News “Disegnare la sofferenza non è piacevole”. Intervista a Joe Sacco

“Disegnare la sofferenza non è piacevole”. Intervista a Joe Sacco

Il più importante fumettista-reporter dei nostri tempi, Joe Sacco, è tornato. Con un libro che questa volta, però, non è propriamente un fumetto. La Grande Guerra (Rizzoli Lizard) è infatti ciò che un tempo si sarebbe chiamato un “panorama”, ovvero una specie di maxicartolina in widescreen, un unico disegno che si sviluppa su di un solo foglio ripiegato, lungo sette metri. Ma il vero paradosso è che, nonostante si tratti di una sola tavola, dedicata per giunta a una sola giornata di avvenimenti, Sacco è riuscito in un’operazione di equilibrio sorprendente: renderla al contempo un’opera di documentazione storica e un’istantanea immaginaria, chirurgica nell’analisi e spettacolare nell’impatto.

Per questo, nonostante abbia praticato un terreno quasi opposto alle sue consuetudini – una verbosità ai limiti della saggistica e della logorrea – Sacco è riuscito a creare uno dei libri di immagini più affascinanti e potenti che possa capitare di leggere (anzi: di guardare) non solo in questo anno di commemorazioni, ma nell’intera bibliografia dedicata alla Grande Guerra. E proprio l’energia, l’eleganza e la consapevolezza artistica evidenti in questo libro ci hanno spinto a volerne discutere direttamente con l’autore, che abbiamo intervistato telefonicamente in una breve ma intensa chiacchierata, in cui ci ha raccontato alcune cose particolarmente interessanti: il suo rapporto con questo conflitto emblematico, l’evoluzione tutt’altro che pacifica del suo mestiere di disegnatore-reporter di guerra, e la passione per il disegno.

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Dopo anni di lavori dedicati ai conflitti più recenti, questa volta ti sei rivolto al passato. Quali aspetti o problemi hai trovato nella Prima guerra mondiale che ti sembrano ancora attuali o, viceversa, che la rendono tanto diversa dalle guerre odierne?

Ci sono diverse ragioni. Innanzitutto, la Prima guerra mondiale è considerata come un evento particolarmente rilevante nella storia dell’Australia. È una guerra molto importante, per loro. Essendo cresciuto in Australia, di quella guerra ho sentito parlare davvero tanto. Ancora oggi viene fortemente commemorata. Perciò ho iniziato a interessarmi alla Prima guerra mondiale in quanto ragazzo cresciuto in Australia, e da lì ho iniziato a leggere su di essa. Già da giovane, mi impressionò molto il gran numero di persone uccise durante la Prima guerra mondiale, spesso senza che questo portasse con sé un qualche pur minimo beneficio.

Già da ragazzo, poi, ero rimasto colpito dalla nozione di “guerra di trincea”, o dall’idea di quelle persone poste lì ad aspettare – o in cerca di cavarsela in qualche modo – di fronte a questi incredibili fuochi di sbarramento. Mi sembrava qualcosa di folle. Come deve essere sembrato una follia alle persone che sono passate attraverso di essa, o quanto meno per molti di loro. Quindi, la Prima guerra mondiale è sempre stato un mio interesse. E probabilmente possiedo più libri su di essa che su qualsiasi altro tema; nel corso degli anni ne ho letti davvero un sacco.

Questo libro mi è stato proposto da un editor che è anche un mio amico, che in realtà aveva avuto l’idea parecchi anni fa, quando vivevamo insieme a New York. Solo di recente, però, mi ha chiamato e mi ha detto “ti ricordi che ti avevo proposto di fare un libro sulla Prima guerra mondiale, nel formato di un libro pieghevole?”. Mi ero del tutto scordato la cosa, ma lui mi ha convinto che sarebbe stato il momento giusto per fare questa storia. E avendo ​​passato così tanto tempo a pensare alla Grande Guerra, anche a me sembrava ormai il momento giusto.

La follia, di certo, ha a che vedere con il modo in cui le guerre vengono combattute, da sempre. Vale per il lontano passato, così come per i giorni nostri. Ma ciò che è interessante della Prima guerra mondiale è che tantissimi cittadini europei, tra cui anche gli italiani, si impegnarono con grande entusiasmo, o vollero essere coinvolti, nel conflitto. Si tratta di una di quelle guerre in cui grandi entusiasmi si fusero con il clima dell’Età Industriale.

