Gli amari consigli (e l’acerbo finale) di Nicolò Pellizzon [Recensione]

Non è facile scrivere qualcosa sull’ultimo lavoro di Nicolò Pellizzon. Ma sgombriamo subito il campo dagli equivoci: l’autore veronese ha confezionato un bel fumetto, sembra molto sicuro del proprio percorso artistico, e dotato di un’idea chiara e personale di come raccontare. Eppure, dopo la lettura mi sono ritrovato a interrogarmi: tutto ciò – perché di “tanta roba” stiamo parlando – può e/o deve bastare al lettore?

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In breve, una sinossi de Gli amari consigli (un estratto è leggibile qui). Sara, la protagonista, è una giovane che ha finito gli studi universitari e vive un po’ alla deriva, barcamenandosi tra un lavoro insoddisfacente e l’altro, in attesa della grande occasione che sembra non arrivare. Passa i pomeriggi in un piccolo cinema in cui proiettano una rassegna di b-movies horror, dei quali è grande appassionata. Sara però non è una ragazza del tutto normale: è vittima di visioni ultraterrene (infernali? paradisiache? Entrambe le cose, o forse nessuna delle due) che le preconizzano un’imminente apocalisse, il cui effettivo avvento pare dipendere proprio dalle azioni della protagonista. Quanto sono “vere” queste visioni, e quanto dipendono dallo stato psicologico di Sara? Non lo sappiamo. Intuiamo però da subito che Sara agirà più o meno consapevolmente contro il volere delle visioni, scatenando un processo irreversibile. E a noi resterà il sospetto che, comunque vada, non avrebbe potuto agire diversamente.

Da un punto di vista visivo, il segno di Pellizon è forte, personale e subito riconoscibile, sin da una singola vignetta. La pennellata nera, spessa e grezza, violenta ma sinuosa, è un marchio di fabbrica già consolidato e apprezzato, insieme alla maestria – e direi anche il coraggio – con cui gestisce l’equilibrio tra bianchi e neri, volumi e negative space.

Nel caso de Gli amari consigli questo segno si sposa a una scelta coloristica azzardata ma riuscita: l’uso esclusivo di due colori quali il giallo e il viola, declinati e mescolati in vari gradi e tonalità intermedi. La scelta di colori così saturi e (mi trovo a ripetere) violenti ottiene vari effetti: innanzitutto esalta per contrasto il nero tipico del tratto dell’autore, ma poi conferisce a tutto il fumetto un’atmosfera fuori dal tempo (sospesa nel tempo), un’aria über-pop che ha qualcosa di volutamente malsano e disturbante. Pellizzon, d’altro canto, gioca costantemente sui contrasti: la delicatezza e l’attenzione con cui cura la gestualità dei propri personaggi va di pari passo con l’accentuazione delle loro emozioni tramite la scelta di un character design che ha nella dimensione (quasi aliena) degli occhi delle figure umane la sua principale caratteristica. La composizione delle tavole, inoltre, rivela un’attitudine quasi più da illustratore che da fumettista: le splash page con le visioni di Sara, composte da figure sapientemente giustapposte, sono il fulcro attorno al quale ruota tutta la narrazione. Non per questo però Pellizzon non sa gestire o tralascia le peculiarità del medium fumetto: ripetizioni, elisioni e cambi di scena sono dosati con intelligenza e consapevolezza.

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C’è tuttavia un punto che mi ha lasciato perplesso o, perlomeno, mi ha spinto a riflettere. Perché dobbiamo ricordarci che l’impianto visivo, per quanto bello ed efficace, deve essere sempre veicolato nel contesto della narrazione, e dovrebbe essere uno strumento, più che un fine. La domanda fondamentale, da questo punto di vista, diventa: cosa ci aspettiamo approcciandoci alla lettura di un romanzo a fumetti? Ovvero, può essere sufficiente un’esperienza eminentemente estetica (per quanto fondamentale, trattandosi di un linguaggio visivo come il fumetto)?

Senza fare chissà quale SPOILER, va detto che Gli amari consigli ha un finale aperto. A dire il vero non si può parlare neppure di un finale vero e proprio, quanto di una programmatica incompiutezza. Se utilizzassimo la classica categorizzazione della narrazione si potrebbe affermare che il romanzo a fumetti di Pellizzon si interrompe nel pieno del secondo atto, quello che conduce l’eroe a sostenere la prova centrale, dopo “l’avvicinamento alla caverna più oscura” (secondo la più recente formulazione fatta da Christopher Vogler nell’ormai arcinoto Il viaggio dell’eroe).

Una simile scelta autoriale, in questo caso, è stata sviluppata in modo pienamente consapevole, come ci ha spiegato in una recente intervista:

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Se il finale è aperto e non tira le somme della storia è perché non ho niente da insegnare. Quello che faccio è percepire le forze del mondo e metterle lì dentro, ma non ho il controllo, né la presunzione di interpretarle univocamente. Ho l’arroganza di mettere dei dubbi scomodi, di fare quello che mi pare anche se non sarebbe corretto.

Tanto più che, sotto questa luce, una frase pronunciata da un’arpia a Sara sul finire del fumetto acquisisce quasi un senso metanarrativo, e giustifica la scelta intransigente dell’autore: “La fine è scritta nell’inizio. E mai si concluderà.” Certo è che questa interpretazione è possibile forse solo alla luce delle successive parole dell’autore, e quindi in un certo senso scorretta, visto che dovremmo limitarci a valutare un’opera per se stessa, secondo i codici che fornisce per la propria interpretazione.

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Trattando di “fine del mondo”, cioè qualcosa che va al di là dell’umana comprensione, impossibile in fondo da spiegare e a maggior ragione da concludere, la direzione intrapresa da Pellizzon sembra compatibile e giusta. Eppure, da lettore, sento di essere stato parzialmente “ingannato”, come se alla mia esperienza di lettura mancasse qualcosa. Non è una questione di intrattenimento o di piacere della lettura, perché a queste finalità Gli amari consigli assolve pienamente. Non si pretende certo a tutti i costi la classica catarsi, o lo sciogliersi di tutte le trame e sottotrame, né tantomeno una “crescita” del protagonista con la quale possiamo empatizzare, ma qualcosa che mi lasci cambiato dopo la lettura sì. Magari che dica a me, e su di me, qualcosa che ho dentro ma che non credevo di sapere.

Forse è chiedere tanto (troppo?), eppure da un fumettista dotato come Pellizzon sento di pretenderlo. L’autore chiude l’intervista sopra citata con queste parole: “penso che sia molto più costruttivo sollevare domande che dare le mie risposte, come invece fa un bravo bambino che ha studiato. Preferisco che mi legge ne esca irritato, o stordito.” Capisco il suo punto di vista, ma mi pare un comodo rifugio – per certi versi, un modo per sottrarsi allo “scontro”. Io le vorrei leggere, le risposte di Pellizzon.