L’eredità della “seconda generazione”: intervista a Michel Kichka

In occasione della Giornata della Memoria, vogliamo parlare de La seconda generazione di Michel Kichka, uno dei titoli più interessanti  del 2014 per la Rizzoli Lizard, che alla cura editoriale unisce il pregio cartotecnico.  Il grande Vittorio Giardino ha detto che questo libro sta all’Olocausto come Persepolis sta alla rivoluzione iraniana. Il perché è presto detto. L’autore ha un curriculum di tutto rispetto: insegnante alla Bezalel Academy in Israele – tra i suoi allievi ad esempio Rutu Modan -, è presidente dell’Associazione disegnatori israeliani ed è stato insignito dal Ministero della Cultura Francese con il titolo di Cavaliere delle Arti e delle Lettere. Ma è anche un figlio d’arte: suo padre, Henri Kichka, infatti è l’autore di Une adolescence perdue dans la nuit des camps, un resoconto fedele e toccante della sua permanenza nei campi di concentramento nazisti, che in Belgio, sua patria d’origine, lo ha reso  una sorta di monumento vivente della memoria della Shoah.

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Del rapporto, complesso e delicatissimo, con la figura paterna e col peso opprimente di quelle tragiche memorie, La seconda generazione è insieme una confessione e un bilancio. Ma il libro non ha solo una valenza autobiografica. In qualche modo riesce a dare voce alle emozioni represse e ai ricordi dolenti di tutti i coetanei ebrei dell’autore, la seconda generazione, appunto, dopo quella martoriata dei sopravvissuti all’Olocausto. Con l’ambivalenza tipica della narrativa yiddish (per quanto Kichka non conosca la lingua ebraico-tedesca di riferimento), il libro accosta la consapevolezza tragica dell’orrore avvenuto a momenti di giocosa ilarità. Il rapporto irrisolto e torturante con il passato è affrontato comunque con una costante ironia che stempera la drammatica gravità del tema.

Un aspetto interessante è lo sguardo profondamente laico dell’autore, che si oppone al fanatismo sia religioso che identitario. Illuminante questa sua considerazione, che troviamo verso la fine del fumetto: «Ad Auschwitz, dei giovani israeliani sfilano con la bandiera [di Israele, Ndr]. Mi pare fuori luogo. La Shoah appartiene a tutta l’umanità. I campi, o almeno ciò che ne resta, sono immensi cimiteri, nei quali a ogni passo si alzano le ceneri della nostra civiltà. Ci si deve andare con la massima umiltà.»

Durante l’ultimo Napoli Comicon abbiamo avuto l’occasione di incontrare l’autore e scambiarci qualche battuta.

Ho apprezzato molto il pudore con cui hai affrontato tematiche così tragicamente private. Qual è per te il valore della memoria?

Il mio scopo non era quello di raccontare la Shoah, ma la generazione immediatamente successiva. Non ho mai inteso il libro come un libro sulla Shoah. Non è nemmeno un libro sul mio padre. Il libro parla di me, ma non solo di me, eravamo quattro tra fratelli e sorelle. Ma non è solo limitato a me e ai miei fratelli. Avendo vissuto in Israele ormai per quarant’anni, ho visto attorno a me ogni giorno persone simili, della mia generazione, persone che hanno sofferto molto durante la guerra, che hanno perso i loro nonni e i loro genitori nei campi di concentramento. Ho sentito, quindi, che in qualche modo sarei potuto essere la voce della mia generazione. Ho sentito che questo libro non era solo per me, ma anche per tutti loro.

