Focus La vendetta del fondatore della Marvel: Martin Goodman e Atlas/Seaboard

La vendetta del fondatore della Marvel: Martin Goodman e Atlas/Seaboard

Noi lettori di fumetto, si sa, siamo abituati ai piani di vendetta contorti e complicati degli arcinemici di tale o talaltro eroe. Abbiamo letto di trappole e menzogne, disintegratori atomici e raggi laser, doppi tripli quadrupli giochi, false identità, false aziende, falsi sovrani esotici… Queste situazioni fanno parte ormai del nostro immaginario: sono stereotipi narrativi diffusi, dalle nostre parti, comuni in un episodio dell’Uomo Ragno come tra le pagine di Topolino. Non tutti sanno, però, che un piano di vendetta “da fumetto” – eppure quanto mai concreto – fu ordito ai danni di chi di queste storie vive da 75 anni, la casa editrice Marvel; peraltro, dal suo stesso fondatore!

Martin, il grande

Siamo nei primi anni Settanta. La Casa delle Idee pubblica i suoi supereroi con superproblemi da ormai una decina di anni e si prepara a superare nelle vendite la rivale DC Comics. Alla guida dell’azienda troviamo Martin Goodman, classe 1908, che aveva fondato la casa editrice nel lontano 1939 con il nome di Timely. Per tutti gli anni Cinquanta aveva pensato più volte di chiuderla, quando si chiamava Atlas e sopravviveva a stento grazie all’impegno del suo unico redattore, Stanley Lieber, il cugino della moglie, ovvero colui che negli anni Sessanta – con il nome d’arte Stan Lee – la avrebbe portata portata al successo.

Da buon uomo di affari, Goodman sa quando vendere e quando comprare, e nel 1968 prende una decisione importante: cede la sua macchina da soldi alla Perfect Film & Chemical Corporation, rimanendo con l’incarico di editore. Nel 1972, ormai, ha l’età – e un ricco conto in banca – per pensare a ritirarsi. Gli rimane un solo cruccio: suo figlio Charles.

A sinistra, Martin Goodman ai tempi della Timely; a destra, l'unica fotografia nota di Charles “Chip” Goodman
A sinistra, Martin Goodman ai tempi della Timely; a destra, l’unica fotografia nota di Charles “Chip” Goodman

Charles “Chip” Goodman non doveva essere un’aquila. A leggere di lui in vari testi sulla storia della Marvel, la cosa migliore che ne viene detta è “buono a nulla”. Un esempio su tutti del suo fiuto per gli affari: fu sua la decisione di chiudere la Merry Marvel Marching Society (se non sapete di cosa si tratta, date un’occhiata qui), e cedere in esclusiva i diritti di sfruttamento di tutti i personaggi per un pugno di dollari. «Avevo più diritti della Marvel stessa», dichiarò al riguardo Steve Lemberg, uno di quelli che ne approfittò.

Martin, che sta preparando da anni il suo delfino alla successione, stringe un patto con i nuovi proprietari: lui lascerà la Marvel, e il suo geniale braccio destro Stan prenderà il suo posto, ma Chip resterà come direttore editoriale. Peccato che il nuovo amministratore delegato Sheldon Feinberg non voglia affatto Goodman Jr tra i piedi. Nel giro di pochissimo tempo Chip si ritrova cacciato in malo modo dall’azienda fondata dal padre.

Pura vendetta

Martin Goodman, a quel punto, non può lasciare impunita una simile onta. All’inizio del 1974 inizia a circolare la voce che stia preparando la sua vendetta nei confronti della Marvel. Non per mezzo di macchinari fantascientifici, bensì sfidando il colosso di Madison Avenue sul suo stesso terreno: gli albi a fumetti.

Pubblicità degli eroi della “Nuova Casa delle Idee”. Perché a Goodman non interessava fare concorrenza alla Marvel...
Pubblicità degli eroi della “Nuova Casa delle Idee”. Perché a Goodman non interessava fare concorrenza alla Marvel…

Per prima cosa, al nuovo supercattivo servono dei luogotenenti che appoggino il suo piano di vendetta. Il primo a entrare in squadra è Jeff Rovin, ex editor di Warren e DC, esperto di fumetti in bianco e nero, tradizionalmente dedicati a un pubblico più maturo rispetto agli albi dei supereroi. Avendo ottenuto un certo successo alla Marvel con un Lieber, Goodman assolda anche l’altro, ovvero Larry Lieber. Sceneggiatore e disegnatore, ha vissuto all’ombra del fratello da quando scriveva i dialoghi delle sue storie di Iron Man, ed è giunto per lui il momento della ribalta.

