Quella cosa chiamata “Manga” (spesso scambiata per pornografia)

Che i fumetti siano trattati con sufficienza dall’intellighènzia giornalistica italiana è cosa nota. A differenza di romanzi e cinema (ma anche di architettura, musica, sagre delle tagliatelle al sugo di papera, calcio e tette), questo medium ha goduto raramente di spazi appositamente dedicati. Pensare di arrivare ad avere una rubrica fissa sui fumetti su La Repubblica o su Il Corriere della Sera, magari ritagliando uno spazio fra le gallery dei gattini e gli articoli che raccontano le ultime avventure sentimental-erotiche della soubrette di turno è, allo stato attuale, un’utopia.

Una famosa scena dal cartone animato di Dragon Ball

Una famosa scena dal cartone animato di Dragon Ball

Certo esistono (e sono esistite) nobili eccezioni. Ma il trend generale rispecchia la volontà di non occuparsi di fumetto, a meno che l’albo o il volume di turno non entri – o non venga fatto entrare – a gamba tesa nell’attualità (per un esempio recente, leggete QUI). Anche in questo caso, però, raramente la critica – sempre che di critica si possa parlare – ha toccato gli aspetti formali del mezzo, ma si è concentrata solo su quelli contenutistici. Articoli, insomma, che se avessero trattato dell’ultimo film di Lars Von Trier o del romanzo vincitore del Premio Strega, sarebbero stati considerati per lo meno “ideologici”, “pedagogici” e culturalmente inadeguati, oltre che fuori tempo massimo. Ma per il fumetto, nei confronti del quale l’interesse del pedagogo, a differenza di quello del critico, non si è mai spento, questi toni, tra il paternalistico e il superficiale, sembrano andare più che bene.

Ciò accade non solo nonostante il peso culturale ed economico che il fumetto ha ampiamente dimostrato di avere, ma anche per come questo riesce ad incidere sul bilancio di alcuni gruppi editoriali quali RCS (Corriere della Sera), Gruppo Editoriale L’Espresso (Repubblica) o Gruppo 24 Ore (Sole 24 Ore) che distribuiscono in edicola, spesso con buon successo, allegati a fumetti.

Questa diffidenza della classe intellettuale dominante – italiana e non solo – nei confronti del fumetto, potrebbe essere frutto, oltre che di un pregiudizio che gli anni hanno solo contribuito a incancrenire, anche della scarsissima preparazione di chi di fumetto si “presta” a parlarne. Se su Repubblica di oggi, 23 giugno, a trattare di poesia troviamo un intellettuale preparato come Walter Siti, qualche giorno fa la firma in calce ad un articolo che trattava di una legge sulla  pedopornografia approvata recentemente in Giappone, era quella di Giampaolo Visetti.

la repubblica visetti manga

Visetti, corrispondente per La Repubblica da Pechino, era già salito all’onore – o meglio al disonore – delle cronache in diverse occasioni. E’ stato, in ordine sparso: accusato di plagio ai danni di un altro corrispondente; di aver esagerato, distorto e falsificato notizie relative al disastro nucleare giapponese del 2011 (QUI una disamina dello stesso); e di aver riportato o inventato notizie false, ancora sulla Cina.

Il suo pezzo più recente, dal lapidario titolo La legge anti-pedofilia risparmia i Manga ha suscitato una comprensibile indignazione in rete, soprattutto nell’ambito dei social network, in particolar modo per la didascalia riportata sotto un’immagine tratta dal manga Ryu il ragazzo delle caverne

la repubblica manga porno

E che qui riporto anche testualmente:

Il termine “manga” significa letteralmente immagini stravaganti. Spesso sono storie porno incentrate sui minori con scene di sesso e violenze.

Questa “ardita” definizione – diciamolo chiaramente, tendenziosa nonché del tutto errata – me ne riporta alla mente un’altra, che trovai all’interno di una libreria di un altro importante gruppo editoriale italiano, Feltrinelli. In quel caso, l’ignoto compilatore era caduto in un innocuo quanto divertente e “wikipediano” equivoco.

manga-ascoltare-porno

Premettendo che, come spesso accade, probabilmente chi si è occupato della didascalia non è lo stesso Visetti (ma ciò non smorza la gravità di tale definizione) se ci si addentra nell’articolo si trova di molto peggio. Il titolo è già una dichiarazione di intenti. La legge anti-pedofilia risparmia i Manga, infatti, collega direttamente la pedofilia ai manga, facendo leva sull’antica diffidenza occidentale e soprattutto italiana nei confronti del fumetto giapponese, fin dal suo sbarco sulla nostra penisola accusato di essere diseducativo, violento e anche di sessualizzare i minori.

