Gipi e Roberto Recchioni: una lunga conversazione

Nella cornice dell’ultima edizione del festival Komikazen – svoltosi a Ravenna dal 9 al 12 ottobre scorsi – uno degli incontri più attesi e affollati è stato quello svoltosi sabato presso il teatro Rasi, che ha riunito intorno al tavolo due dei principali nomi dell’attuale panorama fumettistico italiano: Gianni ‘Gipi’ Pacinotti e Roberto Recchioni. Introdotti da Elettra Stamboulis – curatrice del festival, insieme a Gianluca Costantini – i due hanno dato vita a una lunga e piacevole discussione sulla narrazione, sul ruolo dell’autore e sul fumetto di realtà – tema del festival – passando per spunti di riflessione personale e momenti di cazzeggio (videogiochi e Facebook, in primis).

Con la collaborazione del festival e dell’associazione Mirada, abbiamo registrato e trascritto il lungo dialogo, che ci è parso interessante soprattutto intorno a un tema: il raccontare sé stessi, tanto spesso praticato – sebbene in modi molto diversi – da parte di entrambe gli autori. Ne è venuto un post-fiume, che abbiamo diviso in due pagine.

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Da destra a sinistra: Elettra Stramboulis, Roberto Recchioni, Gipi.

Di seguito la trascrizione completa della conversazione.

Roberto Recchioni – Quando sono stato invitato a Komikazen ho pensato: “vabbè, è tipo un trappolone. Faremo un confronto tra il fumetto di realtà e gli altri stronzi, e io sarò l’altro stronzo.”.

Gipi – Io sto diventando stronzo, perché sto facendo un fumetto fantasy.

R – Col mio pieno supporto ed entusiasmo. Comunque l’invito mi ha stimolato un momento di riflessione forte; perché un certo tipo di critica tende a contrapporre il fumetto di seriale e di genere col fumetto che racconta la verità o l’autobiografia, che è anche il tema della conferenza. Peraltro, poiché quando scrivo tendo a usare un tono molto più personale di quando mi confronto effettivamente col mercato e col lavoro vero e proprio, un punto di domanda forte e costante nel mio lavoro è quali siano gli schermi e i filtri che ti servono per raccontare in maniera più onesta possibile. Dal mio punto di vista di scrittore faccio molta fatica a credere che quelli che (nel racconto) mettono in primo piano se stessi non stiano in realtà usando ugualmente una serie di filtri fasulli, rispetto a chi, attraverso il genere, riesce comunque a raccontare meglio la verità e se stesso, perché pone una maschera, e la maschera li rende liberi. Generalmente sono molto critico rispetto a un certo fumetto autobiografico, perché penso che un autore, a meno che non sia del tutto soddisfatto nel vedersi sulla pagina, non fa altro che raccontare una caricatura di ciò che vorrebbe essere. Tra i pochi autori che ho sempre trovato onesti, e in un certo senso paraculi, ma onesti nel raccontare se stessi in una misura estremamente realistica e crudele, fino a diventare quasi masochistica, c’è Gianni. E quando dico paraculaggine intendo in senso, ovviamente, positivo; perché Gianni sa benissimo come ingraziarsi il pubblico e allo stesso tempo come disgustarlo, ma ha quell’onestà che ti permette di capire sempre dov’è il reale.

C’è una vignetta che ho fatto quando seguivo la tua conferenza di Fumettologica – mi sa che tu quella non l’hai vista – dove mi sono disegnato a lato mentre dico “di’ una cosa da stronzo, una!”. Però Gianni ha una capacità di travalicare il reale e trovare un grado di realtà che diventa universale per tutti. Questo è ciò che fa la differenza tra lui e quelli venuti fuori sulla sua scia.

Peraltro, io e Gianni ci conosciamo da molti anni. Tutti credevano che ci stessimo sul cazzo e mi domandavano se mi piaceva, io rispondevo che lo adoravo. L’ho sempre considerato uno dei migliori fumettisti, e non penso che esista un fumetto alto e basso. Fa fumetto. Usa un linguaggio per raccontare storie. Quelle storie sono bellissime, costruite con professionalità, perché Gianni è un grande narratore, di storie in generale, con in più un’umanità profonda che le rende speciali. Quindi, chiudo la conferenza ancor prima di iniziarla: secondo me non c’è un vero conflitto tra quello che faccio io e quello che fa lui. C’è un conflitto tra buoni fumetti e cattivi fumetti, che sia di genere o meno.

