Disney Casty. Ovvero: perché leggere Topolino oggi, anche da grandi

Casty. Ovvero: perché leggere Topolino oggi, anche da grandi

Quando mi chiedono perché, a 34 anni suonati, legga ancora Topolino, non mi è sempre facile rispondere. Dopo aver spiegato che il Topolino a strisce nasce come un fumetto indirizzato agli adulti, l’argomentazione più facile da sostenere è quella dell’affezione. Lo compro tutte le settimane e, ancor prima che potessi uscire da solo per raggiungere l’edicola, attingevo alle polverose e ingiallite scorte dei miei. Lo leggevo ancor prima di imparare a leggere, a dire il vero, come so che facevano in tanti. E questo dovrebbe dirla lunga sull’eterno dibattito che vede contrapposti quelli che dicono che il fumetto si legge e quelli che affermano che invece si guarda.

Ad ogni modo, questa cosa dell’affezione ha il sapore di una vergognosa giustificazione. Quando lo affermo mi sento un po’ come quelle anziane signore che continuano a collezionare le Barbie, nonostante sia passato da un bel pezzo il tempo in cui è considerato lecito giocarci. Naturalmente, avendo io ormai raggiunto quell’età che si potrebbe definire “adulta”, nella mia perseveranza entra in gioco quel fattore consolatorio che possiamo chiamare nostalgia, e di cui ho già avuto modo di parlare in passato. A differenza dei collezionisti di Barbie, però, posso vantarmi di non coltivare un particolare feticismo nei confronti di Topolino. Topolino è per me quello che è per molti, una rivista da cesso. E in questa classificazione non c’è niente di denigratorio, tutt’altro. Il fatto che io poi lo legga anche altrove, in metropolitana, a letto, a volte persino al lavoro, è indifferente. Il bagno è sicuramente il suo luogo di elezione.

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Come quasi tutti gli appassionati di fumetto e i bibliofili in generale ho le mie manie, ma l’affetto che provo per questo manufatto che mi ha accompagnato praticamente tutta la vita mi permette quella confidenza che mi consente di maltrattarlo e introdurlo in quei luoghi dell’intimità a cui pochi hanno accesso. Queste, però, sono tutte motivazioni personali, che non toccano direttamente la qualità del prodotto, anzi, in un certo qual modo la eludono grazie al grimaldello dell’abitudine, tanto che, più o meno indifferente ai suoi alti e bassi, ho continuato a comprarlo e a leggerlo anche durante i suoi anni più bui. Eppure quello che permette a Topolino di continuare ad esistere è sicuramente l’ottima qualità delle storie che pubblica.

«Certo, ma, sono storie per ragazzini», si potrebbe obiettare, e spesso, anche se sempre meno, lo si fà. Certo, ma al di là del fatto che il settimanale è stato da sempre letto sia dai bambini che dagli adulti, questo non impedisce di goderselo. Del resto una delle caratteristiche delle storie Disney, specialmente di quelle prodotte in Italia, è la trasversalità. Se esteticamente, grazie al supporto di alcuni fra i migliori disegnatori – non esclusivamente umoristici – presenti sul mercato, le storie disneyane hanno spesso rappresentato un’esperienza estetica coinvolgente e persino sorprendente, le sceneggiature hanno, in molti casi, avuto il pregio di fornire delle narrazioni non scontate, non forzatamente pedagogiche e perfino inquietanti.

Il messaggio educativo, pur presente, non diventa (quasi) mai una lezioncina, il moralismo non prevarica (quasi mai) l’intrattenimento. Del resto la narrativa per ragazzi tutta dovrebbe essere così: storie, non catechesi. Ciò, insieme ad altri elementi, come la stratificazione dei riferimenti culturali utilizzati, un certo occhio per la contemporaneità, qualche frecciatina satirica, l’umorismo graffiante e, non ultima, l’età degli autori – spesso più vicina a quella dei genitori dei lettori che ai loro figli – fanno sì che le storie di Topolino, o almeno le migliori, siano perfettamente godibili anche dagli adulti. Spesso però c’è anche qualcosa di più, qualcosa che va oltre il ben fatto, la competenza autoriale, il meccanismo ben oliato o la strizzatina d’occhio alle manie dell’oggi.

Questo è il caso di Topolino e i 7 Boglins, realizzata da Casty con la collaborazione di Enrico Faccini e pubblicata sul recente numero 3077 di Topolino. Una storia delle migliori degli ultimi anni, e non solo in ambito disneyano. Casty è uno di quegli autori che riesce a far convivere un profondo rispetto per i maestri del passato – Gottfredson e Scarpa in primis, in un continuo omaggiare che danza appena un passo indietro rispetto al burrone del plagio – con una propria cifra personalissima e riconoscibile.

Ecco cosa dice di lui Enrico Faccini, uno dei più validi autori completi attivi sulla testata e co-disegnatore della storia in esame:

Ho avuto il piacere di collaborare con Andrea Castellan, in arte Casty, e di realizzare “in tandem” alcune avventure. Ne ho apprezzato la grande capacità di costruire trame complesse, articolate, ricche di rimandi e che soprattutto cercano di ricreare il feeling delle storie da noi tanto amate: passione per la tradizione dei maestri Scarpa e Gottfredson, con un occhio al presente e ai suoi temi e linguaggi… E poi, i soggetti dal sapore Twilight Zone, con richiami alla fantascienza anni Cinquanta, dove l’insolito si incunea nel quotidiano.

Su trame solide e molto ben articolate Casty insinua un senso di disagio permanente, che erode progressivamente le consuetudini dei personaggi facendo slittare il loro mondo personale in un angoscioso incubo in cui nulla sembra essere come appare. E questo accade anche in Topolino e i 7 Boglins.