Proseguendo nella lettura l’equivoco introdotto dal titolo viene rafforzato. Si sta parlando, ricordiamolo, del varo di una legge punitiva contro il possesso di materiale pedo-pornografico, in un paese in cui finora veniva considerata illegale solo la produzione. La questione è di certo spinosa, ma Visetti la liquida velocemente per arrivare prima possibile al suo scopo. Ovvero: demonizzare il fumetto giapponese. Cito:

Resiste ora l’ultimo bastione del sesso rivolto ai maniaci dei bambini: i “manga”, i famosi fumetti nipponici, e i film d’animazione. Produttori di “anime” e di cartoon sono riusciti a far dichiarare illegale solo lo sfruttamento di minori in carne ed ossa, ma non i sogni pedofili partoriti dalla fantasia. Nel nome della «libertà d’espressione» e dell’arte, i giapponesi potranno continuare a sfogliare le popolarissime storie porno centrate sui minori, o a guardare cartoni animati con stupri e violenze ai danni di teenagers.

Che nel fumetto, e più in generale nella cultura giapponese – ma non solo – ci sia una tendenza ad infantilizzare i corpi a scopo sessuale è probabilmente indubbio (ma ci sono persone che possono intervenire sull’argomento con maggiore preparazione della mia). Così come è possibile considerare il Giappone un paese sessualmente represso. E’ lo stesso autore ad affermarlo, nell’ambigua frase che apre l’articolo:

Cade in Giappone un altro pezzo del muro che sostiene l’ossessione sessuale di uno dei popoli più repressi del mondo.

Visetti offre poi solo una panoramica un po’ viziata, e sicuramente sbrigativa, su come il desiderio carnale viene vissuto nel Paese del Sol Levante, per poi affermare che:

I cosiddetti “idoli giovanili” monopolizzano la pubblicità, che continua a puntare su modelle e modelli giovanissimi, in pose provocanti e abiti sexy.

Pare piuttosto disonesto suggerire, per lo meno implicitamente, che l’utilizzo di ‘modelli e modelle giovanissimi’ rappresenti un problema solo per il Giappone, così come la sessualizzazione del corpo infantile. Del resto Repubblica, la testata che ospita l’articolo di Visetti, spesso – soprattutto nella (ex) “colonna di destra” della sua versione web – usa il corpo, in particolar modo quello femminile, e allusioni sessuali più o meno esplicite per aumentare il proprio traffico.  Si potrebbe citare, solo per fare un esempio, l’articolo I sogni delle future modelle, in cui vengono presentate dichiarazioni e foto di ragazze dai 15 ai 21 anni. Inoltre, il fenomeno delle modelle bambine appare in preoccupante crescita in tutto l’Occidente.

Questi e altri elementi dovrebbe portare Visetti a riflessioni più approfondite, rispetto a quelle che si concede nel corso dell’articolo. Magari confrontando la situazione giapponese con quella di altri paesi, per esempio. Ma l’equazione manga=porno sembra troppo succosa e semplice per lasciarsela scappare. Del resto, l’esclusione di fumetti e anime dalla legge contro il possesso di materiale pedo-pornografico non è senza motivo. Come si ricorda nello stesso articolo:

La destra conservatrice ha anche sostenuto che «assegnare un’età ad una persona disegnata è impossibile» e che l’arte «può ritrarre con tratti infantili anche un vecchio, per sottolineare il suo essere prigioniero di istinti originari.

Entrambe le affermazioni possono essere considerate sia vere, nell’ambito dell’estetica dei manga e in quello della cultura giapponese, sia strumentali al vantaggio delle lobby che operano dietro un mercato che ha tutto il vantaggio di mantenere questa “ambiguità”. Ma senza approfondimento ulteriore, Visetti sentenzia che:

Questi argomenti, tesi a difendere la “giapponesità” quale sensibilità esclusiva del Sole Levante, incomprensibile per gli stranieri, hanno ritardato per decenni la tutela dei minori.