La “seconda generazione” non è stata ascoltata per nulla, chiaramente per l’immenso rispetto che noi tributiamo ai nostri genitori. Abbiamo lasciato a loro la scena per guidare il processo di elaborazione della memoria. Questo è ciò che ha fatto e continua a fare mio padre, Ora credo sia giunto il momento anche per noi di dire quello che abbiamo da dire. Raccontare come è stata la vita per noi. La “seconda generazione” non è nemmeno stata mai definita. Ho provato dunque a definirla, parlando con amici che ne fanno parte, amici belgi e francesi, e abbiamo individuato qualche punto in comune. Uno dei punti chiave è il modo con cui ci siamo comportati con i nostri genitori: abbiamo fatto di tutto per non ferirli, abbiamo fatto di tutto per renderli soddisfatti e felici di noi. Abbiamo sempre evitato di discutere con noi. Quasi nessuno di noi si è mai rivoltato contro i propri genitori, un processo  normale, che deve in qualche modo accadere nell’adolescenza. Ho pensato che fossi  stato l’unico a vivere quella particolare situazione e invece ho scoperto che era molto comune. Ovviamente, questa attitudine ti reprime, perché non esprimi ciò che senti e vorresti dire. Non ti confronti con i tuoi genitori. Si tratta di un processo necessario per costruire se stessi, per questo ho impiegato così tanto tempo per riuscirci.

Ho iniziato questo processo di confronto con la figura paterna a 55 anni, ora ne ho 60. Ero quasi  già un nonno. Ero un adulto con una prospettiva già delineata della mia esistenza, ho potuto così analizzare il comportamento di mio padre e di mia madre. Pur non essendo in conflitto con i miei, comunque le cose non andavano bene. Ci amavamo molto, ma non c’era comunicazione.

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Posso chiederti qual è stata la reazione di tuo padre al libro?

Allo stato attuale, in cui il libro è pubblicato in Francia, posso dire che la reazione è positiva. Ma all’inizio è stato molto difficile, perché nel libro rivelo aspetti e dettagli della nostra famiglia che nessuno  aveva mai rivelato. Il problema è che la nostra famiglia, in Belgio, dove viviamo, è considerata una sorta di famiglia modello. La perfetta famiglia ebraica. In un certo modo, ho messo a nudo i problemi della mia famiglia, parlando pubblicamente di tematiche che non avevo mai discusso con lui. All’inizio fu difficile, non gli piacquero alcune rivelazioni, avrebbe preferito che non avessi parlato di alcuni problemi di mia madre, ad esempio. Piano piano, però, ha cambiato atteggiamento.

In primo luogo, è rimasto sorpreso dal successo ottenuto dal libro. Ha avuto grande attenzione in Francia e in Belgio, mi hanno intervistato molte volte e ho ricevuto molte recensioni positive. Inoltre, lui nel libro è l’eroe, il protagonista, accanto ovviamente a me che sono la voce narrante. Ho temuto che mio  padre potesse pensare che il mio libro avrebbe potuto scalfire la sua figura. Ogni anno guida centinaia di studenti ad Auschwitz e per loro mio padre è una sorta di monumento, è un simbolo, non un essere umano. E, ovviamente, lui ama stare in quella posizione, è una ricompensa per ciò che ha dovuto attraversare: era una vittima, ora è un eroe. Si è ricostruito totalmente. Non volevo che pensasse che il libro fosse volto a distruggere la sua immagine. Ma, semplicemente, con tutto l’amore e le critiche presenti nel libro, volevo soltanto mostrarlo come un essere umano.

Da lettore, posso dire che è evidentemente un grande atto d’amore.

Ti ringrazio. Si, lo è, ma purtroppo non tutti i lettori lo hanno interpretato come te. C’è circa un 5% di lettori che non l’ha inteso così. Ma, francamente, non mi interessa. Oggi mio padre considera il mio libro la continuazione del suo lavoro.  Oggi, quando si reca ad Auschwitz, propone agli studenti il mio libro accanto al suo. Attualmente ha 88 anni, quando se ne sarò andato, il mio libro continuerà il suo lavoro. Ne è felice, ha compreso che il successo del libro è anche il suo successo. Ma ci è voluto un anno per elaborare il processo. Non ho mai fatto nessuna pressione a riguardo, ho solo lasciato che le cose prendessero il loro tempo, e ad oggi sono molto felice.