Recensioni Classic I sogni lucidi dell’ultima avanguardia: trenta anni di Valvoline

I sogni lucidi dell’ultima avanguardia: trenta anni di Valvoline

«Credo che i tempi siano maturi per capire quello che abbiamo fatto. Noi, e anche gli altri». Sono le parole di Marcello Jori che chiudono la prima parte di Valvoline Story, il catalogo della mostra omonima ospitata dalla Fondazione Del Monte, a Bologna, fino al 21 aprile. La storia del gruppo Valvoline comincia ufficialmente col primo inserto autogestito per la rivista «Alter Alter» nel gennaio 1983 – ma i percorsi di Igort, Brolli, Mattotti, Kramsky, Jori e Carpinteri già s’incrociano da qualche tempo – e finisce poco a poco, per effusione e progressiva divergenza di percorsi, prima che si chiuda il decennio. Trent’anni dopo, una volta reso alla nostalgia l’inevitabile tributo, del gruppo Valvoline dovremmo soprattutto riconoscere l’eredità, i semi germogliati e gli altri rimasti chiusi, ma ancora potenzialmente fecondi. Tuttavia, prima che come un invito, la frase di Jori vorrei assumerla come il sintomo, chiaro e persistente, di un’attitudine: alla lettura critica del fare artistico, alla densità concettuale, all’autocoscienza del proprio mestiere.

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I sogni (anche i giochi, anche i deliri) dei Valvonauti tendevano a essere lucidi, e il loro gruppo è stato un’avanguardia. Il termine si può prendere alla lettera, o quasi. E non tanto per gli esibiti riferimenti a quelle storiche (Dada e Futurismo con maggiore insistenza programmatica), ma perché per il fumetto degli anni Ottanta parlare di avanguardia non è un anacronismo e tantomeno un modo di dire. C’era una tradizione da sconvolgere e riorganizzare radicalmente, territori sconosciuti che si aprivano e un futuro da progettare. Nuova e compiuta, nei Valvonauti, era la consapevolezza dei poteri del fumetto. Con al centro la fede nel disegno, poterono contaminarsi con altri linguaggi, esplorare altri ambiti: la permeabilità con l’estetica musicale, la contiguità con la scena artistica negli anni del “miracolo bolognese”, l’esuberanza della moda e del design che, nelle mani di alcuni di loro, non è soltanto suggestione visiva, ma anche orizzonte tematico. Il discorso sugli oggetti, tutto giocato su una corda tesa tra ironia e struggimento, a guardarlo oggi, rivela un valore politico, e in anni in cui la politica sembrava poter essere radicale solo per via di paradosso.

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Allora, per cercare di capire, potremmo seguire il filo della guerra endemica che i valvonauti mettono in scena tra caldo e freddo, organico e inorganico, corpo e macchina: gli «Ambienti ammobiliati di personaggi» (Brolli), i personaggi che sono «una cifra di umanità» (Igort), la quasi intercambiabilità di esseri umani e poliedri in Carpinteri, i fucili che uccidono le anime di Jori fino alla deflagrazione delle passioni rimosse con cui Mattotti, disegnando Fuochi, allunga di fatto la sua distanza dalla poetica condivisa. Potremmo continuare per questa strada, investigando i territori comuni e coinvolgendo nell’indagine i due grandi valvonauti “part-time”: Charles Burns e Massimo Mattioli; ma è forse più corretto usare il poco spazio rimasto per ribadire, con qualche spunto di riflessione, quanto i membri del gruppo fossero diversi e quanto questa diversità fosse produttiva.

 

L’articolo prosegue sul numero de “Lo Straniero” n.167. Raccoglie una lunga serie di testimonianze estratte da Valvoline Story (Coconino Press, 2014), firmate da Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Igort, Marcello Jori, Lorenzo Mattotti. 

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