Perché il lettering azzarda così poco

Mi sono ritrovato a pormi una strana domanda, una di quelle che di solito non ci si pone perché le cose stanno così e non sentiamo un particolare desiderio di cambiarle – e di quello che per noi è normale, come ci insegna Wittgenstein, nemmeno ci accorgiamo più. In questo caso la domanda riguarda proprio il perché le cose stiano così, e perché non sentiamo il desiderio di cambiarle, se non occasionalmente, in circostanze particolari o visibilmente eccezionali. A queste circostanze particolari appartengono i tre esempi che ho voluto mostrare qui.

Andrea Pazienza, The legend of Italianino Liberatore 2, p. 8

Andrea Pazienza, The legend of Italianino Liberatore 2, p. 8

Il problema, evidentemente, riguarda il lettering, e la domanda è: perché, con poche eccezioni, il lettering nel fumetto è da sempre così standardizzato? Certo, vi sono varianti individuali (come quello, bellissimo e personalissimo, di Dino Battaglia), però, all’interno di quella variante la standardizzazione agisce di nuovo. Perché, insomma, non si usano le innumerevoli varianti grafiche della scrittura che pure sarebbero possibili e facili da produrre per caratterizzare gli aspetti espressivi delle parole dei personaggi, che pure saranno espresse con qualche tono emotivo nel mondo rappresentato? Visto che, giustamente, il bravo disegnatore caratterizza le espressioni del viso e del corpo a seconda del tono emotivo del personaggio, perché mai (con rare eccezioni) il bravo letterista non fa lo stesso con le parole dei suoi balloon?

Come vediamo negli esempi qui riportati, le eccezioni riguardano sostanzialmente il fumetto umoristico, come se solo quando si scherza si potesse modificare la scrittura (al di là di qualche modesto grassetto per indicare le enfasi, che qualche volta – ma non spesso – si trova). Oppure riguardano non il discorso dei personaggi, bensì i rumori. Non scrivetemi per segnalarmi delle eccezioni, anche non umoristiche! Sono certo che ci sono, anche se al momento non me ne vengono in mente. Il mio problema riguarda proprio perché siano eccezioni, e non la regola.

Pogo, di Walt Kelly

Pogo, di Walt Kelly

Sarà un problema di economia? A scrivere in maniera standard si fa certamente prima che a cercare la migliore caratterizzazione grafica per ogni frase. Ma se fosse per questo si farebbe anche prima a non caratterizzare graficamente i personaggi, e a metterci sempre la stessa faccia, con la stessa espressione – magari contando, non del tutto a torto, che l’associazione con le parole emesse e scritte nel balloon ci faccia attribuire una qualche emozione a quella faccia inerte. Come ben sappiamo, persino il peggiore disegnatore non si comporterebbe così: le espressioni sono sentite come necessarie, costi quel che costi, in termini di fatica grafica. Se l’espressività del lettering fosse sentita come necessaria, nessuno guarderebbe alla fatica in più che costa.

E dunque, perché non lo è? Sarà perché le parole hanno un suono, e non una forma visiva – mentre i volti la forma visiva ce l’hanno, e bisogna rispettarla? In altre parole, la deformazione grafica per dare espressività alle parole scritte nei balloon sarebbe un arbitrio, perché non corrisponderebbe a nulla di visivamente reale (mentre la deformazione grafica dei volti ha un corrispondente visivo nella realtà). Peccato che tra le cose più belle dello stile grafico di Frank Miller stiano proprio le deformazioni grafiche dei rumori, le quali certo non hanno neppure loro una forma visiva; ed è proprio questo a scatenare la sua inventiva, restituendoci una serie memorabile di invenzioni, tutte espressivissime. Perché i rumori sì, allora, e le parole dette no? (sui rumori grafici – Miller incluso – avevo scritto un post qui)

Frank Miller, The Dark Knight Returns, 1985

Frank Miller, The Dark Knight Returns, 1985

Non ho una risposta definitiva, ma solo dei sospetti; e su questi sì, sono pronto a discutere.

C’è, in primo luogo, un problema di tradizione. Non esiste cioè nessuna tradizione del rendere espressiva graficamente la scrittura. La scrittura a stampa cerca per sua natura (ed evidenti ragioni economiche) la standardizzazione, e lo stesso faceva quella a mano degli amanuensi pre-stampa. La scrittura autografica possiede una sua espressività naturale, ma non è particolarmente legata al tono emotivo di quello che si sta esprimendo, anche perché solo occasionalmente rimanda a parole di un discorso orale; e, in ogni caso, si paga la sua espressività grafica (non necessariamente utile) con un forte o fortissimo calo di leggibilità. Le calligrafie e tipografie espressive (cose in sé bellissime e da promuovere) si confrontano di solito con problemi diversi dall’esprimere il tono emotivo della voce, o dell’espressione orale. Insomma, gli esempi di alterazioni grafiche della scrittura per esprimere il tono emotivo della voce sono ancora più rari prima del fumetto che al suo interno. Non meraviglia che, nello scrivere i testi verbali dei balloon, gli autori non abbiano sentito il bisogno di lavorare graficamente su di loro come lavoravano sulle figure.

