Recensioni Novità Non così favolosi: The True Lives of Fabulous Killjoys

Non così favolosi: The True Lives of Fabulous Killjoys

L’esordio di Gerard Way nel mondo del fumetto pop(olare) era stato uno di quelli che lasciano il segno. Riuscire a passare dai soldout nei palazzetti di tutto il globo con la sua band, a vincere direttamente l’Eisner Award con il proprio lavoro di debutto, non è cosa da poco. The Umbrella Academy aveva infatti stupito un po’ tutti, sia per originalità che per qualità. Dopo tutto, era una sorta di rilettura alla Wes Anderson degli X-Men, con tanto di abbondanti escursioni nel surreale e nell’assurdo. Una lettura decisamente consigliata, e che lasciava presagire il meglio per il futuro.

Leggi anche: l’anteprima de I favolosi Killjoys

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Così, dopo una seconda serie e l’annuncio di una terza, ecco invece arrivare questo The True Lives of Fabulous Killjoys, sequel diretto di quanto narrato nell’ultimo album dei My Chemical Romance (la band dove milita Gerard), Danger Days. Il suddetto lavoro discografico era infatti supportato da una serie di video con ambientazione post-apocalittica dove si seguivano le vicende di un gruppo di ribelli, impegnati a lottare contro una multinazionale con la mania del controllo. La serie a fumetti narra avvenimenti che prendono vita dopo qualche anno dalla fine delle scorribande dei rivoluzionari meno credibili di sempre, a dimostrazione di come una certa ribellione adolescenziale non sia mai del tutto sopita.

Se lo spunto non è certo dei più frizzanti, bisogna dire che neppure lo svolgimento brilli per centratura e compattezza. Una delle maggiori influenze delle scrittore americano è Grant Morrison (che, oltre ad aver seguito direttamente la genesi di Umbrella Academy, compare anche in tutti i video del suddetto concept album Danger Days, nelle vesti di antagonista) e mai come in questo caso la cosa era stata esplicitata. Con un unico problema: un sacco delle cose scritte dal folle scozzese funzionano proprio perché scritte da lui. Non si diventa certo uno dei maggiori autori di sempre scrivendo solo buone storie, ma sviluppando una poetica impossibile da replicare. Pensate a titoli come Flex Mentallo, Seaguy, Doom Patrol o Animal Man e cercate di immaginarli scritti da qualcun altro. Non ne caverete un ragno dal buco.

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Gerard Way pare essersene dimenticato, e imbastisce questa sua nuova miniserie su trovate narrative e linguistiche modellate sulle idee del suo mentore, con il risultato di mandare alle stampe sei albi confusi e piuttosto inconcludenti. Nel corso della lettura seguiremo l’intrecciarsi di tre diversi plot, tutti incentrati sul bisogno di libertà e sulla necessità della ribellione. Nulla di politico, sia chiaro. Nel puro stile da rock band lo spirito è più quello del teen angst che quello della rivolta in piazza. E questo è un enorme punto a favore. Immischiarsi in qualcosa di troppo grosso sarebbe stato ancora più deleterio, oltre che terribilmente didascalico. Meglio piuttosto concentrarsi sull’interiorità e su qualcosa che tanti fra noi hanno bene o male provato in un certo periodo della vita.

Il problema sta tutto nella smodata ricerca di una complessità d’esecuzione che invece non fa che sopire la capacità empatica del concetto di fondo. Così nessuna delle storie narrate porta a un reale trascinamento emotivo, nonostante tutte abbiamo qualcosa da dire. Che si tratti dell’amore negato, del bisogno di evadere o della volontà di riprendersi il proprio futuro, poco importa: tutto finisce seppellito sotto decine di trovate gratuite e inconcludenti. L’idea era forse quella di creare un mondo credibile e dotato di spessore, seppur in chiave surreale e vagamente grottesca. Ma certe cose, come si è già detto, riescono solo ai grandi.

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Peccato, anche perché alle matite abbiamo una delle migliori interpreti possibili di queste tensioni giovanili. La sempre eccezionale Becky Cloonan, come al solito sospesa con sorprendente naturalezza tra spunti autoriali e sensibilità iper-pop. Considerate le sue uscite autoprodotte (ricordiamo che questa talentuosa autrice è riuscita a vincere l’Eisner Award come Best single issue con un volumetto stampato da sé) forse era meglio concederle spazio anche in fase di sceneggiatura. Ma con l’egocentrismo delle rockstar, si sa, non si scende a compromessi.

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