore da cui non si sarebbe più ripreso. Invece fu un grande gesto, venirsene via così. L’ho sempre imitato, da allora in poi, ed ecco spiegato perché finisco sempre nei guai.

Gilliam racconta anche le ossessioni di Kurtzman:

Harvey era davvero ossesionato dalla perfezione tecnica. Bisognava fare tutto in maniera esemplare. Ma non notai mai nessuna delle cose che lo infastidivano, data la forza del suo materiale. La libertà che aveva nel definire la struttura della pagina, il modo in cui distribuiva la luce e le ombre. Guardava spesso alle incisioni e alle acqueforti di Gustave Doré, usandole come riferimento.

E gli anni di Playboy:

Quando iniziò a fare Little Annie Fanny per Hugh Hefner e Playboy, nel 1962, ero seriamente incazzato. Non ebbi mai la sensazione che Little Annie Fanny fosse brillante e acuto come il resto dei suoi precedenti lavori. Era splendido tecnicamente ma ebbe sempre l’aria di essere frutto di una sorta di compromesso. Ero troppo ingenuo per capire quanto fosse stata dura per Harvey, allora; la sua necessità di sopravvivere economicamente era l’aspetto di primaria importanza. Ho sempre pensato si fosse fatto sfruttare da Hefner. Ogni volta che tornava da Chicago aveva gli occhi spalancati, stupefatto dalla Playboy Mansion e dal molle e lascivo stile di vita che vi si conduceva. A me sembrava solo un postribolo. Ma Harvey ci andava e ne ritornava completamente pietrificato. Tutte quelle belle ragazze, ma non poteva nemmeno toccarle. E, nonostante tutto, voleva essergli il più vicino possibile!

E sulla suo lascito artistico, non senza genuino amore e ironia:

In molti modi Harvey è stato uno dei padrini dei Monty Python. Tutte le persone intelligenti adoravano il suo lavoro; quelle ottuse invece no. Fu la stessa cosa con i Python. Ricordo ancora quando venne a trovarci a fine anni Sessanta. Il Monty Python’s Flying Circus era appena iniziato, così lo trascinai a casa di Terry Jones per guardarlo assieme. Ad Harvey non piacque, oppure non lo capì. Con lui non funzionò per niente. Fu uno di quei momenti straordinariamente deludenti, tipo quando vuoi davvero impressionare il tuo maestro e pfff! Lui non ci arriva.

Traduzioni di Alberto Choukhadarian.