Il potere sovversivo della carta (in dodici testimonianze)

Il 19 marzo, Agenzia X pubblica Il potere sovversivo della carta, a cura di Sara Pavan. Dodici interviste che insieme costituiscono un sorprendente viaggio attraverso la storia del fumetto indipendente in Italia negli ultimi dieci anni. Un percorso condotto attraverso le parole di alcuni tra i più noti autori contemporanei, nati artisticamente proprio a partire da pratiche di autoproduzione, per raccontare com’è cambiato il modo di fare fumetto in anni di grandi cambiamenti politici, sociali e culturali. Dall’evoluzione delle tecnologie, alla trasformazione delle nuove generazioni, al rapporto con la politica, sempre a partire dalla necessità di raccontare e di raccontarsi. Dodici interviste che costituiscono una preziosa testimonianza sul passaggio di epoca e sul modo di intendere le infinite potenzialità del fumetto.

Abbiamo selezionato alcuni passaggi dalle interviste realizzate da Sara Pavan ad Alessandro Baronciani, Andrea Bruno, Francesco Cattani, Roberto La Forgia, MP5, Romina Pelagatti, Giulia Sagramola, Strane Dizioni, Alessandro Tota, Tuono Pettinato, Amanda Vähämäki e Zerocalcare.

copertina

Andrea Bruno

I ragazzi che si avvicinano oggi al fumetto mi sembrano molto bravi e preparati da un punto di vista tecnico. Partono subito a bomba, un fattore positivo, perché bisogna fare esperienza senza aspettare un’ipotetica legittimazione esterna. Un altro aspetto positivo è che ci sono molte più autrici, non solo in Italia, e la loro presenza porta nuovi input, smuovendo l’atteggiamento un po’ nerd degli uomini in generale. Ma, con le dovute eccezioni, mi pare che vengano curati principalmente gli aspetti esteriori, come confezione, grafica, promozione e comunicazione sui social network a scapito del lavoro sul segno e sulla narrazione. Sta succedendo anche nella musica, in generale nell’indie, in cui emerge un immaginario legato all’estetica del cute. È sicura- mente anche questione di gusti. Io non amo l’estetica alla Wes Anderson ormai dominante, ma bisogna anche dire che vengo da un altro mondo, in cui quando si parlava di musica indie si intendevano i Fugazi o il noise rock, non l’indie pop svedese… proprio un’altra cosa.

Alessandro Baronciani

Raccontare è difficile e penso che si debba iniziare sempre partendo da qualcosa che ci riguarda. Non per forza autobio- grafico, ma con qualcosa di vicino. Nei corsi di fumetto che ho tenuto prima per gli studenti della Scuola del Libro di Urbino, e oggi per gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Macera- ta, ho sempre riscontrato una grande resistenza al raccontare qualcosa di sé, si preferisce piuttosto una storia che appartenga ai nonni, o addirittura inventata, piuttosto che misurarsi con il proprio vissuto personale, anche fosse solo una delusione d’amore, perché è doloroso. Però sono convinto che sia un passo fondamentale per imparare a scrivere storie.

Giulia Sagramola

Adesso che chiunque può stampare i suoi fumetti in migliaia di copie, avere una rete sul territorio è importante e se si è in tanti è facile andare avanti senza ricorrere a un vero distributore. Inoltre diventa possibile essere presenti alle varie fiere di settore sparse per la penisola, dividendo equamente il carico economico e di impegno per partecipare anche a quegli eventi che danno solo rimborsi spese risicati o richiedono la partecipazione degli autori a titolo gratuito. Anche i nuovi collettivi infatti lavorano principalmente per realizzare libri che in qualche modo vanno fatti girare. In Italia non esiste una vera cultura dei contenuti web, un fumetto disegnato solo per la rete non viene ancora considerato pari a un libro stampato, anche il fatto che si debba trattare per forza di qualcosa di gratuito lo svaluta agli occhi del lettore. D’altro canto nell’underground far pagare qualcosa che è già online, è un po’ strano. E comunque fino a che non è anche su carta è come se non esistesse. All’estero invece è abbastanza comune vendere i propri fumetti in pdf.