Così facendo, il giornalista crea di fatto un collegamento diretto fra lo sfruttamento sessuale dei bambini e la produzione di fumetti e serie animate che potrebbero – il condizionale è d’obbligo – rappresentare atti sessuali fra minori (o adulti infantilizzati) e adulti.  Un collegamento tutto da dimostrare. I manga, inoltre, servono anche, oltre che per solleticare i bassi istinti dei loro lettori, anche a riflettere su tematiche come quelle della sessualità, del corpo femminile e del corpo in genere. Del resto per estendere la riflessione su questo problema anche all’Europa, si pensi che persino nella “civilissima” Svezia, che successivamente si è dotata di una legge particolarmente restrittiva per questo reato, la produzione, il possesso e la distribuzione di materiale pedo-pornografico sono stati considerati legali fino al 1980 (per un approfondimento si rimanda all’interessante saggio Il Porno di Massa di Pietro Adamo).

Con maggiore intelligenza, anche Daniel Clowes si era occupato dell’angosciante problema della produzione di pedopornografia non fotografica.

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Uno dei personaggi secondari del suo Ghost World, ossessionato sessualmente dai bambini, cerca di tenere a bada le proprie pulsioni attraverso immagini, non fotografiche, ma generate al computer. Bisogna dire che l’operazione, nel fumetto di Clowes, non raggiunge il risultato sperato. 

Al di là del tema spinoso e terribile – la pornografia infantile – che suscita immediate e giuste condanne, Visetti sembra voler approfittare di questo sdegno ricollegandolo ad un altro. Ovvero quello che i fumetti e l’animazione giapponese spesso provocano in Occidente, presso i non appassionati (cioè, in pratica, chi non ma mai letto un manga in vita sua). Con il risultato di creare un rapporto causa-effetto non supportato con dati effettivi. Peraltro, al netto dei dubbi sollevati sulla qualità generale del lavoro di Visetti come giornalista, non si capisce bene per via di quali qualifiche si sia trovato a parlare di manga. Non sarebbe stato meglio che Repubblica avesse scelto un opinionista con una maggiore conoscenza dell’argomento (fumetto, in particolar modo giapponese), proprio per via del fatto che il tema pedo-pornografia necessita di essere trattato con tutte le cautele possibili? E non che le persone mancassero, anche fra gli attuali collaboratori (Luca Raffaelli, ad esempio).

Sarebbe il caso che i molti lettori che comprano le tante ristampe di Tex proposte da Repubblica, così come altri allegati venduti con questo e altri quotidiani, cominciassero a chiedere – in cambio della loro fedeltà e dei loro soldi – una crescita della qualità nell’informazione che riguarda l’oggetto della loro passione: il fumetto.

L’articolo di Visetti si chiude, oltre che con il box sopra citato, con un altro box che, sotto l’immagine di una ragazza sorridente che stringe fra le mani un manga, riporta queste parole:

Nel nome della libertà di espressione e dell’arte i giapponesi potranno continuare a sfogliare i fumetti più popolari

repubblica manga pedo pornografiaQuesta frase, che in altro contesto sarebbe suonata come un inno alla democrazia, qui acquista il lugubre rintocco delle campane a morto. Ad ogni “dong” la critica fumettistica italiana ritorna indietro di almeno cinquant’anni.

Postilla:

Naturalmente ci sono alcuni competenti giornalisti che si occupano di fumetto (anche) sui quotidiani italiani. Però la loro presenza, che raramente può dirsi sistematica, non è sicuramente paragonabile a quella di chi si occupa di cinema o di letteratura. Per quanto riguarda pedo-pornografia e fumetto vorrei, infine, solo citare Lost Girls, di Alan Moore e Melinda Gebbie, che facilmente potrebbe attrarre le stesse critiche messe in evidenza dall’autore dell’articolo. Eppure oggi è il manga – ancora – il demone da additare.

  • gaaaab

    Ricordo in un documentario un mangaka elencare (molto candidamente) i vari generi di manga: avventura, comici, erotici, pornografici ed anche per maniaci, disse ridendo.

    L’equazione formulata da Repubblica è per me inammissibile, essendo cresciuto immerso nelle storie nipponiche.