Perché hai scelto questa specifica battaglia – la battaglia della Somme – e non un altro momento di quella guerra?

Già, in effetti avrei potuto scegliere un sacco di altri momenti. Direi che probabilmente non potevo non scegliere un momento che avesse a che fare con i britannici. Essendo cresciuto in Australia, avevo sentito spesso parlare delle forze militare legate al Commonwealth britannico. Forse, se fossi stato francese, avrei raccontato di Verdun, e se fossi stato italiano di Caporetto. Avrei potuto scegliere altre battaglie, ma quella della Somme fu davvero l’epitome della Prima guerra mondiale o di ciò che dovette sembrare. Specialmente il primo giorno della battaglia della Somme, le perdite sul campo furono così elevate – e la battaglia durò quattro mesi e mezzo – che fu chiaro che non si sarebbero potuti raggiungere veramente gli obiettivi prefissati, e nonostante questo i generali continuarono a inviare truppe.

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Hai parlato di voyeurismo storico come una delle motivazioni principali che ti ha condotto a questo libro. Credi che sia un atteggiamento che aveva influenzato il tuo lavoro già in passato? In che misura il tuo interesse per la Grande Guerra ha ispirato il tuo lavoro, più in generale?

È una domanda interessante. Non sono certo che abbia influenzato I miei lavori precedenti, ma penso che lavorare a questo libro mi stia aiutando a dare forma ai prossimi lavori sui quali voglio lavorare. Nel senso che quando ti trovi a disegnare dei soldati che se ne vanno in battaglia con entusiasmo – e in generale, a quel punto della Guerra, i soldati britannici erano effettivamente entusiasti (chi partecipò al primo giorno della battaglia erano perlopiù volontari) – la domanda che mi girava in testa era: perché? Che cosa motiva delle persone ad abbandonare la propria casa, il lavoro e la famiglia per arruolarsi volontariamente per qualcosa di simile?

Non si tratta di una questione politica. E non sono sicuro che si tratti nemmeno di una questione ideologica. Mi pare, piuttosto, una questione che ha a che fare con la natura umana. Quindi, quando disegno una cosa del genere, non è qualcosa che mi offre grandi risposte, ma mi aiuta a mettere a fuoco le questioni su cui mi voglio concentrare, nel prossimo futuro. Ciò che mi interessa è perché le persone sono violente, e non semplicemente parlare delle ragioni politiche che rendono violenti. Lavorare a un libro del genere mi ha aiutato a rendermi conto che mi piacerebbe guardare a qualcosa che abbia a che fare con l’umanità come specie, piuttosto che all’umanità come insieme di gruppi etnici: palestinesi, israeliani, bosniaci o quello che è.

Come studioso di fumetto, ho apprezzato il fatto che nelle note al volume tu abbia citato Jacques Tardi, dicendo che la Prima guerra mondiale “era già stata trattata in modo definitivo” da Tardi. Cosa c’è di così definitivo, nei libri di Tardi?

Il fatto che ne abbia colto l’essenza. Tardi coglie pienamente l’incredibile inumanità della guerra e il modo in cui essa trasforma le persone. Penso di condividere la sua stessa visione oscura della guerra in generale, ma in particolare della Prima guerra mondiale. Penso che Tardi l’abbia davvero catturata estremamente bene. E credo che lo abbia fatto anche nel modo in cui ha strutturato il racconto, non intorno ad un singolo personaggio, ma procedendo in maniera episodica. Si seguono soldati che vivranno o moriranno, in un certo senso, per ragioni prive di senso.

Avevo già pensato di fare qualcosa sulla Prima guerra mondiale in passato, ma mai ho pensato a qualcosa che avrebbe potuto in alcun modo cogliere la guerra meglio di quanto aveva già fatto Tardi. Nel momento in cui l’idea di questo libro mi è stata presentata dall’editor – del tipo: “fai qualcosa di simile a un panorama” – mi sono subito reso conto che avrei dovuto fare qualcosa di personale, e non qualche ombra o pallido riflesso dell’opera di Tardi.

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Hai anche detto che eri un po’ stanco di rappresentare la guerra e le sue conseguenze. Vuoi dire che pensi di smettere di creare questo tipo di giornalismo, in futuro?

