Nello studio di Cosimo Miorelli

Questa settimana, per la rubrica #tavolidadisegno, siamo entrati nello studio di Cosimo Miorelli, artista visivo, illustratore e live performer, che vive a Berlino. Al solito, abbiamo fatto cinque domande e abbiamo scattato parecchie foto.

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A cosa stai lavorando?

Diverse cose, come al solito, che scorrono su vari livelli e che prendo in mano a seconda dell’umore…e delle scadenze. Sto terminando una storia breve che mi serve da slancio per un progetto più impegnativo, un nuovo libro illustrato del quale ho iniziato a mettere insieme idee e schizzi. Si baserà su un poema di B. Cendrars e sarà una cavalcata epica, dirompente, nella quale sperimentare soluzioni e tecniche nuove. Sono nella fase di esaltazione iniziale, l’importante è cavalcarla. Sto anche lavorando ad una serie di racconti brevissimi, di cartoline berlinesi, una specie di reportage illustrato che intanto uscirà online su un noto quotidiano per italiani a Berlino ( siamo più di cinquantamila ormai…). Poi ho qualche collaborazione musicale: un paio di copertine tra cui quella per il disco di Natalia Molebatsi & The Soul Making; è un progetto prezioso e sono veramente bravi, cercateveli! Si trova già qualcosa su youtube. Sto lavorando anche a dei live-painting per altre due band ma siamo ancora alle prime fasi di ascolto. Quando voglio rilassarmi e giocare un po’ provo a tirare fuori qualche immagine per Frameless.cc, una piattaforma creativa che produce e vende paste-ups appena lanciata dal mio amico Jurij Nesterov, con il quale condivido anche lo studio.

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Quali sono gli strumenti che usi per disegnare? ­

Sono quasi un nativo digitale. Cioè, ho sempre disegnato, anche da ragazzino, con penne e pennarelli ma ho iniziato a lavorare seriamente e ad usare il colore solo con il computer. Con photoshop e tavoletta ho sviluppato un approccio rapido e molto pittorico che si affida soprattutto ad intuizioni e casualità. Sostanzialmente ho disimparato a disegnare. Perciò ora cerco di fare un processo di riconversione analogica, per costruirmi la base “tradizionale” che non ho mai avuto. Quando posso integro dei lavori materici, grafite, inchiostro o olio, nel mio workflow digitale. Photoshop rimedia alle patacche e alle lacune tecniche e fa da collante tra elementi diversi. Mi piace sempre di più stratificare, incastrare, incrostare. Ed in questo il mezzo digitale è al contempo la macchina delle meraviglie e la più sterile e fredda delle soluzioni. Lavorare con le mani mi da una gioia immensa, fanciullesca. Me ne sto ore a spostare il colore fresco da una parte all’altra, quasi per il solo godimento tattile e olfattivo. Forse ci si sente così nei primi anni di accademia. Io ci arrivo solo ora. Ad ogni modo, visto che anche in digitale lavoro sempre su fondo nero, scolpendo le forme con la luce, sto cercando degli equivalenti analogici. Ho passato il break natalizio a cancellare polvere di grafite guardando i lavori di Sam Wolfe Connelly ed ora cerco risultati simili con i colori ad olio su supporti lisci o impermeabili. Una rullata di nero e poi scavo con la trementina. Mi concedo ancora qualche mese di spasso disinteressato, poi inizierò a darmi una direzione.

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Hai qualche piccola abitudine prima di sederti al tavolo da disegno?

Io ho un problema serio: la fame. Mi spiego. Ho lo studio nel ridente quartiere di Lichtenberg, una specie di residuato post-atomico della DDR, tutto palazzoni e capannoni abbandonati. E megacentricommerciali coi loro megaparheggi deserti, IKEA, OBI, tutti. Lichtenberg può vantare alcuni interessanti primati: ha ospitato la sede centrale della STASI per parecchi decenni e ha più scuole guida che panetterie, ne sono certo. E’ così desolato che vengono qui a fare gli esami di patente per gli autoarticolati, quelle bestie con tre rimorchi. Lichtenberg è popolata da un’immensa comunità vietnamita che alimenta le mie fantasie con le sue macchine lussuose e acconciature techno-punk. Poi ci sono varie rappresentanze dall’Est Europa, molto meno appariscenti. Insomma, è la periferia semideserta di una grande città, ex-sovietica per giunta. Le autorità stanno spingendo per farne un quartiere giovane e creativo puntando sugli affitti stracciati (non è che ho preso lo studio qui perché mi faceva “esotico”…) e l’abbondanza di spazi. Finchè Lichtenberg non diventerà la nuova Neukölln, però, sarò costretto a scegliere se alimentarmi alla stazione di servizio, al centro commerciale semideserto (squallido) o al ristorante vietnamita che ho di fronte (sono durato un mese). Quindi la mia prima preoccupazione quando esco di casa a Treptow per pedalare fin lassù è “avrò abbastanza cibo? cosa mangerò a mezzogiorno? mi basterà quell’avanzo di pasta riscaldato che ho nel tupperware?’ patetico, lo so, ma quando lavoro mi viene fame e quando ho fame non riesco più a lavorare.