    Tuttavia non credo che la libertà adolescenziale di un mio eventuale figlio abbia priorità su qualunque cosa. Ricordo ancora ai tempi delle medie in “Bersek” la scena di una ragazza impalata; fu ‘troppo’ per me all’epoca e lo è tutt’ora.

  • Andrea

    L’argomento dell’articolo è spinoso perché riguarda i bambini. Però, escludendo li temporaneamente dal discorso, e concentrandomi sulla scena di violenza in berserk, voglio solo dire che quello che è troppo per te non lo è necessariamente per tutti. Io, ad esempio, lo leggevo senza particolari turbe. Poi ci sono varie mediazioni e guide (la famiglia, la scuola…o meglio, dovrebbero esserci) ma, fortunatamente, bambini e adolescenti si formano e scelgono anche da soli, evitando repliche di repliche di repliche)

  • gaaaab

    Mi rendo conto che l’argomento sia (semi)off-topic… ho colto al volo un’occasione per una riflessione.

    Quello dell’educazione è senz’altro un argomento enorme, e credo che ognuno debba trovare il giusto equilibrio tra guidare e lasciare liberi.

    Però per me questo equilibrio DEVE esserci (“Soltanto un Sith vive di assoluti”).

  • Andrea

    Scusa gli svarioni ma ho replicato al tuo commento dal cellulare e il correttore fa un po’ quello che gli pare 🙂

  • Artemis Taccori

    Concordo in toto con questo pezzo.
    Io studio lingua e cultura giapponese e sono stata per un periodo in Giappone, conto di tornarci. Non sono esattamente una principiante riguardo la loro cultura, anche se ovviamente ho ancora tanto da imparare.
    Probabilmente è vero che i giapponesi sono convinti che la loro cultura sia incomprensibile a un non-giapponese, ma provate a pensarci un attimo: non hanno subito l’influenza del cristianesimo come noi, il loro percorso è stato del tutto diverso. Ci sono concetti, parole intraducibili, figure sociali (la geisha!) che non hanno corrispettivi nella nostra cultura. E fin troppo spesso ci si accosta alla loro cultura con occhi poco puliti, guardandola dal nostro punto di vista. Ed è un atteggiamento che non vedo solo nei “nemici” del Giappone, ma anche negli occhi di chi lo studia e dice di amarlo.
    Per approcciarsi alla cultura giapponese bisogna azzerarsi. Bisogna evitare di cercare corrispondenze e accettare le cose per ciò che sono.
    In Giappone non mancano le persone convinte che i manga – i videogiochi, i film – influenzino la gente, ma l’opinione comune, quella prevalente, è che le persone siano già così, e che trovino sfogo in determinati prodotti. Non mancano assolutamente quelli che condannano i fruitori di lolicon, ma sono in pochi quelli che pensano davvero che una persona sana si possa far influenzare da tali prodotti fino a compiere crimini. La prova? Non mi risulta che in Giappone lo stupro e la pedofilia siano un allarme sociale. Accadono le disgrazie, non mancano i pazzi, ma allora com’è possibile che ci sia lo stesso numero (o forse minore? :p) di malintenzionati rispetto a un paese che vieta certi prodotti?
    Noi ci colpevolizziamo per pensieri, parole, opere e omissioni. Loro non hanno questa concezione. Il pensiero non è vietato. Non c’è crimine nel dedicarsi a certe letture.
    A Tokyo i bambini anche molto piccoli girano da soli, vanno a scuola da soli, e da soli tornano. E, cosa più importante, le bambine sono vestite da bambine. Non trovi minigonnine zebrate e top con su scritto “sexy”.
    In sintesi, mia nonna avrebbe potuto scrivere un articolo migliore rispetto a quello di Repubblica, con meno stronzate. E mia nonna ha ottant’anni e minimo non conosce la differenza fra Cina e Giappone. Ma nella sua ignoranza scriverebbe meno idiozie.

