Focus Opinioni Il primo anno di Orfani

Il primo anno di Orfani

Alla fine, la prima stagione di Orfani, nuova serie di Bonelli Editore creata da Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari, mi è parsa un’operazione riuscita solo in parte. Anzi, in parti, e quanto mai disuguali: perché gli aspetti in cui mi ha lasciato perplesso non sono pochi, e quelli per i quali mi ha francamente sorpreso ci sono anch’essi. Quel che conta non è però la mia personale bilancia tra soddisfazione e delusione, quanto le riflessioni che credo sollevi: una produzione seriale come questa, accompagnata da un’enfasi (abilmente orchestrata) che ha amplificato sia il malcontento che il gradimento, merita qualche considerazione in più – e in meno (nei toni tranchant) – del solito.

Versione condensata [tranchant] per lettori pigri. Lo spunto da fantascienza bellica e il sottotesto politico-complottista sono poco originali, e l’“universo” della serie poco creativo. Il fulcro è un altro: le interazioni tra i personaggi, amministrate da uno stile di sceneggiatura performativo, che cerca l’effetto continuo, e valorizza le continue azioni/reazioni, ma a discapito dell’empatia nei confronti dei personaggi. L’azione sincopata mette al centro i conflitti e la violenza, con sequenze dalla regia particolarmente fluida, e un’inusuale intensità emotiva degli scontri (quando i personaggi si fanno male, se ne percepisce il dolore). Sul piano visivo, pesano i debiti verso modelli già consolidati (francesi e soprattutto americani), ma non manca qualche guizzo eccellente – alcuni colori, alcune sequenze disegnate – e in generale l’estetica bonelliana ne esce rinfrescata. Il ritmo di lettura è il più rapido dell’intera storia del fumetto Bonelli, e solleva un ‘bel’ problema sulla formula seriale: la periodicità (mensile) degli episodi non corrisponde (più?) ai tempi serrati delle vicende narrate.  

**Fine del dono della sintesi**

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Orfani di un fantamondo qualsiasi

Partiamo da lontano: il genere. La fantascienza nel fumetto bonelliano è sempre esistita – persino in Tex – ma conquistò un ruolo di primo piano solo con Nathan Never. Ci entrò quindi in ritardo pluridecennale, tuttavia con grande empatia per quegli anni, grazie alla scelta di abbracciare la sua declinazione più contemporanea, il cyberpunk. Il merito di Antonio Serra, confermato dallo spin-off Legs Weaver – che spinse quella sci-fi verso la “commedia manga” – fu il tempismo con cui riuscì a interpretare i nuovi immaginari, senza cedere alle sole pulsioni del gusto personale (come poi accadde con il flop di Gregory Hunter). Le serie seguenti, Brad Barron e Greystorm, così come il graphic novel Sul pianeta perduto, erano state incursioni meno ambiziose, ma soprattutto volutamente laterali: fantascienza retrò, verniana o da b-movies d’antan.

Dunque Orfani rappresenta per Bonelli il prodotto con cui tornare a prendere di petto la fantascienza dei nostri tempi. E proprio in questo emerge una prima debolezza della serie: il suo proporre un immaginario generico, poco a fuoco e poco urgente. Fantascienza bellica, tra Fanteria dello Spazio e Halo, con accenti da survival, un largo spazio all’azione e un sottotesto politico. Un cocktail fra i tanti possibili, di per sé interessante, ma certo intempestivo (tra l’edizione italiana di Neuromante e Nathan Never passarono 5 anni; tra Halo e Orfani 12) e in buona sostanza poco innovativo, vista l’anzianità di servizio del filone centrale, post-Heinlein.

La responsabilità del mix è in capo a più fattori. Uno è certamente Recchioni, che al plot “di genere” ha dato poco peso (“non ci ho provato nemmeno. La mia fantascienza è una scusa per dare un contesto alle storie dei miei personaggi”). Senza dimenticare quelli più a monte, sia per quanto riguarda il genere (la ripetutamente certificata ‘morte della fantascienza’) che per quanto riguarda il fumetto bonelliano, inteso come nazionalpopolare (nozione ormai stereotipa, che varrebbe la pena seppellire). Ma quel che conta è il risultato: una fantascienza di risulta, tanto efficiente quanto priva di slancio. E il punto non è se/quanto sia carente in “fantabubbole tecnologiche” (cit. RRobe) da sci-fi novecentesca, ma piuttosto nel fatto che manchi di afflato speculativo. Inciso: per evitarvi di confondere questo aggettivo con una considerazione snob, ricordo che l’etichetta speculative fiction, guarda caso, la coniò proprio il Robert Heinlein di Fanteria dello Spazio.