C’è, in secondo luogo, un problema di leggibilità. Un testo graficamente alterato, anche senza arrivare agli estremi delle autografie delle prescrizioni dei medici (quelle che solo i farmacisti sanno leggere), è un testo con una leggibilità inferiore a un testo uniforme. Tuttavia, se la leggibilità del testo dei balloon fosse davvero così prioritaria, la scelta standard sin dall’inizio non sarebbe stata quella del tutto maiuscolo (che è notoriamente meno leggibile dell’alto-basso), e tutti i fumetti sarebbero letterati come Tintin. Inoltre, la scelta del lettering tipografico sarebbe in generale sentita come più tollerabile; e non la vivremmo – come invece di solito la viviamo – come una scelta povera che permette di tenere bassi i costi di produzione e di vendita (tant’è vero che persino l’editoriale Eura/Aurea l’ha abbandonata appena è stato tecnicamente possibile).

Insomma, la leggibilità è importante, sì. Ma i testi nei balloon sarebbero in media sufficientemente brevi da tollerare senza conseguenze una piccola riduzione di leggibilità, se questo portasse a un aumento considerevole di espressività.

Alla fine dei conti, l’unica ipotesi che mi pare continui a tenere è quella della tradizione: è così perché, storicamente, è andata così, nient’altro. Ma se non ci sono motivi stabili per continuare così, perché continuare allo stesso modo? Be’, la tradizione ha un peso non indifferente. L’autore di fumetti che provasse di colpo a giocare pesantemente sull’espressività del lettering, pur senza fare fumetti comici, avrebbe, io credo, lui stesso una certa renitenza. Ma perché? Perché non si fa così è l’unica risposta; e non si fa così perché non lo si è mai fatto, e dunque appare strano, incongruo, eccessivo. La tradizione letteraria, quella della scrittura del libro, continua ad agire in noi pesantemente. Anche in me, non lo nego.

Potrebbe però accadere che qualche autore introduca almeno un poco di variazioni espressive del lettering, al di fuori della tradizione, ma senza esagerare. E che questo possa avere successo, autorizzando qualche altro autore a osare di più, e via così. Se non ci sono ragioni di fondo effettive per mantenere la tradizione, questa può effettivamente trasformarsi. Sarebbe un guadagno per il fumetto? Credo di sì. Certo, ne esalterebbe ulteriormente la natura artigianale, e questo, in un mondo di merci fatte a macchina, è già di per sé un valore.

(Se siete interessati al tema del lettering nel fumetto, ci sono altri post miei qui; se siete interessati al tema della scrittura in generale, in senso grafico, cliccate invece qui)

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  • Giorgio Salati

    Anche a me non dispiacerebbe vedere lettering più espressivi, però ci sono dei motivi se le cose stanno così:
    – Prima di tutto il fatto che, se escludiamo magari le vignette satiriche, sia i fumetti da edicola che le graphic novel da libreria devono poter essere tradotti all’estero. Questo significa una necessaria standardizzazione, specialmente oggi che il lettering viene fatto in digitale. Altrimenti ogni casa editrice dovrebbe avere letteristi specializzati nell’imitare i lettering dei vari disegnatori. Troppo complicato e dispendioso.
    – Un lettering “animato” viene visto come “buffo”. Nelle graphic novel “serie” cambierebbe tutta l’atmosfera. In molti fumetti sono stati eliminati perfino gli effetti sonori per conferire paradossalmente più realismo (pure in Watchmen), proprio perché gli effetti sonori nella realtà non si vedono e quindi aggiungerli richiama a fumetti umoristici magari pure un po’ datati (venivano aggiunti graficamente nella serie tv di Batman proprio per renderlo più buffo e rassicurante). Certamente in certi fumetti umoristici sarebbe interessante vedere dei lettering più articolati, ma appunto resta il problema dell’eventuale resa nelle edizioni estere.

  • Ciro Vallone

    Interessante tema. la mia opinione è che lo spazio dove si possa esprimere quella originalità di cui parla l’articolista è limitato. Ad esempio , nei balloon’s ( digitali) si potrebbero costruire frasi con gli Emoticon , ma stampati gli stessi avrebbero una grandezza improponibile commercialmente.
    Saluti

  • StriderWhite

    Perchè il lettering azzarda così poco? Semplice, perchè i lettori devono poter leggere, non dover decodificare!!