Francesco Cattani

L’autoproduzione è un bene, ma è anche una trappola, è come Facebook, ti dà la possibilità di ricevere complimenti e commenti sul tuo lavoro, ma questi feedback rischiano di essere solo pacche sulle spalle. Pacche sulle spalle all’infinito. Forse bisognerebbe stare incollati al computer e promuovere sistematicamente ogni giorno il proprio lavoro sui social network, e magari pure produrre app e ebook dedicati (questi nuovi mezzi tra l’altro stanno modificando ed evolvendo il fumetto giorno dopo giorno, a dimostrazione di quanto questo linguaggio sia fresco e versatile e pieno di possibilità), rischiando però di preoccuparsi troppo di adattare il prodotto alle esigenze dei lettori, e questa sorta di marketing poco si sposa con l’appro- fondimento e la libertà di una ricerca artistica. L’autoproduzione si scopre con il passaparola, la ricevi dalle mani dell’autore e questo è bellissimo, è romantico, è un con- tatto umano vero. Ma con tirature bassissime e l’assenza di una vera distribuzione, dopo un anno un libro autoprodotto – per quanto valido – sarà già invisibile.

Tuono Pettinato

Il mio caso, rispetto a quello degli altri Super Amici, è diverso perché sono l’unico ad aver affiancato alla creazione autoriale superamicale una vera produzione commerciale, accettando per esempio di fare libri che cadessero in occasione di celebrazioni nazionali, come nel caso del libro su Garibaldi. Nel mio futuro vorrei continuare ad avere la capacità di ri- volgermi a diversi tipi di pubblico, continuare a fare sia libri pop commerciali, come può essere considerato quello su Garibaldi (libri che potrebbero essere letti nelle scuole, che piaceranno anche a chi non arriva dall’underground e che anzi non ne co- nosce nemmeno l’esistenza) e parallelamente continuare a fare fumetti matti, sapendo che per questi ho a disposizione altri canali. Anche nel mio prodotto mainstream mescolo il livello alto e colto con quello basso e punk, solo che si tratta di storie e argomenti accessibili a tutti, quindi ha senso pubblicarle con un editore importante; le storie che invece sono frutto dei miei deliri, intrise magari di quel citazionismo che possono capire, sì e no, quattro persone, preferisco autoprodurle per curarle in un modo che sfugge alla standardizzazione.

Roberto La Forgia

Io lo dico: le autoproduzioni non dovrebbero esistere. Lo so, le ho fatte anch’io, sia a fumetti sia in video. La mia potrebbe sembrare una stupida provocazione, ma non lo è. Ora cerco di spiegare meglio questo concetto controverso. Al giorno d’oggi la distanza tra case editrici vere e autoproduzioni non si misura più nella quantità di copie o nella qualità di stampa. Tutto è accessibile a tutti e i giovani sono anche più preparati di quanto non lo fossimo noi a utilizzare strumenti e tecnologie che consentono di ottenere prodotti di fattura professionale. Ma secondo me, se nella vita uno vuole fare i fumetti, deve desiderare che la gente li legga. Spesso il destino delle autoproduzioni è di restare all’interno del circuito degli appassionati. Per arrivare veramente alla gente serve una struttura, un distributore, anche se il numero delle copie alla fine rientra nello stesso ordine di grandezza. Io a trent’anni non posso e non voglio pensarmi nel ruolo di ideatore, scrittore, sceneggiatore, disegnatore, curatore, stampatore e distributore del mio volume, perché le energie di cui dispongo non sono infinite.

Zerocalcare

Al giorno d’oggi, non solo tra i fumettisti, ma nella società in generale, c’è molta disillusione. Penso a me stesso tredici anni fa al G8 di Genova: ero convinto che la mia vita in qualche modo sarebbe cambiata in meglio insieme a quella di tutti gli altri, perché stavamo facendo qualcosa che credevamo potesse incidere davvero. Adesso ho molto più la percezione, con tutte le virgolette del caso, che nonostante i nostri sforzi, nella migliore delle ipotesi quella che otterremo sarà una riserva indiana: una comunità che cerca di resistere ai cambiamenti negativi in arrivo dall’esterno in cui si continuerà a vivere seguendo una serie di valori, ma senza una forza propulsiva. Penso che nella società italiana questo atteggiamento di disillusione sia evidente e che alla fine le storie che raccontano i nostri fumettisti ne siano lo specchio, anche quando si concentrano sui tormenti individuali disinteressandosi della politica.

MP5

Credo che fare fumetti in Italia, a meno che non ci si occupi di seriali ad alta tiratura, sia veramente un lavoro di merda, che tu sia uomo o donna. Innanzitutto perché non è un lavoro. Il massimo a cui puoi aspirare è che ti contatti una rivista gene- ralista ad alta tiratura o un quotidiano nazionale e ti chieda di fare delle illustrazioni. Quindi alla fine lavori come illustratore o vignettista, non come fumettista, il tutto per avere i soldi per vivere mentre cerchi di fare anche i tuoi romanzi a fumetti. È una mosca bianca chi riesce a vivere di quello che incassa con i libri, bisogna raggiungere cifre mostruose in termini di copie vendute e i comuni mortali è già tanto se arrivano a mille e cinquecento copie a titolo. Fare fumetti, contrariamente a quanto pensavo dieci anni fa, è chiaramente un terno al lotto, come fare lo scrittore, rientra tra quelle attività utopiche che è difficile chiamare “mestieri”. Fare fumetti vuol dire pensare, scrivere sceneggiature, disegnare, buttare pagine e pagine che non funzionano: richiede una dedizione e un impegno che non sono equamente ricompensati.