La fantatecnologia non è originale, quindi. Nonostante abbia trovato gustosa l’idea di allucinazione condivisa generata da droghe e nanotecnologie, in effetti è in ben altro fumetto – per quanto minore – che ho trovato piccole ma fresche invenzioni in merito (si chiama Skinned, e narra di un mondo distopico in cui ai bebè vengono installate tecno-lenti a contatto, naturalmente controllate dalle élites). Ma anche il sottotesto politico-speculativo non è in sé nulla di nuovo. Un gruppo di obbedienti esecutori scopre la dura realtà degli errori umani alle origini dell’apocalisse terrestre (vedi Battlestar Galactica, direi), e si ribella per aprire gli occhi ai sopravvissuti sull’ingegneria sociale alimentata da un cinico complotto politico. Il ribaltamento del 5° episodio, con la rivelazione della macchinazione intorno agli alieni (inesistenti) e ai soldati (manipolati sin dal primo giorno), pare quindi un twist che arriva molto in là, allo scopo di sconfessare l’ovvietà di quanto descritto fino ad allora (“le cose non stanno così”), ma con un tipico effetto boomerang dei coup de théâtre: negare le premesse significa anche ribadirne la scarsa rilevanza, ovvero originalità. Insomma, sul piano di ciò che l’industria della serialità americana chiama world-building, Orfani è un prodotto debole. E rinunciando a costruire e arredare un universo originale, non può che concentrarsi solo su ciò che resta: i personaggi che vi si muovono, e le loro relazioni.

In questa scelta qualcosa si perde qualcosa si guadagna, dirà qualcuno. Nel campo della science/speculative fiction, però, a mio avviso la perdita è superiore ai vantaggi, perché se le azioni non si spiegano anche con l’unicità di quel mondo, gli stessi personaggi perdono in specificità (e quindi personalità, e memorabilità). Se Nathan era inimmaginabile senza il suo “arredo di serie” fatto di città verticali, tuffi nella matrice, fightball e Mutati, Ringo è invece un guerriero performante, un pistolero spaccone, un soldato coraggioso ai limiti dell’autolesionismo, ma la sua personalità risiede, per così dire, ‘altrove’ rispetto al tempo e al luogo specifico che si trova ad abitare.

La prima vignetta di 'Orfani' n. 12
La prima vignetta di ‘Orfani’ n. 12

Mucchietto selvaggio

Il mondo di Orfani è quindi soprattutto un sistema di relazioni e interazioni tra personaggi. Che non smettono mai di provocarsi. Quel che fa l’abilità di Recchioni è in primis qua: i suoi personaggi agiscono in un costante botta e risposta, azione e reazione, con accelerazioni e pause che distribuiscono i conflitti personali un po’ ovunque: non solo duelli fisici, ma anche innumerevoli scontri verbali, che diventano anch’essi scene di lotta. La posta in gioco, come sempre nell’action, è dimostrarsi più solidi degli altri (forti, o scaltri, o maturi), sopravvivere, e generare spettacolo.

Per qualche ragione, questo andamento mi ha fatto ripensare a quanto Christian Raimo aveva notato a proposito della scrittura di Roberto Saviano in ZeroZeroZero: uno stile performativo, “che dalla prima all’ultima pagina cerca l’effetto”. Se verso un libro come quello si trattava di una critica, per Orfani questa osservazione – rideclinata in stile di sceneggiatura, ben altra cosa – diventa un apprezzamento. Già, perché il genere action, diversamente dall’ibrido tra narrativa e inchiesta di Saviano, da questa tensione trae la propria vitalità. E non c’è dubbio che in questo Orfani funzioni. Persino più del previsto.