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Sembra (quasi) una mattinata come tante altre quella che saluta il risveglio del nostro eroe. Non si tratta, però, di un giorno qualunque: oggi, Topolino, compie gli anni. Sono solo dei piccoli particolari, inizialmente ignorati, a suggerire che qualcosa non torna. Quando Topolino esce di casa si accorge di aver compiuto delle azioni di cui non conserva memoria e qui la storia inizia a farsi realmente inquietante. «N-non è possibile che mi dimentichi le cose in questo modo», pensa un Topolino particolarmente angosciato. E queste poche parole, associate all’occasione del compleanno, insinuano nel lettore già proiettato verso i possibili orrori della senilità pensieri non proprio rassicuranti. E’ solo un attimo però. La soluzione all’enigma sembra essere un’altra: Topolino deve avere un sosia.

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Da qui in poi la vicenda assume i toni grotteschi tipici di una sceneggiatura di Faccini, i cui disegni, in questo caso, servono infatti benissimo la storia, con la loro indefinibile capacità, per così dire, di porsi sempre obliquamente rispetto alla tradizione del segno disneyano, in maniera quasi subliminale, grazie al tocco lievemente surreale e stralunato che contraddistingue l’opera dell’autore.

Non è la prima volta che Topolino si trova ad affrontare un proprio sosia. Oltre alla classica storia a strisce Topolino contro Topolino (Bill Wash, Floyd Gottfredson) che sarà centrale nello sviluppo di questa avventura di Casty – l’antagonista Miklos, era già stato riutilizzato in Topolino e il flagello grigio, di Giulio Chierchini – , si ricordi anche la nota Topolino sosia di Re Sorcio (Ted Osborne, Floyd Gottfredson) mentre fra le più recenti va ricordata la perturbante Topolino allo specchio scritta e disegnata da Corrado Mastantuono.

La prima parte di Topolino e i 7 Boglins sembra avviarsi verso un finale certo sorprendente, ma consolatorio quando improvvisamente…

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Nella seconda parte, interamente realizzata da Casty, la vicenda cambia drasticamente tono. Si trasforma in una riflessione – a tratti davvero inquietante – sull’identità e sulla sua perdita. Il topo che si risveglia dopo un brutto incidente è davvero Zickey Doublemouse,  un circense talmente ossessionato da Topolino da credere di essere lui o invece si tratta proprio di Topolino, vittima di un complicato  inganno orchestrato da chissà chi? Anche se la risposta potrebbe apparire scontata, Casty è capace di tenere il lettore con il fiato sospeso fino alla risoluzione finale, smentendo ogni intuizione che il personaggio, e con lui il lettore, porta a supporto della propria convinzione. Cosa ci identifica per quelli che siamo? Il nostro aspetto? I nostri ricordi? I nostri sentimenti? I nostri affetti? Casty sembra smontare questi assunti uno per uno, smarrendo il protagonista che, privato di sé, è costretto a reinventarsi una vita, un’identità, sulla base dei pochi elementi che gli vengono forniti e che si costringe a sentire come propri.

Ci si identifica facilmente con lo smarrimento del protagonista e per il lettore storico e affezionato, seguirlo mentre rinuncia, non senza dolore, alle proprie abitudini, alla propria quotidianità, restituisce una sensazione che è un misto di angoscia e di sollievo. Quasi una ventata di aria fresca che scuote l’ormai abitudinario eroe borghese, protagonista di una vita ingabbiante, fatta di giornate tutte uguali e di piccole abitudini. Questa pur breve vita nuova, per quanto destabilizzante, contiene anche delle promesse cui cui per un po’ è piacevole abbandonarsi.

Un (possibile) nuovo inizio come factotum in un circo, la riscoperta del lavoro e della fatica fisica, un amore seducente e un po’ selvatico. Tutti elementi che costituiscono una sorta di ribellione, minore in quanto imposta, rispetto al monotono tran-tran raccontato in apertura della storia. Quando tutto finisce per il meglio – ma siamo sicuri che sia andata proprio così? – il ritorno di Topolino alle proprie abitudini non nasconde una nota di amarezza e di rimpianto, così come del resto era successo nella famigerata e mai più ristampata Topolino in: “Ho sposato una strega”  (Massimo Marconi, Giorgio Cavazzano, si veda quI). Ma un rimpianto per un sogno che non si ha avuto il coraggio di inseguire non è poco per queste storie “per bambini” che però parlano molto delle nostre disillusioni di adulti e che, per i più piccoli potrebbero suonare non tanto come un avvertimento ma come un incitamento: potete scegliere chi essere. Certo, non sarà facile.

Tavola da Topolino in: “Ho sposato una strega”

Tutti questi elementi, Casty li incastona in una sceneggiatura solidissima e ricca di colpi di scena. In un giallo convincente e serratissimo come altri da lui scritti in passato, ma che nella storia in esame si arricchisce grazie alla struttura in due parti e al repentino cambio di tono: da farsa a thriller psicologico. Il tutto impreziosito dal solito tocco dell’autore, capace di fondere efficacemente lo spirito di Topolino dell’era Gottfredson & Soci con scenari e toni contemporanei, senza che la cosa risulti stridente, sacrificando al massimo un po’ di sadismo e di morbosa sensualità.

E’ un piacere poter annunciare che, dopo il volume antologico Topolino Black Edition – contenente alcune fra le migliori storie disneyane di Tito Faraci – il prossimo grande autore della scuderia ad essere omaggiato nella collana sarà proprio Casty, nell’imminente Topolino Platinum Edition, volume da cui è tratta la citazione di Faccini riportata precedentemente.

Leggete Casty. Recuperate le sue storie. Che abbiate dieci o cinquant’anni. Non importa. Ne vale assolutamente la pena.

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