Topolino a Gurs. L’Olocausto per Horst, e la leggerezza del fumetto

Tra le tante storie tragiche che riguardarono le vittime dell’Olocausto, la vicenda di Horst Rosenthal è certamente il contributo più triste che il fumetto abbia offerto alla memoria collettiva. Un libro recente ha infatti indagato e riportato alla luce tutti i lavori creati da Rosenthal nel corso della sua prigionia in un campo di concentramento nel sud della Francia, a Gurs. Il volume si intitola Mickey à Gurs, e tra i diversi documenti presenta un’avventura di Topolino ambientata in un lager nazista. Una storia di sconcertante valore testimoniale e al contempo un gesto poetico di sorprendente delicatezza, che vale la pena leggere e ricordare.

mickey topolino gurs

Il giovane Horst, fuggito dalla Germania a causa delle persecuzioni contro gli ebrei nel 1933, imprigionato mentre chiedeva asilo politico e infine deportato e ucciso a Auschwitz, non fu che uno dei tanti “uomini qualunque” travolti loro malgrado dalla follia della Storia. Ma la sua passione per il disegno – e il suo autentico talento – ne fanno un caso storico di primo piano, per almeno due ragioni. Da un lato, infatti, si può dire che Rosenthal abbia anticipato l’uso della metafora topesca nella rappresentazione degli ebrei, divenuta celebre con Maus di Art Spiegelman; dall’altro, la sua appropriazione dell’iconografia disneyana ne fa un esempio straziante di quella leggerezza che riuscì, nonostante tutto, ad accompagnare le giornate degli internati, e che rende Mickey au camp de Gurs una lezione di umanità la cui naturalezza suona persino sconvolgente.

Il volume curato da Joël Kotek e Didier Pasamonik riproduce tutti e tre i carnet disegnati da Rosenthal: l’albo con protagonista Topolino – circolato su Scribd nel 2009 in una versione rimontata e tradotta in inglese, ma da allora rimosso; tradotta poi in italiano dalla rivista ‘Il Fumetto’ – e due altri picture book artigianali, che illustrano la vita quotidiana nel campo, uno in forma di parodia di una brochure turistica, e l’altro di giocoso reportage su una giornata-tipo. Accompagnano i carnet sei capitoli, dedicati dai curatori alla ricostruzione della biografia di Horst e del contesto della sua città natale Breslau, alla storia del campo di Gurs, all’analisi delle tre opere e, brillantemente, a una digressione finale sul “topo come metafora del popolo ebraico”.

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Il fumetto cui è ispirato il titolo della raccolta è datato 1942. Si tratta di un fascicolo composto da 15 disegni realizzati a china e acquerello (ma c’è anche il collage, con la foto di una veduta del campo) rilegati a mano. L’albetto è orizzontale, e contiene un disegno per pagina, accompagnato da un testo accanto alle immagini (per lo più a latere), e qualche sparuto balloon. Non si tratta quindi di un fumetto vero e proprio – nonostante quanto fece credere la versione online in inglese, fortemente rimaneggiata per produrre un vero e proprio “effetto strip” – ma di un ibrido tra picture book e fumetto.

Sin dalla copertina l’albo si presenta consapevolmente ironico: “pubblicato senza autorizzazione di Walt Disney”, indicò il tutt’altro che sprovveduto autore. Nonostante sia stato realizzato con mezzi di fortuna, destinato come fu a intrattenere i bambini del campo, Mickey au camp de Gurs è disegnato con cura e precisione, e nelle fattezze del Topolino apocrifo si riconosce chiaramente il modello di Floyd Gottfredson. La trama immagina che in una giornata qualsiasi, mentre passeggia allegramente, Topolino venga fermato da un gendarme che gli chiede i documenti: «I miei documenti? Non ne ho mai posseduti, di documenti» – risponde Topolino – «Io, niente documenti. Io, internazionale!». «Ah, quindi siete straniero» risponde il poliziotto di Vichy, che per questo lo arresta, facendolo internare a Gurs.

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Facendo eco allo straniamento di tanti ebrei – e alla ingenuità di tanti bambini catturati, lettori dell’albo – il topo non riesce a spiegarsi le ragioni di simili, assurde domande sulla sua identità. “Siete ebreo?” – gli viene chiesto. La risposta è cristallina e disarmante: “Vergognandomi, confessai la mia più completa ignoranza sull’argomento”.

