Focus Profili Mamoru Oshii, regista e fumettista, da 'Kerberos' a 'Meiji'

Mamoru Oshii, regista e fumettista, da ‘Kerberos’ a ‘Meiji’

Quello di Mamoru Oshii è un nome familiare a tutti gli appassionati di cinema e fumetto, da quando, negli anni Novanta, sugli scaffali delle videoteche e degli allora “negozi specializzati” (il termine “fumetteria” era di là dal diffondersi) comparve la VHS di Ghost in the shell. A distanza di anni, su questo film sono stati versati fiumi d’inchiostro, scritte tesi di laurea, pubblicati libri – e tutt’oggi non è invecchiata di un giorno. Si tratta dell’adattamento dell’omonimo manga di Masamune Shirow. A dir poco criptico, soltanto la regia di Mamoru Oshii riuscì a rendere la materia digeribile per tutti, facendo entrare di diritto il film – molto più che il fumetto – nell’olimpo degli anime essenziali del XX secolo.

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Non tutti sanno, però, che al tempo di Ghost in the shell (1995), Mamoru Oshii aveva già alle spalle vent’anni di carriera – non solo come regista e animatore (di serie celebri come Lamù e Patlabor), ma anche come fumettista e romanziere. Nei primi anni Ottanta si era infatti cimentato con il soggetto di un capitolo extra di Lamù, e in seguito ha scritto diversi volumi per la saga – ormai ventennale – Kerberos, ma nessuna di queste opere è mai arrivata in Italia. Tra gli anni Novanta e Duemila, inoltre, ha scritto anche alcuni romanzi legati agli stessi universi narrativi da lui creati, tra cui una serie dedicata ad Avalon (film dal vivo da lui diretto nel 2001), un volume su Blood the last vampire (OAV del 2000 sceneggiato da lui) e ancora spin-off in forma di romanzo relativi a Kerberos.

L’aspetto meno noto di Mamoru Oshii è dunque la sua poliedrica versatilità, che naturalmente non si è interrotta dopo la creazione del film per cui verrà sempre ricordato, ma è andata avanti inarrestabile. È infatti del 2011 il suo ultimo soggetto per un fumetto, ovvero Meiji – una restaurazione canina (qui in anteprima), disegnato da Tetsuya Nishio e in uscita in questi giorni anche in Italia per Hikari / 001 Edizioni, dopo la presentazione in anteprima a Napoli Comicon. Il solo altro manga scritto da Mamoru Oshii e disponibile in italiano è Seraphim – 266613336Wings, uscito nel 2013 per Panini. Entrambi sono manga piuttosto sui generis.

Mamoru Oshii

Seraphim si avvale dei disegni di Satoshi Kon, un altro nome noto ma di certo non per le sue doti di disegnatore, peraltro eccellenti (basti pensare al suo Opus). È infatti il compianto regista, prematuramente scomparso, di lungometraggi come Perfect Blue, Tokyo Godfathers e Paprika. Un progetto dunque molto ambizioso, nato dalla collaborazione tra due registi di fama riconosciuta. Uscito a puntate tra il 1994 e il 1995 in Giappone, è un’opera rimasta incompiuta a causa di divergenze creative tra i due autori, ed è stata raccolta in volume solo dopo la scomparsa di Kon.

La vicenda si svolge in un futuro (o presente) distopico, in cui la popolazione dell’Eurasia è stata decimata da un virus portato, secondo la leggenda, dagli uccelli. Chi viene contagiato soffre di allucinazioni e subisce mostruose mutazioni, fino a giungere a una morte certa. Battezzata “malattia degli angeli”, viene contrastata mediante un cordone sanitario imposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che usa qualunque metodo per isolare ed eliminare le popolazioni colpite. Questa più o meno l’ambientazione in cui si collocano i protagonisti, tre “inquisitori” scelti dall’OMS e una bambina misteriosa, in viaggio tra regioni della Cina in guerra tra loro. La trama è complicata, verbosa, ricca di macchinazioni e complotti. In un solo volume Mamoru Oshii descrive un intero mondo e le sue deformazioni, carica il testo di note esplicative riguardanti la storia della Cina e affronta temi a lui cari come la tirannia dei potenti e l’evoluzione dell’uomo, tanto da ricordare sotto certi aspetti le tematiche di Evangelion (che, il caso vuole, cominciò a essere trasmesso in Giappone in concomitanza con l’interruzione di Seraphim). Di certo un’opera dalle grandi ambizioni e di amplissimo respiro, quasi uno storyboard già pronto per farne un film.