Ma al supercattivo serve anche una squadra, una Confraternita dei Fumettisti Malvagi, da reclutare tra tutti quelli che per un motivo o l’altro provano rancore verso la Casa delle Idee e la Distinta Concorrenza. In quegli anni gli autori americani sono in fermento, scontenti delle condizioni di lavoro. Non solo le case editrici sono proprietarie di tutti i personaggi, ma inoltre non restituiscono ai disegnatori le tavole originali. Il piano di Goodman è semplice: proporre contratti impensabili per l’epoca. Il che significa compensi più elevati, diritti d’autore sulle proprie creazioni e restituzione degli originali. Il disegnatore Howard Chaykin staziona per giorni e giorni davanti alla sede della Marvel, convincendo moltissimi fumettisti a mollare Stan Lee. In poco tempo salgono così sulla barca nomi del calibro di Neal Adams, Walter Simonson, John Severin, Alex Toth, Archie Goodwin, Wally Wood e soprattutto Steve Ditko, che odia profondamente Stan Lee per avergli “sottratto” l’Uomo Ragno.

The Destructor #1: testi di Archie Goodwin, disegni di Steve Ditko e Wally Wood, copertina di Larry Lieber e Wally Wood
The Destructor #1: testi di Archie Goodwin, disegni di Steve Ditko e Wally Wood, copertina di Larry Lieber e Wally Wood

Infine, al Dottor Destino dell’editoria serve un nome. E cosa c’è di meglio di condire la propria vendetta rubando al peggior nemico il suo antico nome? Nel giugno del 1974 nasce così Atlas Comics, divisione editoriale della Seaboard Periodicals. Guidata dall’ex editore della Marvel, dal fratello desideroso di gloria di Stan Lee e dagli autori più incattiviti nei confronti del mercato fumettistico, si configura come una casa editrice votata alla vendetta. “Vengeance, Inc”, la definì qualcuno. Alla destra del gran capo, ovviamente, siede il figlio Chip, fiero del suo potere. «Ci si aspettava che Chip prendesse il suo posto [di Martin, Ndr]. Ma quella parte non doveva essere stata messa su carta,» ha ricordato John Romita Sr, «perché non appena Martin se ne fu andato, gli altri si sbarazzarono di Chip. Per questo Martin fondò Atlas Comics. Fu per pura vendetta.»

Atlas/Seaboard parte con progetti davvero ambiziosi. Sulle fanzine e le riviste dedicate al fumetto si dice che rivoluzionerà il mercato. Marvel e DC dovranno temere la qualità dei suoi prodotti, che eroderanno il loro pubblico, mentre i fumettisti se ne andranno a uno a uno, attratti dalle condizioni favorevoli. Il piano editoriale è grandioso e prevede da subito la pubblicazione di una dozzina di serie di comic book a colori, più varie riviste di fumetto in bianco e nero. Lo sforzo della squadra di Rovin e Lieber è immenso. Ma se oggi leggiamo ancora le storie di Spider-Man e di Batman e non quelle di The Scorpion, The Cougar o Morlock 2001, una ragione c’è: qualcosa andò storto.

“Un manuale su come non dirigere un’azienda”

I problemi, come è facile immaginare, furono causati in gran parte proprio dai due Goodman. Da una parte c’era Martin, che voleva ripetere a tutti i costi il successo ottenuto negli anni passati. La sua formula era semplice: se una cosa funzionava alla Marvel, avrebbe funzionato anche alla Atlas. Per questo aveva mandato Chaykin a irretire i disegnatori della Casa delle Idee. Tutte le volte che gli veniva presentato un albo, diceva che non erano abbastanza simili a quelli Marvel. Un personaggio da lui imposto fu The Brute, un tizio gigantesco che attraversava il paese distruggendo tutto quello che incontrava, braccato dai militari. Chi ne riconosce l’ispirazione in un bestione verde con i calzoni viola non è molto lontano dal vero.

The Brute #1: testi di Mike Fleisher, disegni di Mike Sekowsky/Pablo Marcos, copertina di Dick Giordano
The Brute #1: testi di Mike Fleisher, disegni di Mike Sekowsky/Pablo Marcos, copertina di Dick Giordano

Un altro difetto di Goodman, che lo accompagnava sin dai tempi di Conan il Barbaro, era l’eccessiva parsimonia quando doveva acquisire licenze esterne. Forse in virtù del fatto che aveva speso tutta la sua liquidazione per fondare l’azienda, impedì a Rovin di acquistare i diritti di personaggi famosi, ad esempio Godzilla, e lo obbligò a crearne degli epigoni. The Scorpion al posto dell’eroe pulp The Spider; ma anche Omega Man, ovvero 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra, tratto da Io sono leggenda di Richard Matheson, che ispirò Planet of Vampires. E così via.

Planet of Vampires #2: testi di John Albano, disegni di Pat Broderick e Frank McLaughlin, copertina di Neal Adams e Dick Giordano
Planet of Vampires #2: testi di John Albano, disegni di Pat Broderick e Frank McLaughlin, copertina di Neal Adams e Dick Giordano

Chip Goodman, invece, alla ben nota incapacità come editore, già dimostrata alla Marvel, aggiunse una buona dose di arroganza. Come figlio del capo metteva becco dappertutto, interferendo con il lavoro altrui e portando Rovin, Lieber e gli altri all’esasperazione. A tutto questo si aggiunga che nemmeno Martin stimava suo figlio. Quando un suo dipendente vendette a Playboy un racconto intitolato The Boss’ Son, palese presa in giro di Chip, non solo non subì le ire di Goodman Sr., ma ricevette addirittura i suoi complimenti per essere riuscito a pubblicare su una rivista così importante.