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G – Che ti devo dire?! Ti ringrazio, perché mi hai detto molte cose belle. Io ho lavorato tanto sull’autobiografia, solo che non credo al concetto di realtà. Quindi non mi sembra mai di aver lavorato sulla realtà. Non la saprei definire. Tutte le volte che ha fatto robe su basi personali erano talmente lontane, sognate o distanti che non ho mai avuto l’impressione di essere io, il protagonista. Le volte che ho avuto questa impressione, è stata un’esperienza molto personale, e quelle pagine le ho buttate, nessuno le ha viste. Ho fatto un libro che sembrava estremamente autobiografico – La mia vita disegnata male – ma io so bene quanto tutto quello che racconto viene modificato per quella cosa che te giustamente chiami paraculata.

Tra il pubblico ho visto dei ragazzi che hanno fatto un workshop con me, e tra le prime cose che dissi a quel workshop ci fu la frase “nessuno vi ama”. Poi li ho visti tristi e ho corretto: “nessuno vi ama abbastanza”. Che voleva dire che nessuno vi ama abbastanza da starvi a sentire se non usate dei metodi per farvi stare a sentire. Per questo, quando ho raccontato storie autobiografiche non mi sarei mai permesso di dire: mi sveglio, mi faccio la barba, mi lavo i denti, ecc. Ho sempre pensato che ci voglia un rispetto per il lettore, che trasformi le faccende vere in qualcosa che possa avere una base di intrattenimento puro, e se le cose poi vanno bene, che sia anche lo specchio di altro dalla mia vita, di cui ovviamente credo non freghi un cazzo a nessuno. Io sono nato con le orecchie a sventola e secco, tutte le volte che mi guardavo allo specchio mi sembrava di essere un cartone animato, quindi mi è sembrato naturale usare la mia immagine come personaggio delle mie storie. Sicuramente, c’è una tonnellata di egocentrismo dietro questo, però di quello che ci stai male. Però mi ha sempre fatto ridere, il pensiero delle storie della mia piccola esistenza; anche delle cose più drammatiche. Ho sempre avuto questa strana fiducia nel fatto che se facevano ridere me, avrebbero fatto ridere anche gli altri. Poi sulla questione fumetto di genere o non di genere, a me non mi frega un cazzo. Hanno sempre cercato di tirarmi dentro questa diatriba di graphic novel da una parte e fumetto seriale dall’altra, ma a me non è mai fregato nulla. Sono stato candidato allo Strega, ho fatto decine di interviste con gente che non riusciva a dire la parola fumetto, e io cercavo di fargliela dire in tutti i modi. Ma nemmeno perché a me freghi del fumetto, era una questione di sadismo. Loro non volevano dirlo, e io glielo facevo dire.

R – Levami una curiosità. Io quando ho affrontato i miei racconti, ho avuto due metodi: uno con un filtro enorme che era Dylan Dog, e l’altro attraverso un filtro di carta velina, che era Asso. Entrambe le storie le ritengo fasulle. Quando leggo, ad esempio, il tuo S. l’impressione è quella di conoscerti. Per me, questo è falso.

