I 76 anni di Bruno Bozzetto. Un’intervista

In occasione del suo 76° compleanno, oggi, abbiamo voluto omaggiare Bruno Bozzetto, il grande pioniere dell’animazione italiana. In questa conversazione non solo ripercorre assieme a noi la sua straordinaria carriera, ma ci rivela anche dei divertenti episodi che lo vedono protagonista accanto ad altri mostri sacri come Osamu Tezuka e Federico Fellini.

bruno bozzetto

Non la chiamo Maestro perché so che non ama essere appellato in questo modo, mi difatto lei è considerato tale, in tutto il mondo, non solo in Italia.

Mi fa piacere che ci sono molte persone che ricordano i miei disegni animati, considerando che sono sulla piazza da circa 50 anni. Del resto, dico sempre che l’animazione è destinata a durare di più, perché non è legata a fatti contingenti. Forse, ho anche scelto gli argomenti più duraturi.

Il rapporto fra Natura e civiltà umana, mi verrebbe da dire. In un’altra intervista, lei dichiarò che se dovesse consigliare a chi non conosce la sua opera due titoli per iniziare, avrebbe indicato “La vita in scatola” e “Cavallette”.

E’ vero. Innanzitutto, perché a un giovane consiglio di iniziare (anche come autore) con delle opere brevi. Il cortometraggio per me è un’ottima strada da percorrere per chi vuole tentare e sperimentare senza problemi, neppure di natura stilistica. E’ libero di cambiare stile in ogni occasione, di adattarlo alla storia. Il lungometraggio è chiaramente più impegnativo, ma anche per dei motivi legati allo spettacolo, non parlerei di obblighi ma comunque di elementi da rispettare, considerata anche la grande spesa che c’è dietro ad una produzione del genere. Invece, il cortometraggio concede una libertà assoluta. “Cavallette” mi piace moltissimo, ma credo che il più bello sia “La vita in scatola”, anche per la semplicità dell’osservazione che vale quotidianamente. In questo momento in cui stiamo parlando io e lei siamo chiusi in una scatola. Non voglio dichiarare che la Natura sia “buona” nei nostri confronti, perché ci sono delle situazioni estreme in cui non è certo idilliaca, però il fatto di passare la nostra vita in una scatola ci condiziona pesantemente. Nell’altro, ovviamente, affronto il tema della guerra, che ho trattato direttamente anche in altri due cortometraggi: “Tapum! La storia delle armi” e più recentemente in “Rapsodeus”. E’ un tema che non si può ignorare.

Un aspetto, infatti che ritengo di straordinario interesse, è il valore filosofico della sua opera. Già in “Tapum! La storia delle armi” (che anticipa anche graficamente alcune idee di “Cavallette”) lei termina dicendo: “L’uomo sarà costretto a ricostruire una nuova civiltà, per poi poterla ridistruggere. Mamma mia che pessimismo!”. “Cavallette” a me ha sempre fatto pensare al pensiero di Schopenhauer: la Natura che comunque è più forte della storia umana, ridotta a un ferino corso e ricorso storico di guerra e distruzione. Sulle ceneri della civiltà umana ricresce l’erba e prosperano gli insetti. Ci sono dei filosofi o degli autori a cui si è ispirato?

Si, io ho studiato filosofia al Liceo Classico. Poi mi sono affrettato a dimenticare tutto! [ride]

Però, sicuramente ho assorbito dei concetti che ho portato nella mia opera. Mio padre mi diceva sempre: “tutto ciò che studi si sedimenta nel cervello e al momento giusto riemerge!”. E’ vero, ci sono dei concetti filosofici che ho assorbito e poi ho manifestato, magari inconsciamente, in altre forme nelle mie opere. Anche se, dovessi menzionare due autori, direi che chi mi ha stimolato di più sono stati Desmond Morris e Konrad Lorenz. Mi interessava molto l’etologia, e i loro libri mi hanno fatto riflettere moltissimo su la Natura e l’Uomo, sul comportamento animale e l’uomo, che mi è sempre piaciuto accostare perché fa nascere molti ragionamenti.

Anche “Il signor Rossi cerca la felicità”, che mostra come chi cerchi la felicità negli oggetti esteriori sia condannato a una perenne insoddisfazione, o anche l’idea che spesso torna del viaggio nella storia umana, mi ha fatto sempre pensare ad una versione giocosa di tematiche faustiane.

Certo.

Il compito dell’autore è creare, nel mio caso dare dei film, a volta instintivamente, altre con un background culturale, consapevole o latente che sia. Se uno mi chiede il messaggio delle mie opere, io rispondo: “Io non dico nulla, io ho fatto il film! Lo devi interpetare tu!” E’ giusto, e mi fa piacere, che ci siano anche queste interpretazioni intellettuali, che vanno a trovare elementi che per noi magari erano inconsci.

Una cosa che mi ha sempre affascinato è il suo rapporto di reciproco rispetto ed influenza con l’animazione giapponese. Qualche anno fa, durante un incontro all’Istituto Giapponese di Cultura a Roma Taku Furukawa dichiarò che per loro “Carosello” fu un’influenza fondamentale. E’ noto che Osamu Tezuka quando la incontrava le esprimeva grande rispetto.