Amanda Vähämäki

Ho bisogno di fare fumetti per puro piacere, e per me ora le autoproduzioni sono questo: un divertimento. Quando è cominciato “Canicola”, anche se non eravamo degli editori, il tormentone era: “Dobbiamo diventare professionali”, perché solo così la gente ci avrebbe presi sul serio. All’epoca gli appuntamenti dei vari festival erano l’occasione per far uscire nuovi numeri della rivista e nessuno a parte “Canicola” mi chie- deva dei fumetti: dovevo per forza rispettare quelle scadenze altrimenti non avrei combinato niente. Ma adesso ho questo progettino con Roope, si chiama Petomies, e pubblichiamo le nostre cose. Non mi importa nemmeno più di tanto di andare ai festival, a vent’anni mi sembrava di doverci andare per forza, altrimenti mi sarei persa qualcosa. Adesso vado principalmente a quello di Helsinki e poi dove mi invitano, ovviamene ci sono anche altri eventi durante l’anno a cui non posso mancare ma il festival di Helsinki è l’unico appuntamento fisso.

Alessandro Tota

In Italia quando io avevo vent’anni ci si autoproduceva per un’urgenza personale fortissima, con attitudine punk, decisamente più grezza. Adesso l’atmosfera è cambiata, però fino a qualche anno fa le fanzine erano ancora tutte fatte alla cazzo, contava il forte bisogno di esprimersi. Questo era determinato anche dalla ristrettezza dei mezzi: a parte forbici, colla, cucitrice e fotocopiatrice non c’erano molti altri strumenti alla portata di tutti. Partendo dalle prime esperienze con “Aneurisma”, pas- sando per “Canicola” fino a quando ho iniziato a lavorare al mio primo libro a fumetti, Yeti, ho sempre trovato energia nei gruppi, a costo però di sacrificarvi parte della mia identità. Solo quando mi sono trasferito a Parigi, con la grande solitudine che comporta arrivare in una città straniera, ho cominciato a trovare la mia voce. Ora, se mi capita di collaborare con una rivista autopro- dotta come “Papier Gaché” o di progettare un libro con uno dei colleghi con cui ho preso in affitto un atelier, non è più un compromesso, ma finalmente una scelta per il puro piacere di creare qualcosa assieme. Non ci si può limitare a consumare, il vero divertimento è nel fare le cose!

Romina Pelagatti

Qualcuno si è stupito che io, italiana, abbia trovato terreno fertile in Francia per diventare autrice, fondare una rivista e organizzare un piccolo festival, forse perché dall’Italia c’è que- sta visione della Francia come il paradiso del fumetto, e pare strano di nuovo che debbano arrivare a Parigi tre personaggi da barzelletta perché nasca un vero festival della fanzine nella capitale di Francia. Secondo me la chiave di tutto è stata il nostro essere outsider. Gli altri italiani che arrivano qui ci vengono per fare i fumettisti con le case editrici, io non avevo quello scopo, e soprattutto sono arrivata da ragazzina, senza alcuna vera esperienza alle spalle, senza contatti di alcun tipo. Mi sono dovuta dare da fare per creare il mio spazio, per rendere Parigi la mia città. Nel panorama francese “Papier Gaché” è davvero sui generis, nel suo piccolo ovviamente. In Francia il mondo dell’arte è molto strutturato, un po’ come la pornografia: è tutto diviso in categorie, e in un certo senso noi siamo quelli che non hanno preso posizione, che non hanno voluto scegliere tra il fumetto e l’illustrazione, che hanno messo tutto sullo stesso piano.

Strane Dizioni

Abbiamo iniziato Strane Dizioni un po’ per caso e poi ci siamo fatti travolgere, ma l’autoproduzione e la ricerca hanno sempre fatto parte della nostra vita e la pervadono totalmente. L’approccio di ricerca è un modo per essere curiosi nei confronti del mondo in senso lato. Marzia per esempio esplora molto in ambito gastronomico, grafico e teatrale, Enrico nel campo musicale. In generale non ci siamo mai accontentati della prima versione delle cose; anche incappandoci per caso, se ti scontri con la seconda versione ti accorgi che può essere molto più interessante.

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