Da Rebibbia a Kobane: conversazione con Zerocalcare

In occasione della fiera Più Libri, Più Liberi (a Roma dal 5 all’8 Dicembre presso il Palazzo dei Congressi), abbiamo incontrato Zerocalcare. Ci ha accolto allo stand Bao Publishing, durante una delle sue sessioni di dediche, dividendosi con la consueta, disarmante disponibilità tra l’intervista e l’attenzione per i suoi fan. Abbiamo parlato di varie cose, dal recente murale realizzato a Rebibbia al suo viaggio a Kobane, dal film con Valerio Mastandrea fino al momento particolare che sta vivendo dopo la pubblicazione di Dimentica il mio nome. Le sue risposte sono state, come sempre, insieme serie e divertenti.

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zerocalcare murale rebibbia

Iniziamo parlando di questo murale che hai realizzato pochi giorni fa a Roma, accanto all’entrata della Metro Rebibbia, il quartiere che è il teatro delle tue storie, quello che definisci sempre come “casa tua”.  Ora un tuo murale è diventato proprio il benvenuto, il simbolo d’ingresso al quartiere. Cosa hai provato, più fierezza o più imbarazzo?

Ho provato sia un sacco di orgoglio che un sacco di imbarazzo. Da un lato non volevo mettere il “cappello” sul quartiere, infatti nel murale non c’è nessuno dei miei personaggi, poiché Rebibbia non ha bisogno della roba mia per essere valorizzata, e non volevo nemmeno che apparisse così. Quindi, in questo senso, ho provato un certo imbarazzo. D’altro canto, sono molto contento se ai rebibbiani piace. Questo mi può rendere orgoglioso. Del resto, stiamo parlando di un murale che tempo che verrà pubblicata questa intervista sarà diventato un enorme fallo o una svastica, probabilmente, come è già successo in passato…

Ah, quindi hai proprio pianificato l’opera prevedendo lo spazio per questi eventuali apporti grafici?

(ride) Lo ritengo scontato! Se non vuoi che ti tocchino la tua roba, disegnatela dentro casa!

Qual è per te il valore della street art? Ci sono degli artisti che apprezzi in particolare?

Ovviamente, a me di base la street art piace molto: mi piacciono i disegni, mi piacciono le scritte sui muri, dunque figuriamoci… dobbiamo però intenderci su cosa intendiamo per street art. Dico questo perché a un certo punto si è iniziata a distinguere ad esempio dai graffiti, perché ha una forma di riconoscimento ufficiale e, diciamo, di autorizzazione…

Il murale tuo ad esempio, a Rebibbia, rientra in questa categoria, anche se forse ne hai fatti alcuni in precedenza illegali….

No, io di illegale faccio le scritte sui muri. Che ne so, ogni anno a Capodanno faccio le scritte contro il Capodanno! Diciamo che non mi piace molto questa distinzione che si è creata, come se la street art fosse arte e i graffiti vandalismo. Questa distinzione l’ho ritrovata perfino nei commenti al mio murale, cose del tipo: «ecco, così i vandali imparano qualcosa!» Per me non sono vandali, hanno la stessa dignità di artisti. Tra coloro che vengono riconosciuti come street artist, quello che mi piace di più, sia come attitudine che come contenuti, è Blu. Lui ad esempio rifiuta questa distinzione autorizzato/non autorizzato. Benché sia assolutamente conosciuto e richiesto, molti sarebbero ben contenti di autorizzare le sue opere, lui lo fa indipentemente.

Recentemente ha fatto un grande murales a Roma a Ostiense…

Si, ha fatto tutta la zona di Porto Fluviale – Ostiense, ne ha fatto uno anche a S.Basilio che è stato censurato dal Municipio perché ritenuto offensivo dei poliziotti. Considero il suo approccio molto fico.

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zerocalcare kobane

Zerocalcare a Kobane, ripreso dalle telecamere della trasmissione televisiva Gazebo

Puoi parlarci del tuo viaggio a Kobane? Sappiamo che ne tratterai  diffusamente presto sul blog, ma puoi raccontarci le tue impressioni?

