Focus Profili La lezione degli amari consigli. Intervista a Nicolò Pellizzon

La lezione degli amari consigli. Intervista a Nicolò Pellizzon

Al Treviso Comic Book Festival, in occasione della presentazione del nuovo libro di Nicolò Pellizzon, Gli amari consigli (Bao Publishing), abbiamo intervistato l’autore. Il volume sarà in distribuzione dal 17 ottobre, qui potete leggere un estratto dal fumetto.

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La cosa che mi incuriosisce di più dopo aver letto un tuo fumetto è sapere come “funziona” il tuo processo produttivo, nel pensare e creare le storie. Sia Gli amari consigli che Lezioni di anatomia hanno una trama abbastanza semplice e lineare, e sembrano storie costruite come corollario di un determinato mondo di immagini e universi visuali. Nel dare vita a questi graphic novel nasce prima la storia, a cui poi attribuisci una certa dimensione visiva, o invece è l’insieme delle suggestioni visive a suggerire la storia stessa, con un approccio più da illustratore che fumettista?

Le mie storie a fumetti, partono da un nucleo centrale che di solito si aggira attorno alle venti trenta pagine, che racchiude tutto quello che ci sarà nel libro. Il resto viene dopo ed è il percorso che porta a quel centro e che a volte riesce a stravolgerlo. Tutto il resto (penso all’inizio de Gli Amari Consigli per fare un’esempio) è fatto di tanti piccoli nuclei che si aggirano attorno al principale. Nelle immagini di questo centro c’è già tutto il libro in una forma concentrata, io lo interpreto in uno dei modi, Quelle che vedo al principio sono delle proto-immagini, non delle visioni precise.

E sai spiegare da dove è arrivato questo nucleo, come ha avuto origine?

Il concetto base de Gli amari consigli è che siamo nell’epoca della compressione temporale, degli avvenimenti che si susseguono in maniera iperveloce. I protagonisti risultano un po’ sorpassati, un po’ indietro rispetto alla velocità del mondo. Trovare un posto all’interno di questa velocità (velocità che non può che portare alla fine) penso che comporti un forte smarrimento. Sto cercando la soddisfazione personale nel modo giusto? La troverò mai? Anche le azioni secondarie, in questo tempo accelerato, diventano molto importanti perché sembrano influire su tutto il resto. La fine del mondo è rassicurante anche se fa paura, perché da un senso, e forse un ordine alle grandi incertezze. Ma questo è forse già un ragionamento fatto a posteriori. Il libro è arrivato da sensazioni attorcigliate, e come dicevo prima e stato interpretato.

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Come in Lezioni di anatomia, anche se ispirandosi ad argomenti diversi, è chiaro che fai riferimento a una dimensione visiva, a cavallo tra cabala ed esoterismi vari, parecchio codificata. Come nasce questa tua passione per questo immaginario?

Ritengo che i due libri siano molto diversi, Lezioni di anatomia ha dei riferimenti precisi, svuotati del loro senso e arricchiti nuovamente, Gli amari consigli invece, ha un approccio vicino al genere fantastico. Essendo separato tra una realtà attuale e delle visioni di quello che si nasconde sotto di essa, il suo immaginario è vicino a figure mitologiche di origine persiana, al vecchio testamento e in parte alla magia olimpica.

La realtà è tutti i giorni sotto i nostri occhi. Quello che faccio e che mi appassiona di più invece no.

Mi interessa molto la costruzione fisica dei tuoi personaggi. La protagonista de “Gli amari consigli” sicuramente nasce nella scia dei personaggi femminili che popolano i tuoi fumetti e le tue illustrazioni, ma in questo caso è connotata da un taglio di capelli molto contemporaneo e alla moda.

All’inizio la protagonista doveva essere un po’ Alice nel paese delle meraviglie, e nel testo ci sono alcuni riferimenti a questo aspetto,  dispersa nel suo mondo, incapace di capire se le proprie azioni sono causa o conseguenza di ciò che le sta capitando attorno.  Il taglio di capelli, nello specifico, serviva solo a renderla più contemporanea e allontanarla dal riferimento iniziale. Sara è forte e allucinata come l’Alice di Carrol, ma è molto più irrequieta.

Inoltre, è sempre interessante disegnare qualcosa di diverso da quello che si fa di solito. Vedo un sacco di personaggi nei fumetti realistici vestiti in modo banale e pettinati peggio (ed entrambe le cose sono molto irreali, a pensarci bene).

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Dedichi anche una particolare attenzione alla gestualità dei tuoi personaggi.