G – Ma certo che è falso. Per l’amor del cielo! In S. ho raccontato di mio padre e del rapporto con lui. Ma le cose veramente profonde del nostro rapporto col cazzo che le metto in un libro. Cioè, sono robe mie. Forse nemmeno perché non le voglio mettere, ma perché non sono in grado. Sono abbastanza sicuro che ci siano, ma non ho accesso nemmeno io a quella roba lì. Perché non credo al concetto di realtà, di verità. Per quanto riguarda la verità, puoi avere solo una aspirazione. Ma tanto non puoi arrivarci, quindi racconti. Tra l’altro, non credo nemmeno nell’idea di buona intenzione. Ad esempio, S. è un libro che parla di mio padre, che è morto. Gli volevo molto bene, e dopo che era morto non mi passava il dolore. So che ci vuole tempo, ma non mi passava. Più che altro, il dolore per la sua perdita era diventato una sofferenza estesa a tutto. Questa idea che le persone nascono, fanno le loro cose e poi si spengono in un attimo, mi levava proprio il gusto di stare al mondo. Quindi ho fatto questo libro pensando che forse, lavorando sulla sua vita, avrei capito qualcosa. Anche perché, spesso ho fatto libri con quell’intento: capire cose che non riuscivo ad afferrare. Però, come fai a fare un libro su tuo padre morto? Che faccia di culo ci devi avere? Per motivi pratici: non è solo tuo padre, ma anche il marito di tua madre e, a meno che non siano stati velocissimi, lei c’è stata più di te con quell’uomo. Poi ho anche due sorelle più grandi, quindi anche loro lo avevano conosciuto meglio. Quindi perché dovevo prendermi io il diritto di raccontare la vita di una persona che non c’era più?

Quando ero allo Strega c’era un libro – di cui non dirò né il nome né il titolo – che raccontava di una persona immigrata morta, e ho scoperto che questo scrittore aveva raccontato la vita di questa persona annegata durante il tentativo di arrivare in Italia, in prima persona, come se lui fosse lei. Lì l’ho odiato. Perché spero proprio che quando tirerò le cuoia non ci sia nessuno che racconti la mia vita in prima persona. Io sono convinto, avendo conosciuto l’autore, che lui avesse buone intenzioni. Solo che io non credo nelle buone intenzioni, credo nella pratica. Ecco, io avevo buone intenzioni nel raccontare la vita di mio padre, ma se non mi fossi trovato una pratica da mettere in atto … come dicono quelli che credono in Dio: la via per l’inferno è lastricata di buone intenzioni … e comunque avrei sbagliato tutto.

Credo molto nel fatto che, per essere onesti, non basti dire “voglio fare una cosa onesta”. Ma che ci sia bisogno di metterti su binari precisi che ti permettano, tuo malgrado, di produrre un lavoro che contenga un briciolo di onestà. Però sono pratiche di lavoro. Per esempio, in quel libro su mio padre mi ero dato la regola di non riscrivere mai nulla. Cioè, scrivere il testo direttamente sulla pagina, senza poterlo riscrivere meglio. Non volevo che il mio lavoro fosse efficace e ricercato, ma solo avere una trasmissione di amore per quella persona. La cosa estremamente paracula è che in realtà funziona. Sono stracontento di come è venuto quel libro. Sono contento di poterlo rileggere a distanza di anni, senza avere la sensazione di aver fatto due lire e un po’ di successo del cazzo sulla morte di mio padre. Secondo me, devi trovare dei metodi di lavoro, dei processi, che ti aiutino.

R – Io credo che chi scrive, rischi sempre di finire nella trappola della bella frase. Cioè, sacrificare la verità in funzione di una bella frase. Recentemente è morto un mio amico, e degli amici miei scrittori, il primo pensiero che hanno scritto non era la verità, cioè mi dispiace, ma era una frase a uso e consumo di chi l’avrebbe letta.

G – Aspetta. Dove l’hanno scritto? È fondamentale.

R – Il contesto è pubblico, su Facebook. Lo adoro, perché secondo me lì la gente è vera.

G – Io spero di no. Un giorno mi ci sono attaccato, a quel coso blu, e non mi ci sono staccato per un bel po’. Ma ora sono quattro mesi che non lo tocco.

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R – Facebook per me è davvero un reagente chimico, entrato così tanto nella vita, che non puoi sempre tenere alta la guardia per mentire sempre. Quando vedo un mio amico scrittore, bravo, che per esternare il dolore scrive una frase che è letteratura, tu ti rendi conto che la scrittura ti sta sabotando, ti frega. A me, per esempio, fanno sempre i complimenti per Mater Morbi, perché è molto sentito e umano, dicono. Per me è fasullo; sono contento di come è venuto, ma non assomiglia neanche lontanamente al reale. È una roba dove ho preso tutte le cose che sapevo potessero funzionare, ed ho eliminato le parti veramente di merda. La scrittura sabota l’essere umano, ed è una cosa a cui dover stare attenti. Per esempio, ho trovato il tuo ultimo libro meraviglioso (Unastoria). Anche perché hai messo un filtro narrativo in mezzo.