Un esempio su tutti è quanto si sviluppa intorno all’interazione tra Ringo e Sam, che in qualche modo si amano ma – per le loro psicosi, e per il gusto teatrale dell’autore – arrivano presto ad affrontarsi in ripetuti scontri fratricidi accompagnati dalle lacrime, il cui primo avviene nel 4° episodio: per risvegliare Sam da uno stato catatonico post-traumatico, Ringo sceglie di assorbire la rabbia della ragazzina lasciandosi malmenare, fino a farsi ridurre a una maschera di sangue. In una sequenza successiva, per arrestare la rabbia di lui nei confronti della professoressa Juric, Sam colpisce per uccidere Ringo infilzandolo frontalmente, proprio mentre lo abbraccia (ep.8); l’uomo ricambierà con un bacio finale, nel corso del quale le spezzerà il collo (ep.10). Contrasti in cui la tensione si fa collera e poi scontro e insieme melodramma, tratteggiando un clima di triste disillusione sull’instabilità dei caratteri e dei loro destini autodistruttivi.

Da 'Orfani' n. 4
Da ‘Orfani’ n. 4

L’action performativa di Orfani, inoltre, sfruttando gli ingredienti militaristici e survival – come si sarà capito dall’emblematica dinamica Sam/Ringo – lavora parecchio sulla violenza. Che pare ben diversa da quella presente in una serie recente, anch’essa di azione – mascherata da urban drama ‘esotico’ – come Long Wei: se nella serie di Diego Cajelli prevaleva il gusto scenografico, con scene attente a sottolineare il gesto atletico e la coreografia dei movimenti, in Orfani la violenza mette al centro la carne, il dolore, il trauma fisico. Saranno gli arti spezzati; o le convulsioni ben rappresentate; o i tanti colpi sferrati fissando negli occhi l’avversario; o la proliferazione di alcune – mai sottovalutarle – onomatopee (oltre ai soliti Thud e Sbam, i tanti Crack/Krak/Krack). Di fatto Recchioni in queste scene di lotta e confronto diretto rivela un indiscutibile talento: anche picchiarsi è un’arte, e nel tradurla in sequenze riesce meglio di tanti sceneggiatori di fumetto pop non solo italiani. Basti pensare a sceneggiatori di action spettacolare sì, ma banale proprio negli scontri fisici, come l’epico Mark Millar o il trucido Garth Ennis. Nella scia dell’iperrealismo fisico alla Paul Verhoeven, Recchioni pare piuttosto erede del Rocky Joe di Asao Takamori e Tetsuya Chiba, o al livello del Robert Kirkman di Invincible (bizzarro mix tra scanzonatezza nella trama e crudezza nei combattimenti). In un mondo del fumetto popolare in cui tanti scontri sono ancora messi in scena in toni da scazzottate alla Bud Spencer e Terence Hill, Orfani parla così un linguaggio action più onesto e contemporaneo, che fa eco alla fisicità di tanto cinema e videogame, più che a quella di un Tex Willer o un Martin Mystère.

Soffri pure, mascherina

Personaggi in primo piano, scenario survival, ragazzini orfani e ripetuta violenza. Un mix che, per farla breve, di solito produce due strade. O ci si diverte e si ride, o si soffre partecipando allo sviluppo di una tragedia. Il problema di Orfani, però, è che c’è ben poca commedia. L’ironia non manca, certo, ma è tutta reattiva e performativa anch’essa: è l’ironia del sarcasmo, mai dell’umorismo, usata dai personaggi per provocare la propria controparte. Quasi fosse solo uno degli strumenti con cui continuare a usare violenza. Non a caso Orfani è costellata di battute sarcastiche che hanno la forma di aforismi, perfezionati per condensare, come fossero slogan – o frasi epigrafiche per dei predestinati alla morte – la rabbia che attraversa i protagonisti. Espressioni spaccone perfettamente riuscite, come il motto degli orfani “Noi non facciamo arte. Noi facciamo cadaveri”. Il cui rischio però è di suonare talvolta pretestuose. Esempio: cosa c’entra, nello scenario della serie, l’allusione all’arte? Nulla – né compagni né avversari hanno a che fare con l’arte – se non l’effetto in sé. L’aforisma perciò funziona, ma non fino in fondo, perché potrebbe essere pronunciato da tanti altri eroi immaginari.

Anche il tragico sembra sempre dietro l’angolo, ma finisce con l’essere liquidato rapidamente, per dare subito corda al successivo momento di conflitto. E qui sta il principale limite narrativo della serie: lo spazio per giocare e quello per emozionarsi sono davvero compressi. Tre esempi.

