Focus Profili Tra Clash, tour svizzeri e accolli vari: intervista a Zerocalcare

Tra Clash, tour svizzeri e accolli vari: intervista a Zerocalcare

Zerocalcare è come appare nei suoi disegni: alto, magrolino, capelli rasati e sopracciglia folte. Con due occhi grandi e attenti e tatuaggi disegnati praticamente ovunque (non abbiamo controllato, ma sì: da quello che vediamo sono dappertutto). Sta sempre sul chi vive, quando gli parli. Ma quando ti risponde, lo fa senza girarci attorno: va dritto al punto.

Dimentica il mio nome, il suo ultimo libro edito dalla BAO Publishing – qui la nostra recensione – fa il suo esordio nelle librerie oggi, 16 ottobre. Noi l’abbiamo intervistato qualche giorno fa, di sera tardi. Gli abbiamo chiesto del suo libro, della sua esperienza, di quello che gli (e ci) riserverà il futuro e di tante altre cose. Come del suo tour in Svizzera.

Maturato, decisamente più padrone di se stesso e come al solito sincero – estremamente e profondamente sincero. L’abbiamo trovato così, Zc. E noi, oltre ad augurarvi buona lettura, vi consigliamo anche di andare a comprare la sua ultima opera. Perché, non l’aveste ancora capito, è un’opera assolutamente da non lasciarsi sfuggire.

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Com’è andato il tour in Svizzera e in Francia?

Oddio, definirlo tour mi pare azzardato, sono stato in un po’ di libreria di Ginevra, solo. E visto che ci sono andato la settimana prima che uscisse il libro in francese, chiaramente nessun francofono aveva mai letto nulla di mio, né sapeva della mia esistenza. Però Ginevra è piena di nostri cervelli in fuga, tutti i secchioni del CERN, ricercatori di mille materie diverse… quindi in realtà c’erano tantissimi italiani in tutte le occasioni, di quelli che mi mettono una soggezione psicologica infinita perché magari sono pure più piccoli di me ma hanno conoscenze sconfinate e io gli chiedevo mille cose, ma non capivo quasi mai le risposte.

E come sta andando lì il libro? Lo sai?

Non lo so come sta andando il libro in realtà. Devo dire che, quando sono passato per la Francia qualche settimana fa, ho girato qualche fumetteria e non l’ho mai trovato, quindi suppongo non stia circolando troppo. O magari i francesi giustamente dicono “Vabbè, noi già c’abbiamo Boulet”.

Per il resto come va? Tra mille “accolli”, come li chiami tu, e mille cose siamo arrivati all’uscita di Dimentica il mio nome. Come ti senti?‏

Un misto di cose. Una grossa ansia perché è un libro così “personale” che non riesco ad avere la giusta distanza per capire se può piacere/interessare a qualcuno o meno, quindi aspetto di capire come verrà preso. E poi la classica angoscia da inizio presentazioni, la prospettiva di stare per due mesi in giro per l’Italia di solito mi abbatte, ma nelle ultime settimane mi si sono riversati addosso così tanti accolli che l’idea di poter rispondere “mi spiace non posso sto fuori Roma” mi pare meravigliosa in questo momento.

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Ho letto da qualche parte – francamente non ricordo dove – che hai sempre fatto fatica a raccontarti, nei tuoi libri. E invece, secondo me, c’hai sempre messo un pezzettino di quello che sei. Magari poco, dicendo che guardi serie TV e film fino a notte fonda, oppure tanto, raccontando di storie tue, vere, di famiglia. Con Dimentica il mio nome, il pezzettino diventa un pezzo bello grosso. Sappiamo finalmente da dove vieni (Rebibbia a parte, è ovvio).‏ Hai scelto di raccontarlo mettendoti “quasi” nei panni del lettore. E cioè anche tu ti stupisci, impari, capisci pagina dopo pagina. Una cosa molto personale, anche nella narrazione. E molto matura. Zerocalcare non è più quello de La profezia dell’armadillo. È diventato – per citarti in Dimentica il mio nome – “uomo”?

Ho cercato di restituire il più possibile le sensazioni che ho vissuto io nello scoprire la storia. Anche se alcuni meccanismi narrativi sono evidentemente di fantasia, in realtà l’impianto del libro ripercorre delle fasi che io ho vissuto davvero: il dolore per la perdita di mia nonna, il dolore mio e quello che c’era intorno a me, nella mia famiglia, la mia difficoltà nel relazionarmi ad esso, e poi invece la scoperta di una storia di famiglia che ignoravo completamente. Per quella seconda fase necessariamente dovevo dismettere i panni del narratore onnisciente protagonista e avventurarmi in un terreno dove sono sicuramente più maldestro e inesperto. Ho cercato di mettere a frutto le cose imparate in questi anni, i punti deboli e quelli di forza, in questo senso forse è più maturo.