La mia impressione è che un luogo che rappresenta il centro di tutte le contraddizioni del mondo moderno. Un luogo non solo in mezzo alla guerra, ma proprio in mezzo alle contraddizioni geopolitiche: la Turchia è amica degli Stati Uniti che bombardano la zona però  ufficialmente bombardano solo l’Isis, la Turchia a sua volta aiuta l’Isis ma non può dirlo, i curdi si trovano in mezzo … è una situazione assurda, raccontata malissimo dai media, che coprono, raramente e frammentariamente, solo le notizie sul conflitto. Ma c’è un aspetto super-interessante di quella situazione che non viene mai raccontato. Nella zona di Kobane il punto non è tanto il conflitto ma il motivo che c’è dietro al conflitto, e che ci impone di difenderla. Il motivo è che da due anni a questa parte, dall’inizio della guerra civile, questa zona siriana si è affrancata dagli uomini di Assad e ha proclamato quello che loro chiamano “confederatismo democratico”. La zona è divisa in tre cantoni  ed è regolata su una sorta di “contratto sociale” avanzatissimo, rispetto anche all’Occidente. Ha come principi l’emancipazione femminile, la convivenza pacifica di tutte le religioni e le etnie, l’ecologia…ma non parliamo di belle parole scritte su carta. Faccio alcuni esempi concreti: il villaggio dove stavamo noi aveva come capovillaggio una donna, a gestire il campo profughi dove siamo andati era una donna, il sindaco della cittadina più vicina era una donna…

Altro che quote rosa…

Si, il cazzo! Poi è chiaro che ci sono differenze culturali, ma da quel punto di vista sono molto più avanzati. Questo esperimento sociale, molto interessante, andrebbe raccontato, invece del conflitto e basta. Inoltre, loro sono mussulmani e dicono: “siamo noi mussulmani, sono quelli dell’Isis che non lo sono!”.

Ma infatti se uno va a leggere i poeti della tradizione Sufi c’è un enorme rispetto della figura femminile. C’è chi sostiene addirittura che la visione della donna dantesca, e il viaggio nell’ al di là della Commedia, siano ispirati al viaggio ultraterreno di Maometto, attraverso dei contatti con la cultura sufi. Uno dei più celebri detti attribuiti al Profeta è: “Il Paradiso risiede ai piedi delle madri”. Tutto il contrario di una cultura maschilista!

Esattamente, in quel caso è il contrario.

Ma tu a Kobane come ci sei andato? Ti hanno invitato o ti sei imbucato?

(ride) No, no, io ho un rapporto molto stretto con la situazione del Kurdistan, dai tempi di Öcalan a Roma, quando era ospite dei centri sociali, nel ’99 mi pare. Era venuto a chiedere asilo politico e i centri sociali si erano un po’ accollati l’accoglienza di tutti i curdi che erano venuti a Roma in quel periodo. Si tratta di un discorso che sento molto mio, come un po’ tutti i ragazzi della mia generazione cresciuti nei centri sociali. Abbiamo quindi deciso di mandare un po’ di persone per aiutare, organizzando una sorta di staffetta, dei turni per non imporre un’accoglienza troppo gravosa sulle persone del luogo. Gli scopi e i motivi dell’iniziativa sono stati sia quello direttamente umanitario, per portare farmaci ad esempio, che quello di raccogliere testimonianze per fornire un’informazione autentica.

Quindi tu non sei andato a fare un reportage fumettistico, pardon, un “fumettone”, tu sei andato lì proprio come volontario?

No, no io sono andato nell’ambito di questa iniziativa diciamo umanitaria. Poi, con l’occasione ho realizzato il “fumettone”, non lo chiamerei appunto reportage.

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Trovo interessante che tutte le tue dichiarazioni pubbliche siano pervase da questo tuo impegno civile, molto connotato e orientato. Nelle tue storie però (anche se sono piene di questi elementi perché sono parte integrante della tua vita) preferisci parlare della tua vita privata, della quotidianità. Questo consente a molti di rispecchiarsi nelle tue storie.  Pensi un giorno di voler affrontare direttamente delle tematiche più direttamente politiche o no?