1) Nel terzo episodio, l’addestramento dei ragazzini prosegue. Ringo, disattento in aula, viene redarguito e reagisce assalendo l’istruttore. Il colonnello Nakamura lo fa rinchiudere e poi lo punisce in pubblico, sparandogli due colpi che lo gambizzano. In buona sostanza, assistiamo a una scena di traumatica violenza. Nakamura lo punisce in modo spietato, e aleggia aria di morte. È un punto chiave dell’addestramento: una “lezione” di obbedienza, dolore, sopruso. Come in Full Metal Jacket, la disciplina di guerra produce sofferenze smisurate, misurabili in disperazione, follia, e desiderio di morte. Figuriamoci su dei bambini, peraltro già segnati dal trauma di un’apocalisse planetaria. Qui, invece, la reazione di Ringo è… una battuta. A terra, sanguinante, risponde a Nakamura con la consueta strafottenza: “facile dirlo con una pistola in mano”. A quel punto Nakamura sta per dargli il colpo di grazia, ma è fermato dalla professoressa Juric, che ordina venga portato, sano, di fronte al plotone d’esecuzione. Lo ritroveremo alcune pagine dopo, muto in una vasca di rigenerazione; poi sottomesso di fronte al plotone (che accetterà le sue scuse, e la sua subordinazione); infine sotto le docce, a malmenarsi con Rey che ne sfotte l’asservimento ai superiori. Insomma, il processo di sofferenza fisica, lo strazio, la frustrazione, il tormento psichico non sono in scena. The show must go on, e lo scavo emotivo, di portata potenzialmente (assai) drammatica, è del tutto evitato.

Da 'Orfani' n.3
Da ‘Orfani’ n.3

2) Nel 7° episodio, Ringo torna sull’astronave-base per chiedere conto alla professoressa Juric delle sue menzogne sugli extraterrestri. È un altro snodo cruciale che, dopo il colpo di scena del quinto episodio – il disvelamento della vera natura dell’apocalissi terrestre – chiarisce i dettagli del ‘complotto’ ma anche della evoluzione degli Orfani. Il momento promette sorpresa e conseguenze epiche. Ma si riduce al combinato disposto di spiegone (da parte della Juric) e carneficina (Ringo fa strage dei difensori in soccorso della professoressa). Il confronto-rivelazione avrebbe anche potuto finalmente fare luce sulla Juric, personaggio fra i più presenti in scena, ma solo come mero burattinaio: un deus ex machina privo di una backstory con cui chiarirne personalità e motivazioni (e questo nonostante il concept che, per ragioni del tutto personali, ho trovato squisito: una sociologa!).

3) Nel penultimo episodio, Juno, la donna del leader integerrimo del gruppo, colei da cui sarebbe lecito – in stile Ciclope&JeanGrey – attendersi un figlio, fa una fine che ricorda quella di Jean Grey, schiantandosi al suolo mentre porta in salvo il velivolo alla deriva. La differenza con la celebre run di Chris Claremont su X-Men, la Saga di Fenice, è però differente in due aspetti: la morte di Juno è definitiva (niente trasformazioni soprannaturali), ma soprattutto Recchioni non ci dà il tempo, come in Claremont, di celebrare la fine di un sistema di relazioni. Ringo e Janus restano vivi, ma il nostro interrogarci sulla loro reazione alla tragedia è frustrato: nessun compianto, nessun rito. Non c’è tempo. Juno muore, e la tappa successiva consiste nell’assistere allo scontro finale tra i due guerrieri (prima dell’epilogo che disegna il cambio di prospettiva su Ringo, trasformato in terrorista rivoluzionario, per la nuova serie).

Da 'Orfani' n.11
Da ‘Orfani’ n. 11

Insomma, nemmeno quando si assiste alla tortura psicofisica, alla morte, quando si svela il castello di menzogne, o si sacrifica uno dei protagonisti  – in nessun caso ci si sofferma sulle emozioni che tutto ciò potrebbe generare sugli altri. O sui lettori. Poche vignette liquidatorie, e frasi lapidarie per chiudere e passare oltre. Come se le reazioni emotive, a differenza di quelle fisiche, fossero d’impiccio. Eppure, anche saghe della fantascienza adolescenziale più epica – penso proprio alla “morte” di Jean Grey, e poi di Fenice – accanto al binomio morte&distruzione avevano dato voce a cuore&psiche, dosando esplorazione intima e tragedia collettiva, anche nella semplicità della narrazione “di genere”. Che sia per calcolo o per pudicizia, Recchioni preferisce che le emozioni non occupino mai davvero la scena. Ciò che desidera mostrare è lo scontro, l’affrontarsi sfacciato e quasi – qui sì – impudico tra personalità caricate a molla, pronte a riversarsi addosso un’ira profonda e bruciante, una colata lavica di cui, tuttavia, non è mai dato vedere il magma.