No. Onestamente, dopo aver finito il libro su Gaza, non volevo fare davvero nient’altro sulla guerra. Un paio di pezzi che realizzai subito dopo quel libro, erano sulla povertà negli Stati Uniti, sulla povertà in India e sull’immigrazione dall’Africa all’Europa. Diciamo che avevo cercato di scegliere temi diversi. Questo libro sulla Prima guerra mondiale, invece, mi ha in qualche modo riportato al tema della guerra. E come ho detto, ora mi sento come se fossi uscito da una pausa da quel tipo di giornalismo di guerra, e sento che oggi mi piace ritornarci sopra. Come dicevo, non tanto per tornare ancora a osservare la sofferenza. Ciò che oggi mi interessa sono le ragioni per cui le persone sono violente. E questo è tutt’altro argomento.

Non voglio occuparmi delle stesse cose di cui mi sono occupato in passato. Voglio lavorare su aspetti più psicologici, ora. Anche se ho provato a fare altro, credo che sarò sempre attratto da questi argomenti, perché fino a che avrò domande nella mia mente cui vorrò provare a rispondere … sai com’è: certe cose ti riempiono e ti perseguitano, in un modo o nell’altro.

Il tuo lavoro è di solito molto ‘parlato’ e discorsivo: offre testimonianze, incontri, discussioni, argomentazioni. In questo libro silenzioso, tuttavia, non c’è nulla del genere. Ciò che conta è soprattutto il disegno. Cosa hai trovato di diverso, e magari più interessante del solito, nel concentrarti solo sul puro disegno?

Sono davvero riconoscente al disegno. So bene che gran parte del mio lavoro è molto concentrata sulla parola. E se devo ammettere qualcosa, direi che per molti versi sono più a mio agio con le parole che con il disegno, nei miei fumetti. Questo libro è stato un modo per spingere me stesso lontano dalle parole, vedere quale quantità di informazioni ero in grado trasmettere in una sola immagine, e se ero capace di trasmettere narrazione in un’unica immagine. Quindi, non solo una immagine statica, ma un’immagine che si può “leggere”, anche se non ci sono parole.

Per me è stata davvero una liberazione, e anche molto interessante sul piano creativo, che mi ha permesso di vedere se ero in grado di dare al lettore l’impressione di muoversi lungo il tempo, dando la sensazione di un racconto. L’idea, diciamo, era di procedere da un lato sul generale e poi fino all’altra estremità, verso le tombe, mostrando tutto ciò che stava in mezzo, senza parole. Volevo che chiunque guardasse questo sviluppo fosse nelle condizioni di capire, in fondo, che cosa sta succedendo.

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Mi interessa un aspetto che sottolineavi delle immagini: veicolare informazioni. In termini di disegno, La Grande Guerra è davvero ricco di informazioni. Ad esempio, è pieno di dettagli. E questo mi porta a un’altra domanda: i tuoi disegni sono spesso pieni di dettagli, ma il fumetto tende ad essere associato all’opposto dell’informazione, ovvero la sintesi. I tuoi lavori mi sembrano quindi un perfetto esempio della condizione paradossale del fumetto: dettagli che offrono maggior ‘verità’ allo sguardo; ma allo stesso tempo molte distorsioni, che evidentemente ‘falsano’ la rappresentazione, in quanto sono più di fantasia che reali.

In questo caso specifico sono stato molto influenzato dal modo in cui gli artisti guardavano il mondo nel Medioevo. All’epoca potevano disegnare una persona o un castello in maniera realistica, ma spesso le proporzioni erano del tutto sballate. A volte, una figura umana era alta come un castello! Il che mi ha fatto ragionare su cosa avrei potuto fare per trasmettere tante informazioni. Se avessi dovuto disegnare tutto questo in scala, si sarebbe sviluppato in centinaia di metri. Così, ho dovuto prendere un approccio più claustrofobico, in cui le proporzioni o la distanza non importavano tanto quanto il tempo, in un certo senso. Perché quando si guarda l’immagine da sinistra a destra, penso che si noti che si stanno muovendo lungo il tempo: si procede dalle truppe, si cammina verso la prima linea, si passa attraverso le trincee, si va alla battaglia e poi all’uscita dalla battaglia.