  • SimoneNonvelodico

    Concordo ^. É cosa abbastanza comune tra appassionati di anime di questi tempi lamentarsi dell’ondata di pessima robaccia che sembra inondare il mercato di commedie romantiche vagamente sexy incentrate su amiche d’infanzia, sorelle minori e compagnia bella, ma la veritá é che il fastidio si lega di meno alla sensazione che questo alimenti una cultura pedopornografica e piú a quello che si tratti di uno sfruttamento commerciale spietato dell’inclinazione cosiddetta “vegetariana” – quella degli uomini che rifiutano il sesso in toto e si rifugiano in questo materiale non perché incentrato su minori, ma perché finto. La chiave di questi personaggi non é l’etá, é il loro essere deboli e arrendevoli, quindi di non incutere timore. C’e’ un sacco da criticare dal nostro punto di vista – sia artisticamente che dal punto di vista del contenuto e degli stereotipi che propaga – ma la pedofilia non é proprio un aspetto prevalente.

  • Elena

    Quello che tanti (quasi tutti?) dimenticano o non sanno e che ha portato alla diffidenza verso “i cartoni giapponesi” prima e gli “anime/manga” poi, è che in giappone esistono cartoni e fumetti dedicati a diverse fasce di età, mentre in Italia i cartoni sono roba da bambini e i prodotti giapponesi sono stati adattati senza discernimento per il pubblico infantile salvo poi essere tacciati di essere violenti/sessuali/eccetera. Chiaro che un cartone come Berserk non è adatto per bambini, nasce infatti per un pubblico adulto (neanche adolescente, proprio adulto), viceversa esistono cartoni che pur presentando scene di combattimento, sono adatti ad un pubblico infantile (citerei Dragon Ball ma ancora meglio i Pokèmon). Per quanto riguarda la.moa esperiebza personale, i genitori otaliani sono fon troppo protettivi coi loro bambini e li ritengono più stupidi di quel che sono, ho visto centinaia di puntate di Yattaman in cui Miss Dronio veniva denudata del tutto o quasi, puntate di Dragon Ball in cui Goku veniva ridotto in fin di vita o ucciso, puntate di Mila e Shiro dove Mila veniva malmenata dal suo allenatore, scene di Berserk di violenza sessuale e torture….eppre non sono una serial killer, una prostituta, una pedofila….sapete perchè? perchè avevo già visto tutte queste cose nei meravigliosi e sicuri prodotti occidentali (film, telefim, programmi tv, ecc). Peace&Love, Elena.

  • gaaaab

    Perché quando si trattano questi temi i toni si alzano sempre un po’?

  • Elena

    Veramente ho tentato di lasciare un commento il più imparziale possibile limitandomi a descrive la realtà oggettiva dei fatti, in coda ho lasciato una mia opinione personale piuttosto neutra se non per una piccola provocazione in finale subito smorzata da una frase di pace, se sono sembrata polemica o provocatrice me ne dispiaccio perchè non era mia intenzione, volevo solo lanciare uno spunto per un punto di vista diverso dai precedenti commenti 🙂

  • gaaaab

    Ok, allora sono solo i limiti del mezzo..
    anche perchè sono d’accordo con te quasi su tutto.. 🙂

    Cmq hai ragione, anche i prodotti occidentali hanno le loro bestialità…

  • Elena

    Decisamente i limiti del mezzo, dimmi pure, su cosa sei in disaccordo? 🙂 sempre pronta ad asxoltare nuovi punti di vista 🙂

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  • Alessio

    Ragazzi, temo di scatenare la folla inferocita con fiaccole e forconi…
    Obiettivamente i Giap esagerano con le scenette “sconce”, e ci nascondiamo dietro al dito dell’ “altra cultura”. Dragon Ball è paradigmatico, un manga/anime per un target universalmente riconosciuto come infantile, pieno di scenette da commedia sexy all’ italiana.
    Paradossalmente la violenza efferata di molti cartoni ( tutti a sparare a zero su Berserk, cattivoni) ha più senso: in un contesto apocalittico ( Okuto no Ken , qualcuno proverà a condannarlo?) o orrorifico ( Devil Lady, Claymore) me la posso aspettare, anzi la pretendo. In un contesto quotidiano ( Maison Ikkoku, per dire ) l’ossessivo insistere sulle visioni dal buco della serratura, docce & bagni mai chiusi a chiave non è espressione di una fantomatica “altra cultura”, bensì gusto per il “pecoreccio” affine a quello del Cinepanettonismo. La riprova è data dal fatto che molti manga/anime che hanno riscosso un gran successo in patria non ricorrevano a tali espedienti: penso a Pat la ragazza del baseball, nel quale per inciso si trattava il travestitismo del teatro Kabuki senza pruriti o scenette varie.