Iperrealistica negli scontri fisici, Orfani non lo è quindi nei ritratti psicologici. I personaggi, insomma, sono caratteri più esterni che interni: maschere, fasci di azione/reazione più che figure a tutto tondo. In un paradosso piuttosto sorprendente, sembrano così più vicini alla stilizzazione classica di Tex Willer o Diabolik che alla contemporaneità di eroi ‘problematici’ alla Dylan Dog, Nathan Never o Volto Nascosto. Naturalmente, se il target sono soprattutto i ragazzini under 18, non è un approccio sbagliato, anzi (Go Nagai, per fare un esempio, ci è sempre piaciuto proprio per questo, oltre che per la forza nel design). Tuttavia, se l’obiettivo – alimentato dall’enfasi comunicativa di cui si diceva all’inizio – era raggiungere un pubblico più ampio quantitativamente e più maturo come gusti nell’intrattenimento, siamo ben lontani dalla possibilità di agganciare l’adultità che pure si riconosce intorno a serie mainstream come The Walking Dead o Saga. Orfani non è un fumetto per tutti, ma per tracimare oltre la nicchia action/adolescenziale dovrà lavorare anche – forse soprattutto – sull’empatia. La sua esternalità regge bene ritmo, azione e scontri, ma senza un forte aiuto né del genere (attraverso il world-building) né dell’identificazione (attraverso l’empatia), credo faticherà a raggiungere uno dei suoi obiettivi: lo sviluppo a lungo termine di personaggi contemporanei pensati per allargare, includere, gettare ponti tra pubblici e immaginari.

Oltre l’estetica del fumetto Bonelli

Tra gli altri aspetti che mi hanno sorpreso, almeno in parte, c’è anche quello visivo: disegno, grafica, colore. Innanzitutto perché Orfani si è rivelata la serie bonelliana con la grafica più fresca degli ultimi vent’anni anni. La grafica, d’altra parte, è da tempo una delle più evidenti debolezze di Casa Bonelli. La fine della stagione di Luigi Corteggi, uno dei grandi protagonisti nella storia del design del fumetto italiano, ha infatti coinciso con una cronica carenza di art direction, il cui effetto è stato quello di lasciare spazio a una certa anarchia e disomogeneità di linguaggi, qualche buona intuizione e non pochi tonfi nel kitsch. L’apporto di Paolo Campana – grafico della serie – è un altro merito ascrivibile al lavoro come editor di Recchioni, che ha saputo circondarsi di professionisti competenti, al passo coi tempi sia per tecnica che per gusto. Incluso lo staff di disegnatori e coloristi.

Intendiamoci, il colore in Orfani non è innovativo o originale in sé. Vent’anni di colorazione digitale per le serie mainstream americane e francesi ci hanno abituato a questo stesso livello, e a qualche sofisticatezza ulteriore. Lo è però nel contesto Bonelli, dove certi effetti (in particolare negli albi firmati da Annalisa Leoni, Lorenzo De Felici e Alessia Pastorello) hanno portato un clima visivo nuovo che mi pare sinceramente positivo. Resta il fatto che la qualità del lavoro sui colori emerge più dalle raccolte pubblicate da Bao Publishing, per ragioni strettamente tecniche come la carta, da un lato, ma anche il formato. Il che apre definitivamente una questione: qual è lo spazio e il ruolo del colore nel fumetto bonelliano? Formato, carta, e composizione della tavola – la tradizionale quadrettatura, l’egemonia delle “teste parlanti” – sono vincoli del prodotto Bonelli che rischiano di soffocare le potenzialità comunicative del colore, così come lo intende il fumetto popolare oggi (esempio negativo: Dylan Dog Color Fest). Siamo certi che la strada del cromatismo più realistico o più laser, denso in sfumature o in texture, si sposi con questo linguaggio nostrano? Viceversa, non è che la presa di coscienza della rilevanza ‘necessaria’ del colore, oggi, possa dare nuovo impulso all’innovazione tecnologica (la carta) e grafica (i layout delle tavole)? Il dibattito è aperto.