Topolino, a Gurs, capirà sempre poco delle motivazioni profonde dei suoi aguzzini, ma il suo sguardo rimane lucido, e non manca di sottolineare la propria condizione di limitazioni e abusi, tollerabile solo con un distacco ironico. Muovendosi come una specie di ospite o di guida, costantemente stupito e sempre aiutato dall’umorismo, nella breve avventura disegnata Topolino descrive vari aspetti della vita nel campo: la burocrazia, le baracche fatiscenti, le razioni di cibo insufficienti, la qualità infima della nutrizione, i divieti a muoversi liberamente tra reparti maschili e femminili, il mercato nero…

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Nella tavola finale, facendo appello alla sua condizione di personaggio immaginario, compirà un’azione – e uno scarto critico – che coincide con i desideri dei suoi lettori: “Ma a dire il vero, alla fine, l’aria dei Pirenei non mi andava più a genio. E siccome non sono che un disegno animato, mi cancellai con un colpo di gomma … E…hop… !! I gendarmi potranno sempre venire a cercarmi, nel paese della L…..à, dell’U………a e della F……..à. (Parlo dell’America!)”.

In questa intelligente e sorprendente rappresentazione, Topolino, da star del cinema e del fumetto dell’epoca, diventa una metafora di un internato qualsiasi. Un piccolo ebreo che affronta il proprio destino assurdo, pericoloso e tragico con un candore che risulta quasi vertiginoso, tanto più se accostato agli inevitabili limiti della fiction a posteriori (inclusa La vita è bella di Benigni). Nel capitolo conclusivo, Kotek e Pasamonik giustamente sottolineano:

per Horst Rosenthal, come per tutta la sua epoca, Topolino è la figura dell’innocenza. Rosenthal ci si identifica e, al contempo, si cancella di fronte ad essa, essendo la fiction qualcosa che maschera una realtà divenuta insopportabile.

Un punto importante, infine, è nel confronto che i due curatori arrivano a fare tra il Topolino di Rosenthal e i topi di Art Spiegelman e di Edmond-François Calvo (autore di La bête est morte !, primo fumetto francese a rappresentare la Shoah). L’analisi dell’albo del deportato tedesco li porta infatti a spingersi in una critica ideologica nei confronti di Maus tanto polemica quanto pertinente. La forma topesca con cui Spiegelman disegna gli ebrei, ricordano Kotek e Pasamonik, eredita la visione deformante – l’equivalenza ebrei = razza indegna (Gegenrasse) = topi – su cui si era fondata tutta una tradizione iconografica, praticata anche dal regime nazista e che Spiegelman non avrebbe che ribaltato o decostruito, ma non rifiutato. Viceversa, il topo di Rosenthal non è il non-uomo, ovvero il caricaturale “animale” della tradizione razzista, bensì un’icona diversa, simbolo di tenerezza e di una identità cosmopolita:

la sua maschera non è quella dell’obiettività umanista (“l’Ebreo come mio simile” propria di Calvo), della soggettività nazista (“l’Ebreo come un soggetto altro e nocivo”, propria di Spiegelman), bensì della vittima (“l’Ebreo come uomo libero”).

L’idea di scegliere uno specifico topo – quello di Walt Disney – per raccontare la condizione estrema degli ebrei, in Rosenthal, significò perciò indicare un messaggio tutt’altro che pacifico nel 1942: se l’icona del cosmopolitismo è un simbolo del popolo ebraico, la sua prigionia appare come la privazione di libertà che appartengono a qualsiasi “cittadino del mondo”. Topolino non rappresenta una specifica comunità topesca, ma tutti gli uomini moderni, e il dramma di venire ridotti allo stato di reietti, senza alcun ragionevole motivo.

Nel Giorno della Memoria, il nostro bisogno di ricordare la Shoah va quindi a Horst Rosenthal, ebreo tedesco  e socialista, fuggito dalla Germania nel 1933 e rifugiatosi in Francia. Ottenuto a fatica lo statuto di rifugiato politico, mentre sogna di intraprendere una carriera artistica, sarà però internato dopo la dichiarazione di guerra della Francia alla Germania, nel 1940, in quanto – paradossalmente – cittadino ‘nemico’ tedesco. Con l’avvento del regime di Vichy, qualche mese più tardi, rimarrà confinato a Gurs, ma questa volta in quanto ebreo. Sessantadue anni dopo rivedono la luce in Mickey à Gurs, per la prima volta insieme – custoditi due al Memoriale della Shoah a Parigi, e uno (scaricabile qui) presso il Politecnico di Zurigo – tre albi disegnati durante la sua prigionia a Gurs. Mescolando umorismo e tragedia, quegli albi raccontano la quotidianità degli internati attraverso lo sguardo candido di un ragazzino e, in un caso, del personaggio di Topolino. Tre opere memorabili, che fanno della narrazione disegnata un mezzo per resistere, spiegare e accettare un destino che non meritava – lui, come nessun altro – gli fosse assegnato. Nel 1942 Horst Rosenthal viene infine deportato a Auschwitz dove sarà ucciso, in una camera a gas, subito al suo arrivo.