G – Lì c’è un altro discorso in mezzo. Mi ero illuso di non lavorare con l’autobiografia, e sono stato convinto, lo giuro. Per almeno tre mesi dopo averlo stampato. Poi, facendo le interviste, un giornalista de Lo Straniero, molto bravo, ha cominciato a farmi domande, e dopo ore ho iniziato perdere colpi, e mi sono reso conto di aver di nuovo parlato di cazzi miei nel libro. Però ero quasi sicuro di non averlo fatto.

R – È chiaro che c’è il tuo dentro, però il filtro ti aiuta a raccontare una storia più universale.

G – Per me, però, il filtro c’è anche in LMVDM. Io ho questa idea, legata proprio al fumetto come mezzo, e al disegno – perché per me il disegno è fumetto, fosse solo per la percentuale di tempo che gli dedico, rispetto all’illustrazione. Per me il fumetto – anche quando è disegnare se stessi – è un processo che mi dà immediatamente l’idea di non essere lì sulla pagina. Il fatto che io diventi una figura di carta in 2D, che puoi cascare da una finestra e non farti un cazzo, ecc. Sei vero quanto Willy il Coyote. Anche se uso la mia figura, nel momento in cui diventa carta, si stacca completamente dalla realtà. E non solo: il racconto subisce un processo di santificazione, per cui mi sento di poter parlare di qualunque cosa senza problemi. La mia vita disegnata male inizia con me, quando in un certo periodo non mi si drizzava il cazzo, ecc. Raccontato senza problemi, nonostante immagino che nessuno ci farebbe uno status su Facebook, su questa cosa. Ma devo comunque dire che sono guaritissimo – devo dirlo sempre. Mentre la raccontavo non mi sembrava di dire qualcosa di intimo. Diventava carta, e io non sono carta. E questo stacco mi dava l’idea di poter raccontare tutto. Ho raccontato anche cose di mia sorella, e in quel momento mi sono fermato e lì, mi sono fatto lo scrupolo. Su di me potevo raccontare ogni cosa senza pensare che ci fosse l’implicazione personale.

Facebook mi ha ricordato che sbagliavo perché, tra i vari pazzi che girano online, ci sono ˗ come sai meglio di me ˗ i pazzi agguerriti e sanguinari. Se hai fatto un lavoro autobiografico, che chi lo legge pensa sia pure sincero, allora pensa di conoscerti, e vuole attaccarti. Attacca un uomo ‘nudo’. Mi sono arrivate, a volte, delle lettere – robe spaventose.

R – Frequentavo molto tempo fa un forum che si chiama Manicomio, in cui qualsiasi cosa mettevi su Internet diventava usufruibile da tutti per attaccarti. E quindi arrivavano ad attaccarti i parenti morti. [risate]

Senti, un dubbio grosso che mi hai creato mentre chiacchieravi a proposito del discorso di tua sorella. Quando leggo Henry Miller e Anais Nin, i grandi scrittori che hanno parlato dei loro rapporti ˗ anche solo sentimentali ˗ mi sono sempre chiesto: questi due erano sposati ognuno con una persona diversa, e raccontavano come scopavano e si amavano attraverso i loro libri… Come fai a non far male alle persone che hai intorno, se cerchi di essere reale? Te lo poni lo scrupolo di non raccontare per non fare male?

G – Come ho detto, me lo sono posto solo una volta nei confronti di mia sorella. Perché, almeno fino a quattro mesi fa, lei era la mia famiglia: non sentivo nessun altro. A mia madre ho fatto fare di tutto: l’ho raccontata in pubblico, messa in un fumetto, sbatacchiata in un cortometraggio… però ha 90 anni, non capisce nulla. [risate]

R – Così è facile!