Se lavorassi per il cinema, sarebbero gli attori a dare ai personaggi quella nota personale, mentre lavorando con i fumetti devo essere io a pensare i personaggi in maniera molto più profonda, come fossero persone vere, e dargli quella sfumatura di naturalezza, e crearla visivamente, salvo poi rendermi conto che non è altro che una proiezione di me stesso, in diverse situazioni e contesti.

Sono molto influenzato da Daria Nicolodi in Profondo Rosso. Ho odiato per anni la sua interpretazione, invece ora mi piace quel suo istrionismo gestuale.

I protagonisti de Gli amari consigli vanno spesso al cinema, sono appassionati di b-movie. Si trattava di una necessità puramente narrativa o è una passione tua?

È anche una mia passione. Lei è appassionata di film dell’orrore anni settanta e ottanta e possiede un sacco di vecchie videocassette (ma nel libro ci sono anche film recenti, come Segnali di Futuro di Alex Proyas. Fa parte di una caratteristica contemporanea, la passione delle cose del passato, il vintage come rifugio per la paura del futuro.

Per la mia generazione questa nostalgia coincide ed è legata strettissima all’adolescenza. I tempi in cui i film li vedevi al cinema, ti prendevi il pomeriggio, la serata senza venire interrotto dai social network o dalla reperibilità del cellulare. Quando il mondo non era rappresentato da quella sensazione di instabilità perenne che ci restituisce l’informazione. Non c’erano minacce post 11 Settembre per capirci, prima della diffusione globale di internet e della veicolizzazione dei suoi contenuti.

Le due cose (le paure globali e l’internet di oggi) sono venute assieme. Sara non è solo schiava di tutto questo ma ne è anche inghiottita, le sue “visioni” mostrano delle deformazioni visive di film e cose che vede nella sua vita (I “resuscitati ciechi”, il cerchio nel cielo, il mondo che prende fuoco, anche il suo buffo telefono a forma di teschio).

Credo che la realtà sia composta da diverse di queste scatole cinesi in cui ci perdiamo continuamente.

Passando a un elemento più di natura “tipografica”, perché la scelta di quei due colori così particolari, il giallo e il fucsia?

Perché danno un’impronta molto più contemporanea. Sembra un po’ stupido da dire, perché la scelta dei colori tanto quanto la pettinatura della protagonista potrebbero essere considerate delle piccolezze, sono dei dettagli a cui si pensa secondariamente rispetto alla storia in sé.

Spesso cerco di usare colori che non avrei mai usato e di fare cose che non avrei mai fatto. In questo caso mi hanno permesso una gamma di effetti cromatici molto utile per le sere in esterno, con le luci dei lampioni arancioni o per i tardi pomeriggi piovosi. Senza contare che usati al massimo della saturazione (come sono spesso) sono quasi lisergici.

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Senza fare nessuno spoiler, parliamo del finale, che è apertissimo. Avevi da subito chiaro che la storia si sarebbe conclusa così?

La protagonista è bloccata in mille indecisioni e alla fine decide di andare incontro al proprio destino, facendosi coraggio. Ma scopre che il percorso della vita non ha un soluzione unica, ma è un continuo esercizio di volontà, dove tutto si somma più che finire.

Il termine corretto per definire questo tipo di fine dei tempi sarebbe “Apocatastasi”, la fine che inizia dal principio. Ho deciso di non inserire il termine nel testo, perché come sponda teologica poteva ingannare. Se il finale è aperto e non tira le somme della storia è perché non ho niente da insegnare. Quello che faccio è percepire le forze del mondo e metterle lì dentro, ma non ho il controllo, né la presunzione di interpretarle univocamente.

Ho l’arroganza di mettere dei dubbi scomodi, di fare quello che mi pare anche se non sarebbe corretto. Ma c’è una piccola direzione in tutto questo.

Qualcosa di questa scelta viene anche da una riflessione sul fumetto (ma anche su tutti gli altri metodi narrativi) degli ultimi dieci anni ( un’ ondata che sta finendo, per fortuna) che cerca la legittimazione nella letteratura, e negli argomenti “forti”, risolvendo tutto in un insegnamento o un non insegnamento mascherato, disinnescando completamente la potenzialità al vetriolo del mezzo. Diventando una favola “politically correct”. Io penso che sia molto più costruttivo sollevare domande che dare le mie risposte, come invece fa un bravo bambino che ha studiato. Preferisco che mi legge ne esca irritato, o stordito. Vedo quello che faccio come scrivere una poesia sulla forza che c’è nella benzina che brucia.

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