Di nuovo sul caso “Corriere della Sera”. Quando le pezze sono peggiori del danno

UPDATE

Le scuse del Corriere della Sera

 


 

Ci sono cose legali e cose opportune. Non sempre coincidono. Abbiamo parlato ieri dello “scivolone” del Corriere della Sera che, senza chiedere il permesso alla stragrande maggioranza degli autori, ha pubblicato un instant book riproducente trecento vignette diffuse principalmente attraverso i social network, realizzate da professionisti e non sull’onda del dolore e dello sconforto per i fatti di sangue avvenuti a Parigi nei giorni scorsi. Il tam tam mediatico, portato avanti principalmente dagli autori coinvolti, ma anche da blog e testate solidali con la loro causa, ha portato oggi il principale quotidiano italiano a cercare riparo. Peccato, però, che le scuse sembrino solo peggiorare una situazione di per sé non certo limpidissima. Innanzitutto, all’articolo di presentazione dell’iniziativa è stato aggiunto questo poscritto:

Post Scriptum (dopo le polemiche): Il ricavato di questa operazione, è bene ribadirlo, sarà devoluto interamente a favore delle vittime della strage e del giornale Charlie Hebdo. Aspettare di avere l’assenso formale di tutti gli autori, a nostro giudizio, avrebbe rallentato in maniera sensibile l’operazione. Comunque sul libro, in quarta pagina, c’è scritto con chiarezza che «l’editore dichiara la propria disponibilità verso gli aventi diritto che non fosse riuscito a reperire».

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Naturalmente la beneficenza non giustifica l’appropriazione di una proprietà intellettuale altrui, come abbiamo spiegato nel precedente articolo. La solidarietà, oltre a non essere un dovere, è un atto che ognuno può decidere di espletare nelle modalità che ritiene più opportune. Per esempio decidendo di non legare il proprio nome e il proprio operato alla principale – e per certi versi più istituzionalizzata – realtà editoriale italiana. Oppure non desiderare essere accomunati ad un’operazione che si schiera per la libertà di satira e di parola, ponendo però dei non secondari distinguo:

«Non pubblichiamo vignette che siano blasfeme per i musulmani come non ne pubblichiamo che siano blasfeme per i cristiani e per il mondo ebraico. Quindi il libro contiene alcune vignette di Charlie Hebdo , ma non quelle considerate più offensive. Le altre, pubblicate su oltre 300 pagine, sono quasi tutte quelle circolate in Rete nelle ore immediatamente successive alla strage. Un modo per non dimenticare e per riaffermare la libertà di espressione, nel rispetto di tutti.»

Il rispetto di tutti o quasi, verrebbe da dire. Resta però da concentrarsi su altri due aspetti: l’opportunità e l’urgenza. Ieri il fumettista Gipi, intervistato da Daria Bignardi durante la trasmissione Le invasioni barbariche ha espresso un concetto apparentemente cristallino.

«La satira secondo me c’ha una regola sola: che deve andare dai deboli verso i potenti. Chi fa satira deve appartenere a una minoranza, o essere in una condizione di debolezza, e deve lavorare su quelli che sono più forti o che hanno il potere. […] Quando il potente o chi lavora per il potente fa satira su chi il potere non ha, non fa satira, è un’altra cosa. Quella cosa è prepotenza, è fascismo»

Riflettevo in questi giorni sullo stesso concetto. La satira deve andare dai deboli verso i potenti. Se succede il contrario si tratta di umiliazione, di sciacallaggio, di perversione. Però poi penso, chi definisce chi è debole e chi è potente? Secondo quali parametri? La stampa è un potere, in misura proporzionale alla sua capacità di creare opinione e di (ri)creare la realtà. E mi è venuto in mente un film come Brutti, sporchi e cattivi, in cui gli ultimi venivano ritratti e caricaturizzati (neanche troppo) attraverso i loro aspetti più sordidi, e il pensiero mio e di Gipi non mi è sembrato più così lineare ed elegante. Ce ne sono altri, di esempi.