È un approccio in cui ad essere centrale è il tempo. Ciò a cui non ho davvero dato peso è quanto spazio c’era davvero tra questi elementi: è molto compresso, molto denso. Certo, questa è una distorsione, ma il suo scopo è suggerire una verità superiore. Perché ci sono due tipi di verità: c’è una verità letterale, ma poi c’è la verità essenziale, ovvero ciò che si deve trasmettere. E tutto quel che deve essere trasmesso è una cosa essenziale: qualcuno che marcia, delle armi che sparano, i soldati che vanno in trincea o oltrepassano le linee, i soldati uccisi, la gente che torna dalla battaglia. Quindi è una miscela. E penso che diversi fumettisti affrontino questa miscela di reale e distorto – e di proporzioni fra gli elementi – in maniere diverse. Da parte mia, ho portato una specie di distorsione, che è il filtro della mano degli artisti del mondo medievale.

In realtà, fin dai tuoi primi reportage hai fatto un uso del fumetto come dispositivo flessibile, adatto a scopi seri ma anche per puro divertimento visivo. In cosa consiste, per te, il piacere nel creare fumetti – per esempio quelli per la tua antologia Bumf (in uscita in questi giorni negli Stati Uniti), o per il libro sulla Mesopotamia cui stai lavorando?

A dire il vero, uno dei motivi per cui volevo lasciarmi alle spalle il disegnare conflitti è perché non è piacevole. Anno dopo anno, aveva cominciato a diventare una specie di fardello. Sapevo di dover disegnare certe cose: i disegni e la scrittura dovevano essere un servizio alla storia o un servizio a ciò che sta realmente accadendo. Certe cose, come disegnare corpi … non c’è alcun piacere in questo. Non trovo piacere nel disegnare la violenza.

Ad essere onesti, un sacco di disegni che ho fatto negli ultimi venti anni non sono stati piacevoli; disegnare la sofferenza non è piacevole. E c’è un’altra cosa: non ho mai studiato disegno. Il mio modo naturale di disegnare è uno stile fumettistico o cartoonesco, che in genere si sposa con un certo senso dell’umorismo. Perciò è stato un gran piacere lavorare su Bumf. Non mi sono mai sentito così libero nei miei disegni. In questo caso non sono destinati a trasmettere – cioè, a volte lo sono, ma in genere non sono destinati a trasmettere grandi dettagli: sono stati concepiti per trasmettere idee. In questo caso i disegni non sono concepiti per dare un granché in termini di informazioni di contesto, bensì idee molto semplici. E c’è anche un sacco di humor. Mi sono davvero goduto questo lavoro.

Invece, per quanto riguarda il libro sulla Mesopotamia, non posso dire di essermi proprio divertito nel disegnare. Qui, infatti, mi trovo a disegnare qualcosa che molti archeologi dovrebbero avere già ben chiaro in testa – o dovrebbero sapere a cosa un certo elemento dovrebbe somigliare – e per me, quindi, dovrebbe essere piuttosto difficile disegnare alcune cose che, per esempio, potrebbero renderli insoddisfatti. Ma ciò che mi sta piacendo fare nel libro sulla Mesopotamia è la parte di ricerca. Mi gusto le letture su di essa, e certamente mi sto gustando le chiacchierate con archeologi e assirologi sull’argomento. È come imparare qualcosa: è del tutto nuovo e molto interessante. D’altro canto esistono diversi livelli di piacere in ogni progetto, come ad esempio la fase di strutturazione, oppure quando lo si disegna, o quando lo si scrive – ed è sempre diverso, a seconda di ciò che stai facendo. Talvolta il disegno è un piacere, altre volte è un peso, e qualche volta è un momento di meditazione; passa attraverso molte fasi o stati d’animo differenti. Ma devo dire che sì, Bumf è stato divertente, molto divertente. In un certo senso, persino troppo!

 

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ENGLISH VERSION

 

After years of books about recent war zones, this time you went digging into the past. Which issues or problems you have found in First World War that are still part of, or that differentiates, the kind of wars you see today?

There are a couple of reasons. First World War is figured very prominently in the history of Australia. It’s a very important war for them. Because I grew up in Australia, we’ve heard a lot about that war. It’s very strongly commemorated, even to these days. So I became interested in WWI as a boy growing up in Australia, and I started reading about the war, and even when I was young, I was very impressed by the great number of people killed in WWI, and often for very little gain at all.

Even  when I was young, I was impressed by notion of “trench warfare”, or by people waiting or trying to do something with those incredible artillery barrages. It seemed mad to me. As it must have seemed mad to the people who have gone through it, or many of the people who have gone through it. So WWI has always been an interest of mine. And I have probably more books about WWI than any other subject. Over the years I’ve just read a lot.

