Nello studio di Paolo Raffaelli

Questa settimana, per la rubrica #tavolidadisegno, siamo entrati nello studio di Paolo Raffaelli. Al solito, abbiamo fatto cinque domande e abbiamo scattato parecchie foto.

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A quali progetti stai lavorando attualmente?

Attualmente sono impegnato sulla nuova serie Bonelli, Adam Wild, di Gianfranco Manfredi e sto finendo il mio secondo albo (uscirà con il numero 15) e in procinto di iniziare il terzo. In un futuro spero non troppo remoto però vorrei riprendere a fare anche qualcosa come autore, ho da anni per la testa qualche storia che vorrei avesse un futuro editoriale.Tra queste anche la storia con cui ho ottenuto praticamente tutti i lavori degli ultimi anni, ma che per una serie di circostanze è rimasta inedita.

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Quali sono le tecniche che prediligi e gli strumenti che utilizzi?

Beh, intanto utilizzo fogli e portamine e solo alla fine della lavorazione passo al digitale. Uso fogli lisci, A3 che disegno abbastanza in grande, non ho esigenze particolari sul tipo di carta, ora uso la Fabriano tecnico F6, ma mi capita spesso di usarne anche altre. Sul portamine sono un po’ più esigente e a dirla tutta non ho ancora trovato uno che mi piaccia sul serio. Attualmente uso alcuni portamine con mina 0.7, di solito B o HB.

Solitamente, se lavoro solo come disegnatore, attacco subito la tavola, squadrata al tavolo luminoso e comincio a abbozzare le vignette che mi sembrano più “incisive”, anche qui poi molto dipende dalla situazione, mi capita di sapere già qualche tavola prima cosa disegnerò in una pagina, oppure di arrivare completamente alla cieca. Infatti non sempre leggo la sceneggiatura prima di lavorarci. Lo so che fa strano, farebbe strano anche a me, ma quando le leggevo tutte non riuscivo comunque mai a figurarmi che problemi lavorativi avrei trovato perché diverse cose le vedo solo e esclusivamente quando ci comincio a lavorare direttamente, per questo di solito chiedo allo sceneggiatore di raccontarmi in breve cosa accade nella storia, una specie di riassunto per sommi capi per sapere cosa mi troverò davanti.

Sono poi un discreto maniaco della documentazione, ho una discreta biblioteca, ma devo dire che ormai la massima parte la trovo su internet, certo è che bisogna anche sapere cosa cercare…

Mi capita molto spesso di cominciare a inchiostrare qualche vignetta ben prima di finire la matita e a proposito di inchiostrare, uso una varietà piuttosto estesa di pennarelli, brush pen e marker, ogni tanto mi prendono delle fisse per qualche strumento che non conoscevo (di solito proveniente dal sol levante), mi cattura e per un po’ uso solo quello, poi, con una certa regolarità, torno a dei comunissimi Stabilo Pen 68.

Lavoro con le vignette “a vivo” e solo in un secondo tempo, finito l’inchiostro passo tutto allo scanner e metto i contorni di gabbia e vignette, faccio qualche correzione e, se è il caso, metto balloon e lettering. Invece, se anche la storia è mia lavoro prima di tutto su fogli A3 leggerissimi in cui imposto la coppia di pagine pari/dispari e in cui comincio direttamente con la regia, come fosse uno storyboard e poi al lato metto indicazioni, testo e dialoghi.

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Quali abitudini hai quando ti predisponi al disegno?

Come dicevo sopra, non sono particolarmente abitudinario, diciamo che mi siedo al tavolo e parto, quando non perdo tempo con altro, eheheh… Ascolto musica, quello sì, quasi sempre, spesso ripetendo anche brani e album in loop. Sono figlio, nipote, fratello e cugino di musicisti, quasi tutti jazz e non ricordo periodi della mia vita in cui la musica non fosse presente, sono abbastanza onnivoro, come gusti, con una predilezione per i gruppi rock storici come i Pink Floyd e i Genesis, per Frank Zappa, per Miles Davis, e per tutta la musica nera degli anni ‘70, da James Brown a Isaac Hayes, Hancock, Curtis Mayfield, i Funkadelic. Capitolo a parte poi per i compositori di colonne sonore, su tutti Morricone, ma anche Trovajoli, Rota, John Barry, Henry Mancini, Bernard Herrmann. Ultimamente ho una fissazione per Joe Hisaishi e le sue musiche per i film di Kitano.

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Quali sono gli autori di riferimento?

Principalmente quelli di cui tengo gli albi sul tavolo da lavoro, Micheluzzi, che considero il più grande narratore di storie a fumetti di tutti i tempi, Toth, Battaglia, Milazzo, Mignola. Poi una serie di grandi illustratori, soprattutto americani degli anni ‘40, ‘50 e ‘60, come Sickles, Fawcett, McGinnis e tanti altri, e Pinter, ovviamente.

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Guardando il tuo lavoro, la costruzione delle tavole, soprattutto il taglio dell’inquadratura delle tue vignette, si nota un’impostazione cinematografica, una notevole cura nella ripresa della scena, questo deriva da una tua passione per il cinema, per la fotografia? Che rapporto hai con queste arti?

Il cinema è sicuramente una delle mie grandi passioni, fin da quando ero molto piccolo ricordo che la magia delle immagini in movimento mi catturava senza scampo. Crescendo questo amore è stato nutrito oltre che dalle tante sale cinematografiche che si trovavano a Roma, soprattutto dalla televisione, allora solo Rai, che trasmetteva continuamente film di grande levatura.

In effetti ogni volta che penso a una tavola la penso come fosse un film e poi la traduco in immagini statiche, cercando il taglio di inquadratura che secondo me si addice maggiormente a ogni vignetta. Amo avere in campo oggetti o personaggi molto vicini in relazione alle figure in secondo piano, amo le figure che “sbordano” dalla vignetta, come fossero quasi lì per caso, amo stare addosso ai personaggi che molto spesso isolo completamente dallo sfondo. La fotografia invece mi affascina di meno del cinema, ma anch’essa ha un grande impatto nel mio lavoro, soprattutto per quanto riguarda la documentazione e la capacità di immergersi in un preciso momento storico.

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Fotografie di Stefania Nebularina