Meiji, una restaurazione canina è invece un esperimento quasi surreale, un fumetto che si fatica ad associare al nome di Mamoru Oshii. Si tratta di un manga di genere “canino”, un wanwan mono (letteralmente “oggetto bau bau”), in cui tutti i personaggi hanno le fattezze di cani, come nelle famose serie animate degli anni Ottanta Il fiuto di Sherlock Holmes (coproduzione italo-giapponese con la regia di Hayao Miyazaki) e D’Artacan e i tre moschettieri (coproduzione ispano-giapponese). Le vicende narrate sono quelle accadute nel Bakumatsu, ovvero gli ultimi turbolenti anni del Periodo Edo giapponese (dal 1853 al 1867), che posero fine al sistema feudale dello shogunato.

Si tratta di una sorta di romanzo storico, suddiviso in otto capitoli per altrettanti personaggi dell’epoca realmente esistiti, le cui vite sono tratteggiate con accuratezza ma anche con una robusta dose di ironia. E non dimentichiamo che sono tutti raffigurati come cani! Il tratto di Nishio (anch’egli normalmente dedito all’animazione più che ai manga) è umoristico, e il tono è quello della parodia, ma Mamoru Oshii sfodera di nuovo una profonda conoscenza dei fatti storici narrati e la sua sceneggiatura è ricca di spunti personali e opinioni precise e dirette. Ad esempio il celeberrimo samurai Ryoma Sakamoto è definito “il Che Guevara giapponese”, uno che è passato alla storia più per l’aura da rivoluzionario romantico morto assassinato che per effettivi meriti politici. Tra un capitolo e l’altro ci sono anche esaustive e interessanti chiacchierate tra i due autori e l’editor Ono, e in questi spazi Oshii si prende ancora più libertà (come quando afferma che in Giappone non esiste una classe borghese, che le rivoluzioni non sono mai venute dal popolo ma sempre dalle classi al potere, e che i dirigenti della TEPCO dopo il disastro di Fukushima sono stati addirittura compatiti, mentre in Cina o in Russia sarebbero stati fucilati). La sua sagacia non risparmia nemmeno un mostro sacro come Miyazaki, da lui chiamato Miya-san, e in più di un’occasione sottolinea la rivalità tra i due e le differenze nel modo di gestire il lavoro e la fama. Allo stesso modo Mamoru Oshii prende in giro se stesso, dipingendosi spesso come un cialtrone svogliato.

Più che un generico “fumetto” lo si potrebbe definire “ricostruzione storica illustrata con toni umoristici”, dove le didascalie hanno sempre la meglio sui balloon. Di certo è un lavoro minuzioso e impegnativo, che mette in luce in più di un’occasione lo spirito ribelle del suo autore. Non dimentichiamo che Oshii partecipò attivamente, in Giappone, ai movimenti studenteschi degli anni Settanta. Già allora era evidente in lui l’intolleranza verso il potere e i potenti.

Con questo stesso nucleo tematico, in qualche modo, Mamoru Oshii si è da sempre confrontato. Non si può infatti evitare di ricordare la Kerberos Saga, per certi versi il lavoro di una vita: un corpus di opere di diversa natura ambientate tutte nello stesso universo alternativo, in cui organizzazioni militari e polizia di stato si scontrano con gruppi anti-governativi terroristici. La saga, di cui egli stesso detiene il franchise, nasce sottoforma di radiodramma nel 1987 e si dipana attraverso numerosi media, tra cui film dal vivo, film d’animazione, fumetti e romanzi. Una continuity così complessa ne ha reso difficile l’esportazione al di fuori del Giappone, in Italia ad esempio abbiamo visto soltanto il film Jin Roh (soggetto di Oshii, regia di Hiroyuki Okiura), ignorando che facesse parte di un progetto ben più vasto.

Mamoru Oshii ha sempre declinato il suo talento in molteplici forme, anche solo come soggettista o sceneggiatore, e l’impressione è che quello che abbiamo visto in occidente non sia che la punta dell’iceberg di una produzione sterminata e impegnativa. I suoi fumetti, come i suoi film e i suoi romanzi, creano mondi ben definiti e autentici, protagonisti di vere e proprie saghe, e aprono le porte su realtà sconosciute o lontane (come nel caso di Meiji) facendone assaporare tutta la complessità. Non è dono da poco, non è narrazione da poco.

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