La fortezza: mattina, pomeriggio e sera

La serialità a fumetti è una severa maestra. Prevede l’adesione a regole ferree capaci di  attrarre, affascinare, tranquillizzare, consolare e trasformarsi addirittura in ambiente. Personaggi riconoscibili e immutabili, in condizione di instabilità emotiva e alla ricerca di qualcosa, devono confrontarsi con nemici sempre più stimolanti, senza perdere la fede. E, alla fine dell’episodio, devono ripiombare nella condizione di instabilità iniziale.

Le serie, diciamocelo, sono dispositivi narrativi un po’ reazionari. Nessun salto quantico, nessuna variazione importante. Molto spesso hanno un istinto di conservazione fortissimo e perdono sistematicamente la memoria del proprio passato, come succede nelle avventure di Tex, Diabolik e Topolino. Altre volte, in un fremito di progresso ed evoluzione, contengono elementi di continuity e riescono a essere quasi riformiste.

Per rimanere fedeli alle aspettative dei lettori, le serie spesso aderiscono a generi narrativi. Più il genere è strutturato e riconoscibile, più è facile che la serie mostri fedeltà.

Mi pare che, tra tutti i generi, quello più riconoscibile in assoluto, il più strutturato, sia anche quello più noioso: il fantasy. Tutti gli appigli che mostra verso l’esterno, perché le storie possano aderirvi con sicurezza, consentono arrampicate facili. Il fantasy, in apparenza, è una scalata pericolosa, di quelle da free climber esperto e spericolato, ma, a ben vedere, ha coerenza strutturale tale da sembrare una lunga scalinata: poca fatica, tanta noia.

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Gli elementi di superficie sono semplici: ci vuole un medioevo fantastico con creature leggendarie, città che proteggono dai pericoli che vengono da fuori, una minaccia incombente, mappe che indicano le aree di rischio, foreste in cui avventurarsi, compagnie di eroi e una ricerca che funga da motore del racconto.

Già. Un sacco di vincoli. E anche l’autore meno dotato e meno fantasioso può muoversi con sicurezza in un territorio su cui un cartografo, bugiardo ma con una bella grafia, ha scritto “Hic sunt leones”.

Certo. Il fantasy è mediamente pattume ma, in mezzo a tutti quelli che scorrazzano per le verdi, sconfinate, praterie di tedio e sbadiglio, ci sono anche autori per i quali i vincoli sono un catalizzatore di narrazioni inaspettate.

Prendi Lewis Trondheim e Joann Sfar, per esempio. Due signori che, nella loro carriera, hanno frequentato spesso i generi e i vincoli.

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Trondheim, da sempre, subisce il fascino urgente delle forme di narrazione potenziale: molto spesso, per i suoi fumetti, sceglie un vincolo e ci struttura intorno un racconto, assecondando la regola dell’Oulipo che vuole che i narratori siano ratti che costruiscono, con le proprie zampe, il labirinto da cui devono uscire.

Sfar è un appassionato di fantasy, capace di raccontare, in caduta libera e per centinaia di pagine, mondi fantastici, colmi di orchi, vampiri e alberi viventi, restituiti ai lettori dopo essere stati immersi in un bagno di cosmogonie ebraiche sempre irriverenti.

Nel 1998, in marzo e in ottobre, i due autori, insieme, pubblicano per Delcourt i primi due volumi della serie Donjon. Il primo volume si intitola “Cœur de canard” e inizia così:

“Quattro torri nere, la più alta delle quali è visibile a dieci giorni di cammino. Una porta di piombo nascosta nel cuore di paludi infette. Chilometri di corridoi tappezzati di muschio e salnitro. Scale, montacarichi, gradinate che scendono nelle viscere della terra. È la fortezza. È la mia fortezza!”

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La fortezza, il donjon, è il luogo amministrato dal guardiano Hyacinthe de Cavallère. Montagne di tesori che aspettano solo che gli avventurieri più coraggiosi cerchino di rubarli. A fare la guardia ai tesori ci sono mostri, progressivamente sempre più forti, che uccidono gli avventurieri, garantendo il progressivo accatastarsi di bellissime armature, di tesori rubati in precedenza, di incantesimi e di armi magiche.

Tra le mura della fortezza si sviluppano le avventure del papero Herbert de Vaucanson e del drago Marvin, entrambi destinati a un futuro straordinario.

Quei due volumi definiscono le atmosfere di una serie che porta addosso le stigmate del successo. Avventura, comicità e grande ritmo del racconto: “Donjon” sembra essere un “Asterix” pensato per i lettori del XXI secolo.