In realtà chi ha la possibilità di esprimere il proprio punto di vista è di fatto un privilegiato. Se i limiti di questo privilegio non possono, non devono essere legali, devono però essere personali. Non ho risposte semplici a una questione complessa, specialmente in giorni in cui la libertà di parola è la bandiera nelle mani di tanti, troppi, che in condizioni diverse la troverebbero, nel migliore dei casi, scomoda.

Al di là di alcuni distinguo e perplessità la riflessione di Gipi resta, in linea generale, giusta. Specialmente in questo caso. Chi è il potente qui? Chi spadroneggia sulle intenzioni e sulle proprietà altrui se non il colosso Corriere della Sera? Questo traspare anche dalle timide scuse che il direttore della testata, Ferruccio de Bortoli ha rilasciato a Wired Italia.

«L’operazione è nata con le migliori intenzioni. È possibile che ci sia stata un po’ di confusione, siano stati commessi errori, qualcuno non sia stato consultato. Abbiamo raccolto i disegni in rete e poi abbiamo lavorato al volume. Se avessimo dovuto attendere oltre, l’iniziativa non avrebbe più avuto significato. Mi scuso comunque con quanti si siano sentiti a disagio, e tengo a dire che siamo a disposizione di tutti per riconoscere i diritti di autore.»

Viene quindi tirata in ballo l’urgenza, così come in precedenza fatto nell’articolo del Corriere qui citato. Siamo però sicuri che questa urgenza, che pur non giustifica l’appropriazione della proprietà intellettuale, ci fosse davvero? Il Corriere si è reso protagonista di altre raccolte fondi a scopo benefico, ad esempio in occasione del tragico terremoto che colpì l’Emilia. In quel caso l’urgenza era effettiva e la beneficenza necessaria a tamponare una situazione che poteva diventare ancora più seria. Naturalmente, da quando gli stati europei sono entrati nella modernità, la beneficenza, specialmente di origine religiosa, è stata sostituita dal soccorso (cioè un tipo di intervento previsto, non occasionale e a bilancio) la necessità di ricorrere a iniziative di questo tipo rappresenta quasi sempre una sconfitta da parte delle istituzioni che o non sono state capace di prevenire o sono incapace di risolvere.

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Disegno di Leo Ortolani, pubblicato qui in accordo con l’autore

 

Si potrebbe pensare che, visto il carattere di eccezionalità dell’attentato, anche in questo caso fosse necessario intervenire in tempi brevi, se non brevissimi. Eppure la redazione di Charlie Hebdo ha ricevuto la piena solidarietà dello Stato francese, e il numero post-attentato della rivista ha venduto, solo nel primo giorno, oltre tre milioni di copie. Il ritorno economico dell’operazione non deve essere stato trascurabile.

Dove risiede, dunque, l’urgenza, considerando anche il fatto che l’iniziativa editoriale del Corriere era stata già pubblicizzata da alcuni giorni? Se è vero, come afferma Ferruccio de Bortoli, che «Il Corriere non ci ha guadagnato un euro. Tutto va in favore di Charlie Hebdo e in ricordo delle vittime» l’operazione potrebbe aver avuto un ritorno notevole per il quotidiano, in termini di visibilità e prestigio. E il prestigio e la visibilità sono monetizzabili, anche se non necessariamente nell’immediato.

Il fumettista e vignettista Gianluca Costantini ha pubblicato la lettera che oggi, con il libro ormai in vendita, il Corriere ha spedito a lui e, presumibilmente, anche ad altri autori precedentemente non informati dell’iniziativa. La riportiamo qui con il permesso di Costantini:

Buongiorno Signor Costantini,

La contatto in merito alla pubblicazione del libro “Je Suis Charlie” distribuito dal 14 gennaio con il Corriere della Sera.

In seguito ai fatti di Parigi abbiamo deciso di realizzare un volume per raccontare come la Rete e i vignettisti abbiano espresso la solidarietà alle persone colpite dagli attacchi di Charlie Hebdo, ma anche per aiutare concretamente la redazione della rivista a cui sono destinati tutti i proventi dell’iniziativa.

Abbiamo in tal senso trovato l’appoggio di tanti suoi colleghi vignettisti che ci hanno contattato nelle ore immediatamente successive ai tragici fatti di Parigi per inviarci contributi e aiutarci a individuare le migliori vignette apparse sulla Rete, fra cui la sua.

