Focus Opinioni Mark Millar, l'uomo che amava farsi odiare

Mark Millar, l’uomo che amava farsi odiare

Fossi uno sceneggiatore di fumetti, probabilmente odierei Mark Millar. Anzi, quasi quasi lo odio comunque. Pur non avendo nessuna velleità da scrittore. Pur avendo letto con una certa soddisfazione buona parte della sua produzione. Pur aspettando ogni suo progetto con una certa apprensione. Ma il fatto è che no, non riesco proprio a farmelo stare simpatico. Rido delle sue spacconate, apprezzo il suo impegno filantropico – eppure l’invidia è una bestia dura da debellare. E riesce sempre ad averla vinta.

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Se volete qualche buon motivo per fingere di non ammirare, con struggimento fanciullesco, l’ascesa di questo ex-sindacalista, eccovi un rapido riassunto della sua carriera. Potrebbe esservi di aiuto.

Millar viene introdotto nel mondo del fumetto da Grant Morrison – già superstar – che decide di prenderlo sotto la sua ala protettrice e fargli da spalla durante tutto il suo apprendistato tra la rivista “2000 AD” e le collane Vertigo. E siamo già oltre i più rosei sogni di gloria della maggior parte degli aspiranti sceneggiatori. Nel 2000 decide di sganciarsi dal suo mentore e finisce a scrivere la seconda serie di Authority, all’epoca forse la serie statunitense più in vista.

Se il fatto di ricevere il testimone da un Warren Ellis in stato di grazia – alla faccia del “lasciarti il pubblico caldo” – non fosse già abbastanza irritante, aggiungete l’innegabile perfezione con cui la testata si adattò alle idee dello scozzese. Un enzima che permise a Millar di scatenarsi, col risultato di proiettarlo verso la Marvel, all’epoca in piena ristrutturazione. Erano gli anni in cui la dirigenza della Casa delle Idee, a pochi passi dalla canna del gas, stava rischiando il tutto per tutto puntando sui giovani.

Il buon Mark era una delle nuove leve più in vista del momento, e in men che non si dica gli venne affidato l’incarico di seguire alcuni tra i progetti più importanti del rilancio. Da un sacco di intuizioni già contenute in Authority, nascono gli Ultimates, pietra di volta della ‘nuova’ Marvel. E’ un successo planetario. Per i cinque anni seguenti viene coccolato da chiunque. Gli viene concessa ogni cosa e riesce a mettere le mani ovunque. Il culmine di questa parabola ascendete è Civil War, uno dei due/tre megacrossover Marvel di cui vale la pena recuperare i volumetti.

Nel frattempo prende forma il concetto di Millarworld. Una sorta di “brand editoriale” spalmato su più editori, ma costruito attorno allo stesso autore. Pare il prodotto di un Millar dotato ormai di un ego fuori scala, capace di ammantare l’attesa di ogni sua nuova uscita di un alone sospeso tra fanatismo e curiosità snob. Sono gli anni di Kick-Ass, Wanted, War Heroes, Chosen e The Unfunnies. Più o meno il periodo in cui l’autore si avvicina a una nuova passione: la creazione di proprietà intellettuali da vendere a peso d’oro in quel di Hollywood.

Il suo modus operandi è chiaro. Prende un’idea davvero forte, pubblica qualche numero strepitoso e poi la vende a qualche produttore. Tanto, i finali non è mai stato capace di scriverli – meglio quindi evitare di perderci altro tempo. Inoltre, rende pubblico l’accordo secondo cui i proventi di ciascuno dei suoi titoli (film, ristampe, merchandising) vengono divisi al 50% con il disegnatore. Potrebbe essere questa la ragione grazie alla quale ogni ideuzza che il nostro riesce ad abbozzare finisce con l’essere messa su carta dalle più grandi matite del fumetto statunitense. Capaci magari di colmare, con il loro indubbio talento, un sacco di lacune in fase di scrittura.

Una gran bella carriera, tutto sommato. Soprattutto viste e considerate le abilità di Millar come sceneggiatore tradizionale. I suoi, infatti, sono fumetti fracassoni, basati sulla rapidità di lettura, sulle spacconate e sull’alzare di volta in volta l’asticella dell’accettabile. La capacità di orchestrare narrazioni a lungo termine, invece, è scarsina. Anche le sue abilità promozionali, in fondo, non si distanziano molto dall’alzare la voce ogni volta di più. Annunci roboanti su annunci roboanti – seguiti dal solito teaser minimale con misterioso logo della nuova serie.