Mentre padre e figlio pian piano rendevano la vita insopportabile ai loro collaboratori, le vendite non decollavano. I fumetti sembravano – chissà come mai – delle brutte copie di quelli della Marvel. Inoltre Martin Goodman aveva compiuto un enorme errore strategico: mentre Lieber, che aveva lavorato in passato soprattutto coi supereroi, curava le riviste per adulti, Rovin era stato messo a capo dei comic book a colori, ambito di cui non sapeva assolutamente nulla.

In una posizione non sua, stressato dai due Goodman, Jeff Rovin molla dopo pochi mesi. Lieber è ora curatore di tutti i fumetti della Atlas e chiede aiuto a un altro ex sceneggiatore della Marvel per “marvellizzare” le testate. Il suo aiutante è Gary Friedrich, creatore di Ghost Rider e noto per essere chiamato a traghettare le testate a rischio di chiusura. I due tentano un colpo di coda, cambiando nomi e costumi ai personaggi e promettendo avventure straordinarie. La serie Phoenix, ad esempio, con il numero 4 diventa The Protector, «the most exciting super-hero of them all!!» [«Il supereroe più eccitante di tutti!!», Ndr]. Ma le vendite precipitano, e il numero 5 non vedrà nemmeno la luce.

L’avventura della Atlas/Seaboard si conclude nei primi mesi del 1975, dopo meno di un anno dall’apertura. «Un manuale su come non dirigere un’azienda», secondo Jeff Rovin.

Phoenix, alias The Protector dopo il cambio di look. Phoenix #1. Testi di Jeff Rovin, disegni di Sal Amendola, copertina di Sal Amendola e Dick Giordano. Phoenix #4. Testi di Gary Friedrich, disegni di Ric Estrada e Frank Giacoia, copertina di Larry Lieber
Phoenix, alias The Protector dopo il cambio di look. Phoenix #1: testi di Jeff Rovin, disegni di Sal Amendola, copertina di Sal Amendola e Dick Giordano; Phoenix #4: Testi di Gary Friedrich, disegni di Ric Estrada e Frank Giacoia, copertina di Larry Lieber

Titoli di coda

Ormai possiamo dirlo liberamente: Atlas/Seaboard non meritava certo di sopravvivere, se badiamo ai fumetti che pubblicò. Nonostante i nomi di primo piano coinvolti alle sceneggiature e ai disegni, le storie sono davvero mediocri e i personaggi senza spessore. Potrebbero essere creazioni svogliate di Stan Lee. Ironjaw, Wulf the Barbarian, Tarantula, Tiger-Man, Sgt. Striker’s Death Squad non sono certo restati nei cuori dei lettori. Per i curiosi, il sito Atlas Archive propone schede enciclopediche di tutti gli albi pubblicati dalla Atlas.

Ironjaw #1: testi di Mike Fleisher, disegni di Mike Sekowsky e Jack Abel, copertina di Neal Adams
Ironjaw #1: testi di Mike Fleisher, disegni di Mike Sekowsky e Jack Abel, copertina di Neal Adams

Se non ha lasciato traccia nell’immaginario collettivo, la meteora di Goodman ha invece influito sulle condizioni di lavoro dei fumettisti americani, mostrando loro che era possibile un approccio più corretto nei loro confronti. Per tenersi stretti gli autori, già a partire dall’agosto del 1974, l’editor-in-chief della DC Comics Carmine Infantino annunciò infatti che la casa editrice avrebbe iniziato a restituire le tavole originali ai disegnatori. La Marvel seguì a ruota. Per quanto riguarda la proprietà dei personaggi invece, come ben sappiamo, Marvel e DC resteranno sempre indietro.

Di sicuro, infine, la vicenda della Atlas/Seaboard cambiò la vita dei due Goodman. Martin, una volta chiusa la casa editrice, si trasferì in Florida – come tanti ebrei newyorkesi in pensione – e trascorse lì i suoi ultimi anni, fino alla morte nel 1992. Chip restò invece nel mondo dell’editoria, pubblicando la rivista maschile Swank Magazine. È morto nel 1996 a soli 55 anni.

La famiglia Goodman ha abbandonato il mondo del fumetto fino al 2010, quando il figlio di Chip, Jason, ha deciso di seguire le tracce di suo nonno e riaprire la Atlas Comics. Purtroppo per lui ha scoperto che nel frattempo qualcuno si era impadronito del nome. Ma questa è un’altra storia…

Per approfondire

In questo articolo, sono presenti numerosi interventi dei protagonisti.

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