Focus Profili Dylan Dog: il sorriso dell'oscura signora. Intervista a Nicola Mari

Dylan Dog: il sorriso dell’oscura signora. Intervista a Nicola Mari

In occasione della riedizione Bao Publishing di Dylan Dog – Il sorriso dell’oscura signora, abbiamo intervistato il disegnatore Nicola Mari.

Per chi non ne fosse a conoscenza, la genesi della storia, scritta da Tiziano Sclavi (su soggetto di Mauro Marcheselli) e pubblicata nel febbraio del 2000 sul numero 161 della serie regolare, è stata molto tormentata: fu disegnata in uno stile completamente diverso, così tetro, così crepuscolare, così materico e sporco da indurre lo stesso artista a chiedere di poterla ridisegnare quasi interamente.

Leggi l’anteprima della riedizione de Dylan Dog – Il sorriso dell’oscura signora

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Rivedendo le tavole disegnate ai tempi per “Il sorriso dell’oscura signora”, come le hai trovate? Che rapporto hai con i tuoi lavori del passato? Ti piacciono oppure come buona parte dei fumettisti a distanza di pochi mesi già inizi a notare solo i difetti?

Le tavole de “Il sorriso dell’oscura signora” rappresentano una soglia, il momento di svolta del mio percorso di autore, ed è in questa chiave che le vedo, per quello che sono. Rivedere le mie tavole comporta sempre una sorta di conflitto tra la dimensione autocritica (senza la quale non ci sarebbe avanzamento) e quella emotiva e affettiva, poiché ogni lavoro rappresenta una tappa professionale ed esistenziale.

Cosa significa emotivamente per un disegnatore rimettersi a lavorare da capo su una storia quasi conclusa? immagino che per realizzare le tavole della prima versione fossero occorsi qualcosa come cinque mesi. Mentre lavoravi alla storia eri consapevole di starti allontanando forse troppo dal canone? C’è stato dello scoramento, o l’hai vissuta subito come una nuova e stimolante sfida.

Il disegno della prima versione de “Il sorriso dell’oscura signora” era profondamente viscerale e cerebrale insieme, estremo ed espressionista. Era l’effetto di un vero e proprio affondo nella mia dimensione folle; unico luogo possibile da cui poter trarre idee e contenuti che, solo entrando in relazione dialettica con la componente razionale, possono portare ad un risultato creativo, termine che amo poco, ma tanto per intenderci… Nel periodo in cui disegnavo “Il sorriso dell’oscura signora” il dialogo era, come dire, autoreferenziale, un soliloquio della parte folle con se stessa. Ma anche la follia possiede una sua geometria, una sua norma, la mia norma in quel preciso momento. Una follia molto razionale, dunque, che mi rendeva sostanzial-mente inconsapevole del mio scompaginare i “fondamentali”del fumetto, non solo bonelliano.

Improvvisamente, quasi risvegliandomi da una sorta di possessione, iniziai a vedere il mio lavoro in modo più “lucido”, avevo recuperato “la follia della ragione”. Quindi l’urgenza di tornare al fumetto, al mio linguaggio, a me stesso. Ciò coincise anche con le esigenze della redazione che non mancò di manifestare le sue forti, e più che plausibili, perplessità. Decisi allora, con il consenso della redazione, di ridisegnare l’intera storia. Si trattò di rimodulare tutto il mio approccio mentale al disegno. Una rinascita reale, non formale, perciò non indolore.

Nulla di romantico in tutto ciò, stile “tormento da artista maledetto”, ma la descrizione di come l’immaginazione e la fantasia possano influenzare ed intervenire nella realtà (che spesso confondiamo con l’identificazione) generando realtà parallele, di cui il fumetto è una potente testimonianza.

Leggi anche: nello studio di Nicola Mari

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Posso immaginare che in quel periodo di cambiamento sia stato fondamentale il rapporto con la redazione della Bonelli. Come si è svolto? Quali sono state le indicazioni che hai ricevuto e quanto sei stato seguito? E cosa pensava Sclavi della prima versione (ammesso che l’avesse vista e ti avesse detto qualcosa a riguardo)?