G – Non è che se la piglia, povera donna. La vado a trovare, la faccio ridere e siamo pari. Sul resto, no. Ho raccontato tanto dei miei amici, che ogni tanto mi hanno preso e mi hanno fatto un po’ il culo, perché io non è che faccio il racconto di memoria, preciso. A volte mi sono fatto fare cose nella mia memoria che invece avevano fatto fare altri, e viceversa. I miei amici, quelli storici, non hanno mai letto niente di mio (bastardi!). L’unica cosa che hanno letto è stata La Mia Vita Disegnata Male, perché gli era arrivata voce che c’erano loro dentro. E un paio di loro mi hanno fatto il culo, dicendo “Ah, tu hai detto che vomitavi a spruzzo e invece ero io!”. Sai, ci tengono. [risate]

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R – La volontà di essere protagonisti del racconto.

G – Se uno ha una qualità, vuole che gli sia riconosciuta. Però La Mia Vita Disegnata Male era da ridere, per cui secondo me non c’era il rischio di fare del male a nessuno. E poi, ripeto, ho questa visione assolutamente ingenua e infantile che per me tutto quello che diventa racconto mi si santifica tra le mani. Non so, forse è il lavoro. Il fatto che una frase costa così poca fatica che allora immagino possa anche fare male. Ma un lavoro su cui stai un anno e mezzo o due, a un tavolino, gobbo, a tormentarti la testa, mi dà l’idea che tutto questo sia la moneta che paghi perché poi il lavoro si santifichi. Ma questa è una mia visione pazza.

R – E io concordo, anche perché, quando poi vai a vedere fuori, la percezione cambia. A me hanno fatto il culo per Asso, per intenderci, ed era pure innocente. Mi immagino a te, quindi.

G – A me a parte questi hater folli che ora girano sul Web… La cosa buffa è che ‘live’ nessuno mi ha mai detto un cazzo. Ho fatto decine di festival, incontrato centinaia e centinaia di persone…

R – Ci hai fatto caso che non si alza mai nessuno?

G – Aspetta: tu e io facciamo 100 chili in due. Non è nemmeno perché sei grosso e hanno paura. Io ho fatto anche tanti cortometraggi, dal 2001 a qualche anno fa. Un giorno ero a casa a scrivere, e a un certo punto mi inizia a fare plin plin il programma di e-mail, e mi arriva “Tizio ha commentato il tuo video su YouTube: Ah, ma perché non racconti di quando succhiavi cazzi?”. Cioè, in un sabato mattina, un matto ha commentato tutta la mia produzione online dal 2001 a oggi e tutta così, sul fatto che succhiassi cazzi. Devo essere sincero: era buffo. Perché c’è modo e modo, e lui faceva delle costruzioni lessicali che mi facevano ridere. E quindi mi è venuta voglia di conoscerlo, perché aveva uno humour talmente simile a quello delle persone con cui sono cresciuto – greve, senza ritegno, dove pigli le mamme e le tiri proprio nel viso, nude – che era proprio casa mia. Così ho chiamato il mio avvocato e ho detto, “Senti, me lo quereli? Non voglio una lira. Me lo porti in tribunale. Poi lo piglio e gli dico ‘ciao, si va a bere’.” Poi mi sono rotto i coglioni anche di quella cosa lì, ma mi era venuta davvero voglia di conoscerlo, perché ero sicuro che se ci avessi avuto ˗ a proposito di realtà ˗ un confronto di carne, avremmo fatto amicizia in cinque minuti.

R – Io ho avuto uno che recentemente ha aperto una pagina facendo finta di essere me. Ma non per rubarmi l’identità: era una parodia. Era così buona, come parodia, che l’ho assunto. [risate]

G – Vabbè: ci sono domande?

R – Con le domande viene meglio. Così poi iniziamo a parlare di Alien: Isolation, che ti giuro… Hai portato la PlayStation a Roma?

G – No. Uno è un drogato, si disintossica… e poi arrivano gli spacciatori, “Ma una partitina sola…” Mi son trovato a un centro commerciale a Roma, con la mia fidanzata e futura moglie che…

R – Tre. Scusa, tengo il conteggio di quante volte lo dirai oggi.

G – E’ la cosa migliore che mi è mai successa in vita mia. Lei mi ha detto: “Questa è una PlayStation 4. Te la regalo.”

R – L’hai capito che era una trappola?