Nel corso dell’anno successivo, il 1999, Sfar e Trondheim violano per la prima volta le aspettative del pubblico. I due fumettisti fanno uscire altri due volumi del ciclo “Donjon” ma quei libri, in costa, non riportano i numeri 3 e 4 come sarebbe stato lecito attendersi. Per l’occasione i due primi volumi vengono ristampati con una strana modifica nel nome della serie. S’intitolano, ora, “Donjon Zenith” e questo improvviso cambiamento sta a significare che quegli albi raccontano il periodo di massimo fulgore della fortezza. I due volumi inediti, invece, hanno caratteristiche particolarissime, tanto nel titolo quanto nella numerazione: il primo, numerato 101, riporta in testata la dizione “Donjon Crépuscule”, cioè il tramonto della fortezza; il secondo, numerato -99, “Donjon Potron-Minet”, l’alba. Con questi due nuovi frammenti la struttura della serie diventa evidente. Gli albi “Potron-Minet”, scritti dal duo e disegnati da Christophe Blain, raccontano gli anni della formazione di Hyacinthe, prima che egli diventi il custode. Gli albi “Crépuscule”, realizzati da Trondheim e Sfar, sono dedicati agli ultimi anni della fortezza.

Da questo momento, l’arco narrativo, pur rimanendo estremamente coeso e coerente, procede in parallelo sui tre piani temporali. Questa progressione del racconto viola le regole della serialità. Il lettore sa da subito quale personaggio morirà, chi si innamorerà di chi, quale di queste figure antropomorfe diventerà malvagia… Quello che non può sapere è come queste cose succederanno. Alcuni eventi che, alla prima lettura, erano parsi esilaranti, per il loro oscillare tra l’assurdo e l’eccessivo, assumono un senso tragico quando se ne scoprono le origini nel passato (o le conseguenze nel futuro). Nella lettura di “Donjon” il cliffhanger, la sospensione improvvisa dell’azione mentre gli eroi corrono incontro a morte certa in attesa dell’episodio successivo, perde senso. Il vero godimento sta nelle voragini che si aprono tra i volumi.

Mentre sviluppano le tre linee narrative parallelamente, Lewis Trondheim e Joann Sfar decidono di complicare ulteriormente la struttura del racconto. A partire dal 2000, iniziano a uscire i volumi di “Donjon Parade” che raccontano avventure brevi e autoconclusive, prive di ripercussioni sul futuro della saga, che si sviluppano tra il primo e il secondo volume di “Donjon Zenith”, cioè quando ancora Herbert non è diventato un guerriero capace di distruggere gli avversari con una piuma e un bastone. I disegni di questi fumetti, che si risolvono in sole 32 pagine contro le 48 di tutti gli altri volumi, sono di Menu Larcenet.

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Nel 2001, Delcourt inizia la pubblicazione di “Donjon Monster”, ciclo scritto sempre da Trondheim e Sfar e disegnato da ospiti bravi e spesso realmente inattesi: compaiono così albi disegnati da Jean-Cristophe Menu (che si dedica a uno di quegli volumi a colori da 48 pagine il cui formato ha sempre giudicato con asprezza), Andreas, Yoann, Blanquet, Blutch, Carlos Nine, Patrice Killofer…

Caratteristica di “Donjon Monster” è di raccontare episodi che si collocano, senza prestare, in apparenza, alcuna attenzione alle aspettative del pubblico, in un qualsiasi punto del racconto, a un livello, che corrisponde alla numerazione dei volumi, compreso tra -400 e 111.

Le vicende del “Donjon” si ricompongono, davanti allo sguardo del lettore, come i tasselli di un puzzle, gettati con malagrazia immotivata sul tavolo. Richiedono attenzione: esigono che il lettore li guardi con attenzione, li soppesi, li giri tra le mani e li sistemi al loro posto, dove potranno aderire a tutti gli altri frantumi narrativi che offrono le sporgenze idonee all’incastro.

Il gioco narrativo procede coinvolgendo i due autori che sembrano divertirsi sempre di più. Dopo i due volumi per anno editi nel 1998, nel 1999 e nel 2000, il ritmo di pubblicazione si fa più serrato: tra il 2001 e il 2008 escono ventisette volumi. Nel 2009, uno solo e la serie si interrompe.

Una pausa insopportabile.

Dopo cinque anni di silenzio, il 15 marzo sono usciti gli ultimi due volumi di “Donjon”.

Ora sono lì, appoggiati sul fondo della pigna che si sta abbassando rapidamente, al ritmo delle mie letture, e presto avrò in mano il volume numerato 111 e intitolato “La Fin du Donjon”.

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Negli anni, ho letto i volumi in ordine di pubblicazione. Ora li sto rileggendo in ordine cronologico. Il divertimento resta, lo stupore è un po’ attenuato.

Se vuoi provare a leggere questa serie, ti consiglio di cercare i pochi volumi usciti in italiano (tre “Donjon Zenith” per Phoenix e due “Donjon Crépuscule” per Magic Press). Poi, siccome non potrai farne a meno, cercali nell’ordine in cui sono usciti in Francia. E godi dei vincoli.

[Si chiude con questo video che, apparentemente, non c’entra niente]