L’urgenza di rispondere in tempi rapidi per dare massimo sostegno alla libertà di stampa e solidarietà alla redazione di Charlie Hebdo potenziando la raccolta fondi, non ci ha permesso di rintracciare e contattare tutti gli aventi diritto già prima della pubblicazione (ieri sera avevamo raggiunto un terzo delle comunicazioni), pur essendo consapevoli che ogni singola proprietà intellettuale, come è una vignetta, necessiti di un’autorizzazione per la sua pubblicazione. Anche per questo abbiamo inserito nella parte iniziale del libro la “nostra disponibilità verso gli aventi diritto che non siamo riusciti a reperire”.

Scusandoci per il ritardo nell’invio di questa comunicazione, rimane per noi importante spiegare a tutti il senso di questa iniziativa e contare sul sostegno suo come su quello di tutti gli altri autori per mantenere alta l’attenzione sul senso della tragedia avvenuta a Parigi.

Colgo l’occasione per chiederle un suo indirizzo per inviarle alcune copie del libro.

Cordiali saluti

La parola chiave è ancora una volta “urgenza”. Le immagini però, reperite su internet, sono state spesso spesso “prelevate” dai profili personali degli autori. Avrebbe davvero preso molto più tempo, una volta giunti sul profilo dell’autore X, scrivere due righe per spiegare la cosa e chiedere l’autorizzazione alla pubblicazione? Nel 2015, anno XYZ dell’era di Internet, la dicitura precauzionale «l’editore dichiara la propria disponibilità verso gli aventi diritto che non fosse riuscito a reperire» suona per lo meno inattuale.

La sensazione è che l’unica urgenza fosse quella di cavalcare l’onda mediatica del momento. Le necessità economiche dei famigliari delle vittime non sembrano così urgenti da giustificare questo orgasmo. Dalle dichiarazioni rilasciate da alcuni autori italiani attivi anche sul mercato francese, pare che anche oltr’alpe siano in fase di progettazione iniziative simili, ma senza tutta questa fretta e, soprattutto, previa richiesta d’autorizzazione agli artisti, cui inoltre è stato chiesto anche di inviare un file in alta risoluzione dei loro lavori (il non rispetto della qualità dell’opera riprodotta è un particolare non certo secondario ma che eviteremo di trattare qui). Quindi l’urgenza qui si confonde con l’opportunità. Dalle dichiarazioni e dalla lettera riportati sembrerebbe che il carattere benefico dell’iniziativa venga usato come grimaldello morale per sminuire l’indignazione degli autori coinvolti. Inoltre, il fatto che il Corriere, per tramite del suo direttore, si sia reso disponibile a riconoscere i diritti d’autore, è un’ammissione di colpa. Ma questa ammissione non chiude i giochi. Se infatti l’operazione si sarebbe configurata come ugualmente grave se fosse stata condotta da una realtà editoriale molto più piccola o, che so, da un gruppo di benintenzionati appassionati, il fatto che l’artefice sia uno dei più antichi e influenti organi d’informazione italiani peggiora di sicuro le cose. In che posizione si trova ora il disegnatore X che alza la voce per protestare? Forse in quella di chi, agli occhi di chi non conosce o non coglie le sfumature della vicenda, rifiuta di offrire il proprio sostegno, di prestare il proprio lavoro per un’opera buona.

Ancora: chi sono i potenti e i deboli in questa occasione?

Una volta che il polverone si sarà placato, al netto delle iniziative – legali o meno – che decideranno di intraprendere i singoli autori, sarà forse utile fare una riflessione più generale su come internet modifichi se non le regole la percezione del diritto d’autore. Se infatti in molti si sono scandalizzati per l’iniziativa del Corriere, vuoi per la forma libro – fisica, tangibile, altra rispetto al web – vuoi per la monetizzazione ancora una volta reale, concreta, fisica, succede davvero qualcosa di molto diverso quando un grande quotidiano o un grande sito di altra natura crea gallery o articoli pescando fra i contenuti personali di utenti Facebook o di altri social network? In quel caso nessuno mette mano al portafogli, ma si tratta sempre di contenuti che generano visite e le visite, in ultima analisi, sono soldi.

Aspettiamo.