Pagine 76 e 77 da 'Orfani' n. 11
Pagine 76 e 77 da ‘Orfani’ n. 11

Quel che è certo, è che in Orfani ho visto la migliore declinazione del rapporto disegno/colore nel fumetto seriale italiano degli ultimi 20 anni. Una complicità che si è espressa con particolare grazia sul finire della serie, con l’intervento dei disegnatori Emiliano Mammucari e Gigi Cavenago. Il primo raggiungendo un elegante equilibrio nel modulare la linea, inserire tocchi cartoon, spugnature ed effetti xerox, e gestire un notevole senso dell’inquadratura (detto altrimenti: Mammucari è ormai tra i migliori disegnatori ‘classici’ sulla piazza). Il secondo, dando prova di un naturalismo tradizionale, fluido ma molto curato nei dettagli, e che trova il giusto accento evocativo e cromatico in una scena pittorica particolarmente efficace. Sequenze altamente spettacolarizzate, come la tavola dedicata al balzo quantico dell’astronave, che si sfarina nel bianco della pagina (ep.11), o la doppia “al vivo” con lo schianto dell’astronave disegnata da Mammucari (ep.12), sono momenti in cui l’epica del racconto trova una naturale armonia con la grammatica del fumetto. Disegno e colore costruiscono qui, ben amalgamati, gli “effetti (grafici) speciali” che merita il gusto roboante di quegli istanti.

Pagine 50 e 51, affiancate, da 'Orfani' n. 12
Pagine 50 e 51, affiancate, da ‘Orfani’ n. 12

Scrittura veloce, serialità lenta

Tenendo insieme quanto detto a proposito dello stile di scrittura e visivo, arrivo infine al punto che più mi ha colpito dell’intero progetto: la sua temporalità. E uso questa parola un po’ generica perché mi permette di osservare insieme due dimensioni differenti del tempo di una serie a fumetti: quello interno al racconto, e quello esterno connesso alla sua pubblicazione.

Il tempo narrativo di Orfani, inteso come ritmo delle scene scandito dalla sceneggiatura, è una novità per la tradizione Bonelli. E un traguardo personale per il suo autore. Uno dei limiti della precedente serie co-creata da Recchioni, John Doe, era nella discontinua tenuta ‘tecnica’ delle sue sceneggiature, talune solide, talaltre sfilacciate. Qui, invece, tutto tiene. Piaccia o non piaccia cosa e come la racconta, Orfani procede secondo una cadenza sincopata, orchestrata con precisione e modulata con coerenza, persino tetragona nelle sue geometrie. Il Recchioni bonelliano pare sempre più un control freak che attinge a diversi trucchi di scrittura – il doppio binario tra due linee temporali; i prologhi sempre in voce fuori campo (con rivelazione della voice over, a sorpresa, nel prologo dell’ultimo episodio); la circolarità dei dialoghi tra sequenze iniziali e finali – e che piega ogni risorsa alla costruzione di una tensione ritmica elevata. Non a caso le sequenze più lunghe sono quasi sempre quelle di battaglie, duelli, combattimenti. Certo, il doppio binario fra passato e presente e il lungo periodo che trascorre tra l’avvio e la conclusione degli eventi narrati tengono lontani dall’effetto “tempo reale”. Ma lo scorrere del tempo – al netto di rughe e capelli bianchi – non è mai davvero determinante, per i personaggi, che sembrano sempre rincorrere la Storia e sé stessi, oltre ogni contingenza, per giungere ad affrontare il nocciolo delle proprie sfide. E a tenere il ritmo elevato, accanto all’azione, c’è anche la presenza di testi ridotti al minimo, per gli standard Bonelli. Sarebbe interessante, infatti, misurare comparativamente la quantità di parole presenti in un episodio di Tex o Julia (Martin Mystère, si sa, gioca in un campionato tutto suo) e in uno di Orfani. Ho il sospetto che il rapporto sia almeno di 3 a 1.