Tuttavia, Millar ha una dote che non si può imparare da nessuna parte: riesce sempre a capire, un momento prima di voi, dove tirerà il vento.

Mark Millar ha anticipato la concezione Hollywoodiana di supereroe adulto & maturo (che ben poco centra con Patt Mills e Alan Moore), l’umorismo dei Marvel-movie, la svolta iper-negativa del fumetto classico, l’esplosione del fenomeno nerd, l’autoproduzione “professionale”. E vi chiedete ancora come possa avere un lavoro da consulente strapagato alla Fox? Andiamo, siate onesti. Quest’uomo sa prima di voi cosa volete trovare in fumetteria. E di volta in volta riesce a servirvelo nella migliore maniera possibile (almeno per i primi 2/3 numeri). Avere una simile capacità di analisi delle richieste inespresse del pubblico significa leggere il presente in maniera cristallina, una proprietà che gli permette di rimanere perennemente sul pezzo e di fare di questa cosa la matrice principale della sua *poetica*. Non proprio una cosa da poco.

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E arriviamo all’attualità. Dopo anni di proclami “indipendentisti”, ecco che Mark Millar ritorna alla Image, prima con Jupiter’s Legacy e ora con Starlight, una serie di fantascienza classica. O meglio – pronti al capolavoro di opportunismo? – con una serie ambientata nel freddo mondo moderno, in cui un eroe intergalattico in pensione decide di mollare tutto per tornare a volare su bizzarri razzi verso mondi stralunati.

Idea banale? Ok. Eppure lo dicevano anche di Kick-Ass. Titolo diventato in pochissimo tempo una miniera di denaro. E se continuo a tirare in ballo il volgare lato pecuniario della cosa è per dimostrare come qui di fumo ce ne sia poco. Quest’uomo è una macchina. Così scaltro e cinico nel passare da uno stile all’altro che, dopo anni trascorsi a cercare di stupirci con il turpiloquio più annichilente, ora decide di tornare su suoi passi come nulla fosse. Starlight è una serie raffinata, improntata sull’empatia con il protagonista e sulla ricercata eleganza delle tavole (a opera di un Goran Parlov in gran forma). Un fumetto “popolare d’autore”, verrebbe da dire.

Piuttosto che un banale scimmiottamento del generale trend super-pensionati – moda comunque ancora orfana di un rappresentante degno – mi azzarderei a dire di avere ancora una volta tra le mani una sottile metafora dei desideri di una grandissima fetta di pubblico. Millar non è il primo ad arrivarci, sia chiaro. A lui non è mai interessato passare per l’artista visionario. Vuole essere solo il primo a piazzare migliaia di copie afferrando al momento giusto un’idea già nell’aria da un po’ di tempo. Non sarà certo lui a generarla, ma sarà il più rapido a renderla profittevole.

Detto questo, non possiamo che essere felici di questa nuova svolta. Perché dai primi due numeri pare di avere tra le mani una serie inattaccabile, con un protagonista mai scontato eppure comprensibilissimo nei suoi colpi di testa. La narrazione procede con classe, evitando i soliti giochini da blockbuster per richiamare l’attenzione (Wolverine: Nemico Pubblico vi dice nulla?). Il tono è garbato, stabile come una quercia nonostante ci si prospetti l’esplorazione di mondi lontani e incomprensibili. Sembrerebbe quasi uno di quei bei fumetti di una volta, verrebbe da dire. E per una volta non si parla di metalinguaggi post-moderni, ma di maturità. Nel primo numero si parla di solitudine, morte e scelte sbagliate. E che lo si faccia nel modo giusto lo si capisce dal fatto che non ci sono risposte o frasi a effetto a guidare il lettore. Che Mark Millar stia diventando grande?

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Se vi occorreva una ragione in più per detestarlo, eccovela fornita. Dopo anni passati a macinare successi, attirando le ire di un sacco di detrattori refrattari alla sua scrittura rozza e didascalica, ecco che Millar si mette a gettare – come se nulla fosse – le basi della sua serie più matura e compiuta. O almeno così sembrerebbe dal primo paio di numeri, un po’ presto forse per escludere l’ennesimo colpo di genio commerciale. Come si evolveranno le cose lo sapremo tra qualche mese. In ogni caso lo scozzese vince tutto, ancora una volta.

Leggi anche:
Mark Millar, il pallonaro dei fumetti

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