So, this book was actually proposed to me by an editor who is friend of mine, who actually came with the idea many many years ago, when we were living together in NY. But more recently, he called me up and he said “do you remember how I proposed to you, to do a book about WWI as a fold-out book?”. I forgot this whole idea, but he basically convinced me that now it would be the right time to do this story. And because I spent so much time thinking about the WWI, it seemed like the right time to me also.

Madness exists in the way wars are fought over time. That’s since the ancient past, and in the present day. But what’s interesting about WWI is that so many people of Europe, including the Italians, very enthusiastically put themselves, or wanted to be involved, in WWI. It’s one of those wars were great enthusiasm meets the Industrial Age.

Why did you chose this specific battle – the battle of the Somme – and not a different moment of that war?

That’s a good question: there are lot of moments I could have chosen. I mean, I probably have chosen a moment that had to do with the British. Because growing up in Australia, we’ve heard a lot about the British Commonwealth forces. Maybe if I was French I would have done Verdun; if I was Italian maybe I would have done Caporetto. There are other battles I could have chosen, but the battle of the Somme really epitomizes what WWI was about, or what it was like. And especially the first day of the battle of the Somme, the casualties were so high in the first day – and the battle went on for four and a half months – that in a way it was clear that you cannot really achieve your objectives, but the generals keep seeding troops into furthest anyway.

You already mentioned historical voyeurism as one of the main motivations toward that book. Do you think it’s something that affected your work previously, in a broader way? How the interest in First World War has shaped your work?

That’s an interesting question. I’m not sure if it shaped my previous work, but I think working on this book is helping to shape future work I want to work on. In the sense that when you’re drawing soldiers enthusiastically going to the fight – and generally, at this stage in the war, the British soldiers were enthusiastic (the soldiers that went into the first day of the battle of Somme were mostly volunteers) – so the question I was having in my mind was: why? What motivates people to leave their homes, leave their jobs, leave their families and volunteer something like this?

This is not really a question of politics. I’m not even sure if it’s a question of ideology. It seems to be a question of human nature. So, when I’m drawing something like this, it’s not like it provides answers to me, but it helps to see the questions that I want to look at, in the future. I’m just interested in why people are violent, not just talking about the politics on why they’re violent. Working on a book like this, helps me realize I’d like to look at something about humanity as a species rather than humanity as a set of ethnic groups: Palestinians, Israelis, Bosnians or whatever it is.

As a comics scholar I especially appreciated that in your preface you mentioned Jacques Tardi. And you wrote that “WWI has been already told in a definitive way” by him. What’s so definitive in Tardi’s book?

He totally gets it. He gets the incredible inhumanity of the war and the way that the war turns people into. I think I share the same dark vision about war in general, but in particular about WWI. I think Tardi really captured it extremely well. And I think even the way he structured the story, not around a single character but episodically. You know, the soldiers will live or they’ll die; and in some ways, it’s almost meaningless.

I thought about doing something about WWI before, but I never thought of something that felt like I could in any way capture better than what Tardi had already captured. The way this book was presented to me by the editor, like “do something like a panorama”, suddenly I realized I could do something that was my own, and not some shadow or pale reflection of Tardi’s work.

You also wrote you was kind of tired of depicting war and its consequences. Do you mean that you think stop creating such kind of journalism, for the future?

No. Honestly, after I’ve finished the book about Gaza, I really didn’t want to do anything about war again. A couple of the pieces I did after that book were about poverty in the United States, poverty in India and migration from Africa to Europe. So I tried to chose different subjects. And this book on WWI sort of brought me back to the subject of war. And like I said, I feel like I came out of a break from that sort of war journalism, and now I feel I’m liking go back to it. Like I said, not necessarily to just go once again look at suffering. Now I’m interested in why people are violent. And that’s a different subject.

I don’t want to cover the same ground I covered before. I want to sort of work on things that are more psychological, now. Even if I tried – and I have tried – I think I always be will drawn to the subject, because as long as I get questions in my mind that I want to answer … you know, certain things fill you up, and you’ll probably pursue them in some way or another.

Your work is usually ‘talky’ and associated with writing and discourses: testimonies by witnesses, meetings with people, discussions, arguments. In this silent panorama, however, there is nothing of that kind. What matters is mainly drawing. What did you find different, and perhaps more interesting than usual, focusing on pure drawing?