Poi – per rispondere veramente alla domanda – ascolto sempre musica mentre lavoro. Cerco qualcosa che si intoni al mood dell’immagine che devo sfornare. Ho mesi di musica inascoltata negli hard-disk ma ricado inesorabilmente su poche decine di dischi. Forse se cambiassi musica cambierebbe anche il mio lavoro. Stamattina ho ascoltato “Apollo” di Brian Eno, “White Lunar” di Cave ed Ellis e qualche traccia di Moabit EP, della EKAR Records, che tra l’altro ha anche molti album in free download su http://ekar.bandcamp.com/ . Assaggiateli e poi sosteneteli! Ah, e poi c’è Radio3, ma il mio compagno di studio tedesco di origini kazake sembra non cogliere lo spirito della “Barcaccia”…

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Ci sono fumetti o libri che devono assolutamente essere a portata di mano mentre lavori?

Quando mi sono trasferito a Berlino ho dovuto scegliere cosa portare e cosa lasciare. E’ stata una scelta difficile e alla fine l’ha spuntata una selezione di fumetti e libri di illustrazione, a scapito del resto della mia biblioteca e delle serie più voluminose o pesanti (Akira…gli Incal…sigh!) che giacciono seppellite in una soffitta veneziana. Così sono diventato una specie di tossicomane che legge qualsiasi cosa stampata in italiano trovi per strada e trafuga libri dalle case dei connazionali. La suddetta selezione di fumetti è composta dai soliti Pazienza, Moebius, Battaglia, Bilal, Toppi, Liberatore, Zezelj eccetera ai quali devo la mia passione per il disegno e buona parte del mio immaginario grafico. Anche per questioni familiari sono cresciuto nell’adorazione di questi autori, il PAZ in testa, che si sono talmente radicati nelle mie memorie infantili da non potermene staccare né stancare. A Danijel Zezelj in particolare devo moltissimo stilisticamente. Il chiaroscuro, le rovine barocco-metallurgiche delle sue città trasognate, i suoi spettacoli di pittura dal vivo e musica. Ecco, il suo sketchbook pubblicato dagli Editori del Grifo è sul mio tavolo da disegno da mesi. Non è che lo studi (forse dovrei…) ma lo tengo come una specie di amuleto, come chi dorme sui libri prima di dare un esame. Punto tutto sull’osmosi. Ma sono pochi alla volta i volumi che porto in studio, il resto sta a casa, sia perché mi sposto in bicicletta sia perché poi cosa sfoglio la domenica sera? Oltre al volumetto di Zezelj ho portato il “Moby Dick” di Sienkiewicz (ecco non credo di essere un tipo invidioso, ma lui mi smuove delle cose che…), il connubio perfetto delle mie ossessioni attuali: balene e belle illustrazioni pittoriche. Forse ho ancora qui la Bibbia di Bisley. Si, ho avuto anche il periodo Bisley ma, come mi disse con tenerezza quasi paterna un “maestro” che era con me allo stand di Lucca: “Poi passa”. Per fortuna c’è internet. Ho mediamente una trentina di schede aperte su Chrome che mi soffocano il computer. Da sinistra vedo Ashley Wood, Jason S.Alexander, Jeff Simpson, Tomer Hanuka, … rovo degli ottimi riferimenti nei libri di fotografia. Quando riesco, la sera, provo a studiare gli scatti di Koudelka o i soggetti dei Becher.

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Che cos’è quella pianta che hai in mezzo allo studio?

E’ il nostro albero dei soldi. Almeno, pare si chiami così. L’azienda nella quale aveva “vissuto” parecchi anni stava chiudendo e nessuno voleva accollarselo. Così Jurij ha pensato bene di recuperarlo e portarcelo in studio. E’ sempre in mezzo ai piedi e pesa così tanto che per spostarlo abbiamo dovuto montargli le ruote. Poi ha delle simpatiche foglie grassottelle piene di un liquido appiccicoso che cadono alla minima vibrazione e vengono spalmate per tutta la stanza dalle nostre suole. Nonostante il nome non ho notato alcun miglioramento della mia situazione finanziaria… un grande acquisto insomma.

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Fotografie di Maria Silvano.