Tra le logiche conseguenze di tanta rapidità ‘interna’, però, c’è il tempo di lettura. Che in Orfani è davvero breve. Certo, il colore contribuisce a un certo rallentamento – ma come dicevo poco sopra, con meno spazio a disposizione per ‘respirare’ rispetto agli standard americani o francesi, la sua capacità di incidere (su questo aspetto) è tutto sommato contenuta. Piuttosto, un effetto non irrilevante si riversa altrove, ovvero sul rapporto fra durata e valore economico: il prezzo di copertina, per quanto possa suonare indipendente da fattori ‘stilistici’ come il ritmo, nei prodotti narrativi di massa è percepito tanto più alto quanto più breve è l’esperienza di consumo. Le critiche emerse sui social rispetto alla prezzatura degli albi a 4,50€, per quanto risibili in termini generali (costi di produzione, media storica e ‘qualità’), mi sembrano pertinenti solo rispetto a questo specifico aspetto, che però trovo del tutto secondario rispetto a una valutazione di gusto. Ma l’effetto più rilevante del ridotto tempo di lettura è un altro, e riguarda la sua condizione seriale.

È qui che si nasconde, a mio avviso, il messaggio più forte di Orfani come operazione editoriale. La serialità bonelliana, fondata su una cadenza mensile, non mi è parsa la più adeguata: troppo ‘lenta’, rispetto alla temporalità accelerata interna alla serie. Tradotta in cifre, significa 30 giorni di intervallo fra 2 sessioni di lettura di 15 minuti circa. A monte, senza dubbio, c’è l’influenza delle consolidate abitudini fruitive di altri prodotti narrativi, a partire dalle serie televisive, vissute come appuntamento settimanale, quotidiano, o addirittura più concentrato – come nel modello digitale del binge-watching (vedi il caso di successo di House of Cards, serie rilasciata da Netflix in blocchi da 13 episodi alla volta). Peraltro, una prassi sempre più diffusa anche in tanta serialità fumettistica, soprattutto americana. La arci-italiana e arci-bonelliana edicola è un canale con specifiche esigenze e possibilità, rispetto ai ritmi seriali: più rapido rispetto alla libreria, ma più lento rispetto alla tv e alla rete. Un nuovo equilibrio pare quindi utile se non necessario, e prodotti come Orfani potrebbero guadagnare spinta da una relazione con il pubblico (per cui le serie tv sono la norma, e non l’eccezione – quale è il fumetto) fondata sulla riduzione dei tempi di pubblicazione. E se soluzioni da binge-reading sembrano estreme, forse c’è spazio per proposte che provino a mediare con la tradizione Bonelli: uscite quindicinali, o settimanali. Discussioni in merito si scontrano tuttavia con il tema dei tempi di produzione, spesso superiori ai prodotti seriali audiovisivi; ma la lezione del fumetto seriale giapponese o statunitense potrebbe ritornare utile, in un’ottica legata non tanto ai meri costi di produzione, quanto a una diversa logica di pianificazione. Staremo a vedere.

In fin dei conti, Orfani non ha lasciato il segno che alcuni speravano, misurandolo sulle elevate aspettative con cui era stato lanciato. Essenzialmente, per ragioni legate all’immaginario e allo sviluppo dei personaggi. Invece di essere un segnale forte, è stato quindi un segnale debole. In questo, tuttavia, ha acceso davvero qualche luce nuova, come la possibilità di produrre un fumetto action contemporaneo – più vicino alla logica performativa del gaming che a quella feuilletonistica del salgarismo – che attiri l’attenzione, si presenti con freschezza, e abbia un ritmo (anche nella serialità?) più corrispondente all’ipercinetico consumo di contenuti in cui siamo immersi.

Segnali tutti che vedremo rilanciati, ampliati e messi alla prova già domani, nella storica conferenza stampa che Bonelli Editore ha lungamente preparato per annunciare novità e investimenti non solo nei prodotti tradizionali (fumetti d’avventura, restyling di Dylan Dog) ma anche nel licensing sia editoriale che audiovisivo. Passi avanti lungo una strada che solo nei prossimi due/tre anni ci permetterà di chiarire il ruolo più profondo svolto da Orfani: se sia stato un semplice svicolamento gattopardesco – cambiare tutto, per non cambiare niente – o invece una tappa decisiva all’interno di una traiettoria autenticamente nuova. Con la loro sbruffonesca sfacciataggine, le parole di Ringo (e Recchioni) nell’ultima tavola di Orfani n.12, che prepara il terreno alla nuova stagione in edicola dal 16 Ottobre, sembrano esse stesse consapevoli della sfida, all’insegna di un nuovo motto: “Noi non facciamo cadaveri. Noi facciamo la rivoluzione”. Bene. E se saranno anche solo Riforme, saremo a soffiare il vento da quella parte.

 

 (Con un grazie a Evil Monkey per un paio di esempi, e i soliti ottimi spunti)

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