In quella fase che era di rivoluzione, e insieme di creazione, la presenza di Mauro Marcheselli fu fondamentale, a conferma che ogni percorso creativo è sempre relazionale, non solipsistico. All’epoca della prima versione de “Il sorriso dell’oscura signora” (sto parlando di oltre diciotto anni fa), incontrai Tiziano Sclavi a una colazione di lavoro. Ricordo che parlammo della comune passione per gli animali e per il cinema di Stanley Kubrik. Francamente non rammento se parlammo della storia in lavorazione. Forse perché è l’opera a parlare degli autori, più difficilmente il contrario.

E al giorno d’oggi? Ricevi ancora feedback e indicazioni durante la fase di lavorazione di un albo o godi di totale autonomia?

Il mio lavoro viene “confermato” dalla perfetta sintonia che esiste tra me, la redazione e gli autori. In ciò consiste la mia totale autonomia.

Mettendo a confronto le tavole della prima versione con quelle della versione poi andata in stampa, mi viene da dire che le prime rappresentino quasi il punto estremo del percorso visivo che avevi portato avanti su Nathan Never, mentre le seconde appaiono come il punto di partenza del percorso che ancora oggi sviluppi su Dylan Dog. Avevi ai tempi la consapevolezza che quello fosse un punto di snodo fondamentale della tua carriera? O invece non lo ritieni tale?

Confermo, e ribadisco: a partire dalla seconda versione de “Il sorriso dell’oscura signora”, ha preso il via un nuovo percorso, altrettanto rigoroso di quello intrapreso a partire dal primo lavoro per Nathan Never. L’evento creativo esige rigore e regole ferree in grado di contenere e governare la potenza magmatica e dirompente della pulsione ideativa che, nel proprio isolamento, può generare solo forme di spontaneismo.

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Di solito l’evoluzione del disegno è un percorso lento e graduale. Come si fa a imporsi una svolta così netta e riuscire a portarla avanti? Tra la prima e la seconda versione ci sono stati dei passaggi graduali, delle prove abortite o avevi ben chiaro cosa e come cambiare?

Il disegno della seconda versione è per certi versi lo stesso della prima ma, torno a dire, trasformato dall’introduzione dell’elemento razionale. Un po’ come passare dal paleolitico all’illuminismo! Avevo ben chiaro quali dovevano essere i cambiamenti, ed ero ben consapevole che sarebbero stati graduali, lenti e inesauribili.

Quali erano le tue influenze artistiche ai tempi? Io, nelle tavole della prima versione, vedo molto Stano, ma anche pittori quali Bacon, o il lavoro di espressionisti tedeschi come Dix e Grosz. La seconda versione invece la trovo più “tua” a tutti gli effetti. 

E’ vero, nella prima versione ero molto influenzato dalla pittura. Gli artisti che “mi attraversavano” in quel preciso momento erano soprattutto Francis Bacon, Pieter Bruegel e Fernand Legér, o illustratori come il grande Ferenc Pinter. Tuttavia, i “maestri spirituali” presenti nel mio DNA di disegnatore provengono, ora come allora, esclusivamente dai fumetti. E’ probabile che cercassi di instaurare una sorta di dialogo possibile tra pittura e fumetto. Tuttavia, dato il periodo un po’ bizzarro, si tratta solo di supposizioni. Tentare di argomentare quel particolare momento del mio lavoro, sarebbe un po’ come tentare di tradurre con strumenti razionali la materia irrazionale e sfingica di cui sono fatti i sogni, impossibile.

Hai mai pensato a come avresti potuto evolvere artisticamente se avessi deciso di continuare nella direzione intrapresa con lo stile adottato per la prima versione?

Come autore di fumetti, avrei solo potuto involvere. Si trattava di un approccio mentale e visivo incompatibile con il fumetto che, ribadisco, allontanandomi dal fumetto, mi avrebbe allontanato anche da me stesso.