Il punto per me è questo: le opere di natura politica secondo me devono essere affrontate e raccontate collettivamente, devono essere il prodotto di una collettività. Io non penso che un singolo si possa svegliare la mattina e farsi portavoce del popolo. Se dietro c’è una comunità, un’assemblea che decide quale taglio dare e cosa esprimere io poi sono ben contento di poter essere l’anello terminale di quel progetto. In questo caso, del racconto di Kobane, si tratta di qualcosa che ho sentito molto “mio”. Quindi, in un certo senso, mi sentivo legittimato a parlarne. Soprattutto, perché, appunto, non mi sono svegliato la mattina e ho deciso di parlarne. Sono andato sul luogo, con un gruppo di persone, con questo gruppo mi sono confrontato, ne ho ragionato, ne abbiamo scritto insieme. Quindi, da un lato ci sarà una parte personale, sulla mia esperienza, un’altra invece che riporta questo ragionamento condiviso. Quindi, so che non potrò essere percepito come lo scemo del villaggio che parla a caso.

Puoi aggiornarci sul film di Valerio Mastandrea?

Ripeto quello che ho sempre detto dall’inizio: per me la condizione ideale era quella che mi pagassero la sceneggiatura e… non realizzassero il film! Ora siamo esattamente in quella situazione, mi stanno pagando la sceneggiatura, il film ha subito i consueti slittamenti che in Italia sono all’ordine del giorno, quindi per ora va bene così.

A livello di sceneggiatura come ti sei trovato con Johnny Palomba e Mastandrea?

Mi sono divertito molto. E ho imparato un sacco di cose. Ad esempio, io pensavo che i miei dialoghi fossero molto realistici, ricalcassero la realtà, faccio proprio una ricerca per cercare di scrivere esattamente come penso, di restituire un dialogo reale e invece ho scoperto … che non è vero un cazzo! I dialoghi che scrivo di solito se provi a recitarli sembrano dei pipponi infiniti, diventano dei monologhi interminabili. Ho scoperto, dunque, la necessità di creare molte più interruzioni, scambi se si scrive per il cinema. Ovviamente, lezioni preziose che non mi serviranno mai più, perché io voglio fare i fumetti, non scrivere per il cinema. Però è stato comunque molto interessante.

Arriviamo alla domanda, quindi, ineluttabile, accademica. Hai percepito la  differenza tra il medium fumetto e quello cinematografico? Ad esempio molti dicono che nel fumetto si lascia che il lettore colmi gli spazi vuoti della narrazione, mentre nel cinema potenzialmente si mostra tutto…

Diciamo che uno dei motivi per cui il film uscirà una merda (ride) è proprio questo non aver colmato quegli spazi!

Sarebbe uno slogan pubblicitario perfetto per lanciare il film!

Il motivo è che abbiamo scritto un film fondamentalmente strano, non c’è una struttura episodica ma c’è una scansione degli eventi piuttosto bizzarra, non molto tradizionale.

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Parliamo un po’ di Dimentica il mio nome. Sappiamo che è un libro per te importante, un crocevia. Nella nostra precedente conversazione ci avevi detto che Dodici era una sorta di prova generale per questo libro, un tentativo per vedere se riuscivi a gestire una storia lunga, siccome tenevi molto a ciò che avresti raccontato. Ora che il libro è finito, sei soddisfatto? Pensi che ora puoi voltare pagina? Come ti poni ora rispetto al libro?

Fondamentalmente, sono soddisfatto. Poi, certo, se lo riapro ora ci ritrovo infinite imperfezioni. Sono fatto così, non c’è niente da fare. Però sono contento del risultato finale,  perché il libro rappresenta a pieno quello che volevo fare. Sento anche che in qualche modo rappresenta la fine di un ciclo. Per la prima volta, se penso a cosa devo fare in futuro, ho il vuoto cosmico.

Quindi però ti puoi dedicare a progetti che ti piacciono? Puoi prenderti una pausa…

Ad esempio, questa cosa di Kobane è una conseguenza di questo vuoto cosmico. Era il momento perfetto per farlo. Il problema è che anche i miei momenti di pausa prevedono: la tavola mensile per Bestmovie, la tavola mensile per Wired, le strisce per Internazionale. le varie cose per i centri sociali … quindi la mia pausa è comunque un carico di lavoro a tempo pieno! Quindi, boh….vedemo un po’!