Sì, Tezuka l’ho incontrato tanti anni fa durante alcuni festival. Di lui, mi ricordo questo episodio molto divertente: parlava solo giapponese e girava sempre con l’interprete accanto. Ogni volta che mi incontrava a un festival, cominciava ad inchinarsi, come fanno i giapponesi per intenderci, e a parlarmi in giapponese! La traduttrice mi spiegava che ripeteva: “Mi scuso, mi scuso! Sono io che ho inventato la tecnica di un disegno per sette fotogrammi!” Mi faceva morir dal ridere, perché lui quando ha iniziato a fare delle serie televisive ha avuto questa idea di fare, diversamente dalla Disney che faceva un disegno a fotogramma, un disegno per sette fotogrammi…ma a volte secondo me anche per venticinque! A parte gli scherzi, lui si scusava ma quelle serie televisive erano molto belle. L’ho rivisto poi un’altra volta a Tokyo, quando aveva organizzato un incontro per animatori ed ero presente anche io. Ciò che mi colpiva di lui era la capacità di realizzare alcuni cortometraggi che erano autentici capolavori, di una genialità e di un’originalità tali da farmelo considerare davvero un grande. Ovviamente, il suo lavoro quotidiano erano appunto queste serie, con uno stile particolarissimo, che poi in Italia hanno copiato in molti. Io sono amante degli stili particolari. Il mio primo amico giapponese, tra gli animatori, era Yoji Kuri.

Yoji Kuri non a caso viene a volte accostato a lei, per la tecnica, per intenderci, “minimalista”.

Un personaggio alto un metro e trenta, grassoccio, che è un genio assoluto, realizzava cose incredibili, al limite del porno, della follìa. Era davvero un matto, ma mi piaceva per quello!

Probabilmente lo rincontrerò presto, perché mi hanno nominato presidente onorario del Festival di Hiroshima di quest’anno. In generale, sull’animazione giapponese più che influenzarmi il loro disegno, che è distante dal mio, mi colpisce la loro genialità, i loro improvvisi colpi di coda. E’ interessante che poi vengo a scoprire di essere stato un’influenza, quando penso di essere stato io ad aver ricevuto un forte impulso da loro!

Anche se, in realtà, per ciò che riguarda “Carosello”, non ho contribuito molto, almeno all’inizio. C’era uno studio capitanato da Guido Manuli che seguivano i lavori, io contribuivo ma ero già dedicato ad alti progetti.

Restando in Giappone, lei ha sempre espresso apprezzamento per Miyazaki. Fu, del resto, il primo a provare a portare Porco Rosso in Italia. Anche in questo caso, fin dal cognome del protagonista c’è un omaggio all’animazione italiana, ai fratelli Pagot di Calimero, che con il maestro giapponese collaborarono a Il fiuto di Sherlock Holmes. Anche se siete autori completamente diversi, in cuor mio vi ho sempre accostato per la comune attenzione, quasi profetica, al tema dell’ecologia. Qual è il suo rapporto con Miyazaki?

Considero Miyazaki il “Fellini” dell’animazione. Nel senso che raggiunge dei livelli poetici di delicatezza ed amore dei particolari veramente da grandissimo autore. Non ho mai avuto l’onore di conoscerlo, ma lo considero davvero un grande in tutti i sensi. Lo ammiro grandemente. Potremmo trovare in effetti dei punti di contatto sull’ecologia e sull’uso della fantasia. Per quello che riguarda il primo termine, scherzando dico sempre che ero ecologista prima che la parola fosse stata inventata. Quando realizzai “La vita in scatola” la parola “ecologia” non esisteva. Quando la incontrai su una rivista per la prima volta ed andai a verificare cosa significasse mi resi conto che indicava ciò che avevo espresso istintivamente in molti film. Un’altra cosa che ci unisce, oltre l’amore per la Natura, è l’amore per i particolari, per il silenzio, le pause. Io ciò che ammiro dell’arte orientale sono soprattutto le cose che non ci sono. Il silenzio, la parte bianca, non finita dell’immagine, ciò che lascia alla fantasia dello spettatore il continuare. E’ una cosa che ho sempre ammirato e, se posso, cerco di fare anche io. I campi lunghi, le piccole cose viste da lontano donano un’altra sensazione rispetto a quelle viste da vicino. Sicuramente mi ritrovo in questo spirito, anche se lui è a quei livelli, io ho fatto cose completamente diverse.

Un altro aspetto che mi ha sempre incuriosito è la vicinanza, nella fantasia grottesca, dei suoi cortometraggi anni ’70 con lo stile di Terry Gilliam dei Monthy Python o, prima ancora, di Yellow Submarine di Heinz Edelmann e George Dunning. Era l’atmosfera grafica dell’epoca o ci furono contatti diretti fra di voi?

Certamente, devo dire che sono cresciuto molto con certo humour inglese nel sangue. Sia dalle letture come Wodehouse, Jerome…

Mi immagino anche un maestro dei paradossi come Chesterton!

Certo, uno scrittore fantastico…

In generale, sono stato parecchi mesi in Inghilterra, i miei genitori mi mandavano a casa di una famiglia per imparare l’inglese. Frequentavo John Halas, Richard Williams e proprio il citato George Dunning. Ho preso molto il loro spirito, quello spirito inglese dell’epoca, soprattutto nella pubblicità, mi ha influenzato moltissimo. Il Sig. Rossi è proprio figlio di quei personaggi dell’epoca che si vedevano in Inghilterra in quel periodo: piatto, con gli occhi dalla stessa parte, la testa sproporzionata rispetto al corpo etc. L’Inghilterra mi ha influenzato molto, non solo per il disegno, ma anche per l’amore per il paradosso, per il surreale, elementi che mi hanno sempre affascinato tantissimo.

Molte sono state le fonti d’ispirazione, ma è difficile quantificare in quale misura mi hanno influenzato. Ad esempio in quel periodo, frequentavo molti animatori della Zagreb Film di Zagabria e studio di Praga, che elaboravano intuizioni della UPA americana con un gusto più europeo. E’ stato un bel miscuglio di influenze in cui sicuramente rientrano anche loro.