Freno sempre davanti alle cose bizzarre

Fumettologica è onorata di dare il benvenuto sulle sue pagine a Joe McCulloch. Critico e studioso di fumetto, collabora fra gli altri con Comics Journal e Comics Alliance. In questa primo appuntamento con la sua nuova column, Jog ci parla di un fumetto dimenticato di James O’Barr, l’autore de Il Corvo.

Da ragazzino, c’erano tre strade attraverso cui mi capitava di entrare in contatto col vasto mondo del fumetto indipendente. Una era la rubrica “Palmer’s Picks” del magazine Wizard, che durante i primi anni della rivista svolgeva in maniera abbastanza utile il suo ruolo di corso base introduttivo alla materia. Un’altra erano le quarte di copertina di Shadowhawk, sui cui Jim Valentino si prendeva una pausa dal disegnare criminali massacrati per promuovere molti dei lavori appartenenti al movimento delle autoproduzioni editoriali degli anni ’90 e altre chicche meno conosciute. La terza via invece era rappresentata dal catalogo della Kitchen Sink, che ebbe il merito di sollevare in me importanti domande riguardo a Robert Crumb e a Cherry Poptart; riuscii a ottenerlo chiamando il numero di telefono presente sulla copertina della raccolta de Il Corvo di James O’Barr, e a nessuno della casa editrice parve importare granché che la mia voce suonasse come quella di un quattordicenne.

Mi piacque davvero Il Corvo. Era sicuramente un fumetto esagerato e pomposo, e nonostante la mia giovane età mi rendevo perfettamente conto che alcuni disegni erano fatti piuttosto male, ma tutto questo non faceva che attirarmi maggiormente. Era pieno di devozione, e di romanticismo, e la presenza di qualche seno nudo e tutto quell’ammasso di violenza, tutto considerato, non lo rendevano poi *così* diverso da Shadowhawk. So che non ero il solo a pensarlo. Un sacco di adolescenti dell’immediata generazione successiva si attaccarono al capezzolo di Jhonen Vasquez e al suo Johnny the Homicidal Maniac più o meno allo stesso modo; forse ogni generazione passa una fase del genere.

Recentemente ho passato in rassegna alcune pubblicazioni di O’Barr (perché mi era venuto in mente che il co-creatore di Judge Dredd, John Wagner, aveva scritto un sequel de Il Corvo, e mi ero chiesto come fosse possibile che un tipo così sarcastico come lui potesse approcciare del materiale così vetusto e priva di humor), (Risposta A: non bene) e fu questo che mi ha spinto a leggere la prima e unica edizione di Bone Saw, una pubblicazione di cui ero venuto a conoscenza sfogliando quei vecchi cataloghi letti anni prima, quando la Kitchen Sink aveva acquistato i diritti della Tundra, la leggendaria macchina da soldi che, nel 1992, realizzò un’antologia di prosa sperimentale, poesia e fumetto editata da O’Barr e John Bergin, quest’ultimo autore sempre per Tundra del graphic novel horror-allegorico From Inside (che sempre Bergin, nel 2008, adattò in un lungometraggio animato; una nuova versione con una colonna sonora composta da Gary Numan dovrebbe essere presto in arrivo).

E dentro Bone Saw, come inserto speciale a colori su carta patinata, c’era il fumetto di 26 pagine Slave Cylinder.

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Pieno zeppo di animali parlanti, tinte accese, pessime battute, goffi monologhi e di un’atmosfera generale a metà strada fra fumetto d’azione e fumetto post-underground, Slave Cylinder sembra essere fuori posto in mezzo al contenuto crepuscolare e all’horror a tinte allucinogene di buona parte di Bone Saw –  così come probabilmente anche lontano dalle aspettative che i lettori nutrivano visto quel che O’Barr era solito offrire –  ma oggi sembra stranamente in anticipo sui tempi; me lo immagino pubblicato ai giorni nostri dalla Image tra la sua vasta e flessibile offerta, pubblicizzato alla fine di un numero di Multiple Warheads. Adattamento di un racconto di un certo Jeff Holland (peraltro incluso nel fumetto per intero, “così potete vedere tutti che scempio ne ha fatto O’Barr”), il fumetto vede un perdigiorno dai capelli a punta e la sua Plymouth Road Runner dotata di intelligenza artificiale minacciati da dei simil Wile E. Coyote nel mezzo di una vasto deserto in apparenza collegato al mondo intero tramite delle autostrade.

In una nota ufficiale O’Barr teorizza una comune origine tra le veloci gag e la violenza dei cartoni della Warner Bros. e il frenetico afflusso di informazioni sensoriali della letteratura cyberpunk; di conseguenza il suo fumetto si traduce in un’unica gigantesca scena d’inseguimento e in una vetrina per l’onesto e diligente lavoro ai colori di Carolyn Bergin, che credo abbia contribuito in parte ai disegni del succitato From Inside e a non molti altri fumetti di cui io sia a conoscenza. Tuttavia, la colorista ha fatto un buon lavoro nell’evocare (perlomeno) un’apparenza da film di animazione, che non è l’atmosfera solitamente associata allo stile di O’Barr.

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Tuttavia, unico nel suo genere come lo sforzo per produrlo, Slave Cylinder si scontra coi limiti del segno dell’artista. C’è davvero poco senso della velocità e di immenenza nella scena della prima pagina mostrata qui sopra in cui il coyote si appresta alla brusca curva, e la prospettiva delle vignette successive non dà molto il senso dell’altezza del luogo in questione. A giudicare dalla posizione del veicolo nelle ultime due vignette di quella stessa pagina, la Road Runner non può stare andando a quella velocità, e tra i due si svolge un dialogo dalla durata quantificabile fra i tre e i cinque secondi prima che nonostante ciò la macchina SKREEEECHI per evitare … la stessa curva? Un altro dirupo fino a quel momento invisibile? La didascalia “’brusca frenata (abrupt halt)” nella seconda vignetta della seconda pagina appare piuttosto divertente, perché è veramente necessario descrivere cosa accade al protagonista catapultato fuori dall’auto e, in un fumetto  che si prefigge chiaramente come unico scopo quello di cercare i brividi procurati da una lunga scena d’inseguimento, queste sottolineature rovinano tutto.

Mi sarebbe piaciuto vedere come O’Barr avrebbe continuato a seguire questa direzione; in fin dei conti non stiamo parlando di errori irrimediabili. Ma già dal ’92 aveva iniziato ad allontanarsi dal disegno. Come un altro fondatore della Image, Todd McFarlane, ogni tanto butta fuori qualche illustrazione, ma il grosso della sua produzione rimane rivolto alla continuazione della sua famosa opera sovrannaturale, attualmente con la IDW. E a un numero di disegni per un fumetto da tablet, che rimangono sospesi nell’App Store, in attesa di una futura e più veneranda generazione che le scoprirà da sé.

L’articolo è apparso originariamente sul Comics Journal.  La traduzione è opera di Elena Cirillo.

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