I was really grateful with the drawing. I feel like a lot of my work is really focused on “words”. And if I really had to admit something, it would be that in many ways I’m more comfortable with words than drawing, in my comics. This book was a way of pushing myself away from word, and seeing how much information I can convey in one image, and if I can convey a narrative in one image. So, not just a static picture, but a picture you can read, even if there are no words.

So, to me it was really a release – and also very creatively interesting – to see if I could give the reader an impression of time marching on, and a feeling of a narrative, a story. You know, the idea of taking that from one side on the general, and all the way to the other end, to the grave, and showing everything that came in between, without words. I wanted anyone to look at this and sort of understand, basically, what’s going on.

It’s really interesting the idea you have just mentioned about pictures, conveying information. Because of course The Great War book, in terms of drawing, is full of information. For example, it’s full of details. And that drives me to another question: your drawings are very often full of details, but cartooning is very often associated with the opposite of information, that is synthesis. So your works seem to me a perfect example of the paradoxical condition of comics: their details offer more and more “truth” to the eye; but at the same time the many distortions, which evidently ‘falsify’ the representation, are more imaginative that ‘real’.

In this particular case I was very influenced by the way artists looked at world in the Middle Ages. They could draw a person realistically, and they could draw a castle realistically, but often the proportions were entirely off. Sometimes, a human figure is as tall as a castle. It made me think about how am I gonna convey a lot of information, and… If I had to draw this, this scale, it would have gone for a hundred meters. So, I had to take a more claustrophobic approach, where proportions or distance didn’t matter so much as time, in a way. Because when you look at the image from left to right, I think you see that you are marching in time: you’re going from the troops, walking to the front line, going through the trenches, going into the battle and then coming out of the battle.

That’s sort of a time-centric approach. Where I was not really thinking about, is how much space is really between these figures: it’s very compressed, very dense. That’s a distortion, but it’s meant to get to a higher truth. Because there are two kinds of truth: there is a literal truth (if I had to do it, draw it literally, it would grow into a hundred meters if I could draw this scale), but then there is the essential truth: what you need to convey. And all you need to convey is the essential thing: someone is marching, gun firing, soldiers going into trenches, soldiers going over the top, soldiers being killed, people coming back from the battle. So it is a mixture: I think different cartoonists approach this mixture of real and distortion and the proportion of them in different ways. And in different comics you approach them in different ways. I brought a sort of distortion which is the filter of the hand of the artists of the medieval world.

Even in your past reportages, it’s clear that you like cartooning as a flexible device, good for serious aims but also for pure fun, and visual amusement. What’s the pleasure in creating comics, for example those in your next anthology Bumf or for the book about Mesopotamia you’re working right now?

To be honest, one of the reasons that I wanted to get away from drawing conflicts, is because it isn’t pleasant. Year after year, it began to be sort of a burden to draw. I knew I had to draw certain things: the drawings and the writing had to do some service to history or some service to what’s really going on. Certain things, like drawing bodies … there’s no pleasure in that. I find no pleasure in drawing violence.

To be honest, a lot of drawings I have done in the last twenty years have not been pleasant. Just drawing suffering is not pleasant. And there is the other thing: I never studied drawing.  My natural way of drawing is to draw in a cartoony way, and that generally goes with a sense of humor. So, to me it was a great pleasure to work on Bumf. I never felt so free in my drawings. They’re not meant to convey – I mean, sometimes they are, but generally they’re not meant to convey enormous details: they’re meant to convey ideas. And the drawings are meant to be…not really a lot about background informations, but about very simple ideas, and there’s a lot of humor in the drawings, too. I really done myself enjoying that work.

Now, the story on how the Mesopotamia book goes, I can’t say if I enjoyed drawing it, because you’re drawing something that a lot archeologists would have a very definite picture in their mind of what thing should look like, and it might be difficult to me to draw certain things with them being dissatisfied, for example. But what I enjoy doing in the Mesopotamia book is the research. I’m enjoying reading about it, and certainly enjoying talking to archeologists and assyriologists about the topic. It’s like learning  something: that’s completely new and really interesting to me. There’s different levels of pleasures with every project, like when you’re structuring it, when you’re drawing it, when you’re writing it – it’s different, depending on what you’re doing. And sometimes drawing is a pleasure, sometimes it’s a burden, and sometimes it’s meditative – it goes through many different phases or moods. But I have to say: yes, Bumf was fun, a lot of fun. In some ways, it was too much fun!

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