Una cosa su cui mi sono trovato molto è stata l’idea che ti sei fatto di tua madre. Un’idea che, bene o male, abbiamo tutti delle nostre mamme. E cioè che sono loro che ci aiutano sempre, non viceversa.

Sì, pure se a 31 anni io, e 65 lei, mi rendo conto che è un’impostazione mentale che andrebbe aggiornata. Però non riesco ancora a non vederla come quel blocco di granito rassicurante e inscalfibile che è stata per tutta la mia vita. Per questo vederla provare dolore, vederne gli aspetti “umani”, è una cosa che mi risulta sempre insopportabile. Mi pare d’essere un mostro anche solo a pensarle queste cose, però è così.

Nel libro hai scelto come “totem” la volpe, e mentre leggevo cercavo di capire perché. Voglio dire: sì, le volpi sono furbe. E sì, qualcuno le collega facilmente all’Inghilterra, quindi possono essere una scelta narrativa precisa. Però m’è venuta in mente un’altra cosa. Che magari, sotto, c’è qualcos’altro. Magari usando la volpe per rappresentare tutto un mondo, ci vuoi dire qualcos’altro.

Premesso che non ho sottomano le statistiche della popolazione animale e della fauna in Italia e nel mondo, quindi potrei dire balle senza alcun fondamento se non qualche banale nozione di ecologia succhiata dai film di Miyazaki, che però ha guidato la mia scelta: le volpi sono animali che vivono nei boschi, la cui esistenza stessa è minacciata dal progresso. L’avanzamento delle città, la presenza dell’uomo sempre più invasiva di fatto rappresenta un pericolo per questi animali. Sono mondi destinati a scomparire, esattamente come quelli raccontati nel libro.

(Poi invece magari l’Italia è piena di volpi e sono il triplo rispetto a 100 anni fa e io faccio la figura del poveraccio, ma il concetto rimane immutato.)

E quindi la volpe è la rappresentazione perfetta del vecchio mondo – di una delle facce del vecchio mondo (anche questa cosa dei poligoni, m’è piaciuta molto, l’ammetto). Un mondo che quello nuovo sta inesorabilmente schiacciando. Ma al progresso è meglio la libertà a tutti costi?

Ti potrei rispondere con una citazione degli Assalti Frontali: “La tranquillità è importante ma la libertà è tutto”.

Ma siccome la realtà spesso è più complessa di quanto non possa restituire uno slogan, ti dico che non lo so cos’è meglio. Credo che chiunque possa scegliere di rinunciare alla sua libertà, ma se le sue scelte diventano lo standard a cui si devono conformare tutti, allora c’è qualcosa di sbagliato.

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Altra cosa che mi ha colpito di Dimentica il mio nome sono le macchie di colore, con quel rosso che hai usato. E tu, di solito, i colori non li usi (certo, c’è la versione 8-bit de La profezia, ma quella è venuta dopo). Come mai questa scelta?

Per una pura esigenza narrativa: mi serviva un elemento che permettesse di identificare subito gli elementi che rappresentavano un’anomalia all’interno dello scorrere normale degli eventi. Quello che c’è di nascosto o di sconosciuto in un contesto che invece crediamo famigliare. Il rosso/arancione nello specifico a quel punto era una scelta obbligata, essendoci di mezzo le volpi‏.

Mentre lavoravi alla variant con Gipi, avete parlato del libro? Ti ha detto qualcosa, lui?

No, gliene ho fatto leggere alcuni pezzi, ma in realtà il libro non era ancora del tutto finito quando abbiamo fatto la variant. Mi ha detto delle cose molto belle sui pezzi che ha letto ma io ho sempre l’idea che le persone cortesi dicano cose belle di quello che faccio perché pensano che sennò ci rimango male, quindi vai a sapere…

Domanda a bruciapelo sulla colonna sonora scelta. Perché i Clash?

Risposta a bruciapelo: perché ci sto in fissa‏.

Domanda obbligatoria, per chiudere. Sei già a lavoro o stai già pensando a un nuovo progetto?

No, ho il vuoto siderale davanti. Da quando ho iniziato questo libro ho avuto la sensazione che andasse a chiudere un ciclo, che va dalla Profezia dell’armadillo a ora. Ora che l’ho finito ne sono ancora più convinto. Peccato che non ho la minima idea di cosa c’è dopo‏.

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