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E non hai mai pensato di dare la precedenza alla tua ricerca stilistica rispetto alle esigenze della casa editrice? Hai mai messo in dubbio la tua volontà di adeguare il tuo disegno alle necessità della Bonelli? Oppure sono proprio i “paletti” del fumetto popolare a darti lo stimolo nel tuo percorso?

L’evento creativo è superamento di un limite. Ne consegue, paradossalmente, che per oltrepassare un limite è indispensabile la presenza stessa del limite. I paletti a quali tu fai riferimento, sono dunque l’elemento costitutivo della mia ricerca. In fondo, ogni elaborazione del pensiero è un tentativo di oltrepassare dei parametri dati. Pensiamo all’inventore Thomas Edison che sostando all’interno di un limite, di una visione condivisa secondo cui era possibile riprodurre la luce solo in presenza di ossigeno, arrivò a ricreare la luce in assenza di ossigeno. Questa invenzione, la lampada a incandescenza, ha cambiato il mondo ma a partire dall’assunzione del limite che -per inciso- non va inteso nel senso coercitivo del termine ma, al contrario, in un’accezione virtuosa e generativa. La totale assenza del limite, la tracotanza, può solo dischiudere al delirio di onnipotenza.

Della prima versione sono state realizzate circa 80 tavole, prima di abortirla e ridisegnarla da capo. Quando si trattava per la pubblicazione, non ti è venuta la tentazione di completare la prima versione con lo stile di allora e chiedere di dare alle stampe quella?

Come spiegavo, la prima versione confliggeva con il linguaggio in cui consiste il fumetto, pertanto la possibilità della sua pubblicazione era assolutamente impensabile.

Che rapporto hai con le tavole originali? Conservi tutto, o le metti/hai messe anche in vendita?

Fino ad alcuni anni fa, avevo un rapporto di odio e amore con le mie tavole originali. Il più delle volte vinceva l’odio sull’amore, perciò mi risultava più facile “abbandonarle”. Il rapporto non è cambiato, salvo che ora a prevalere è la seconda istanza, quella dell’amore. Perciò, in questo momento, molto più difficilmente potrei separarmi dalle mie tavole.

È vero che sono tutti “figli tuoi”, ma hai delle storie preferite tra quelle realizzate per Dylan Dog e Nathan Never?

Per Nathan Never, i primi due episodi realizzati con Antonio Serra “La zona proibita”, ”Gli uomini ombra”, e “Vampyrus” scritto da Michele Medda. Per quanto riguarda Dylan Dog, ci sono episodi ai quali sono legate le mie emozioni più forti. I primi due episodi d’esordio, “Phoenix”, e il già citato “Il sorriso dell’oscura signora”, oltre all’episodio breve “Serial Killer”, resi ancora più importanti e preziosi in quanto sceneggiati da Tiziano Scalvi. Poi “Lo specchio dell’anima” con Paola Barbato. Sono convinto (per motivi che mi piacerebbe sviluppare) che la creatività, così come l’amore, siano sostanzialmente al femminile. Io disegno con il mio femminile. Inoltre, “Lo specchio dell’anima” segna il momento in cui, dopo la svolta de “Il sorriso dell’oscura signora”, inizio a riconoscermi come autore; un titolo profetico… A seguire, tanti episodi, ognuno con la propria importanza, fino all’ultimo in fase di conclusione, “Spazio Profondo”. Scritto da Roberto Recchioni –e colorato da Lorenzo de Felici-, sarà la storia con cui inaugurare la seconda fase della revolutio della testata: l’emozione della prima volta dopo vent’anni di disegni per Dylan! Un’altra storia di Dylan per me molto importante è quella ancora non realizzata con la scrittrice Barbara Baraldi, che siglerà il punto d’incontro tra “due diverse anime dello stesso”. Due anime che condividono un immaginario comune trasfigurato dalle rispettive sensibilità che, in un futuro prossimo, si fonderanno in un unico corpo e un solo nome, Dylan Dog.

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