Recensioni Novità “A Kobane, dove batte il cuore”: un reportage di Zerocalcare

“A Kobane, dove batte il cuore”: un reportage di Zerocalcare [Recensione]

È una cosa difficile, raccontare Kobane. Raccontare chi ci vive, chi ci combatte; raccontare che cosa, ad oggi, rappresenti. È una cosa difficile, sì, ma non impossibile. Per farlo, devi prima andarci, devi conoscere, girare, parlare con la gente – avere paura lì, tra le case di fango e mattoni, sentire l’aria pesante, piena di “rattatatà!”, respirarla. Dopo avrai sicuramente una visione più ampia della situazione curda, del combattimento con l’ISIS e del perché, fondamentalmente, sia importante aiutare Kobane e i suoi abitanti.

I giornalisti, questa operazione, non la fanno. (Certo, ci sono le dovute eccezioni: prendete Francesca Borri, una delle poche inviate di guerra che hanno scelto di mettersi in prima linea, sul confine turco, per raccontarlo.) Quindi tutto quello che arriva al pubblico è di seconda mano, vecchio e sbiadito, un po’ spiegazzato, spesso pieno di errori e di incoerenza. Senza né capo né coda.

Leggi anche: Da Rebibbia a Kobane: conversazione con Zerocalcare

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Raccontare Kobane è una cosa difficile, dicevo. Ma è con quest’idea fissa nella mente che ho letto – e va letto – il reportage a fumetti di Zerocalcare. È in edicola questa settimana con Internazionale. 42 pagine in cui Zc ci racconta – attraverso i suoi occhi e quelli dei suoi compagni de la Staffetta romana per Kobane – quella che è la situazione al confine turco. Da Mehser e dintorni.

La narrazione ha nel suo insieme una certa “schematicità”. Ovvero: c’è un inizio, uno svolgimento, una spiegazione e una fine. La premessa del racconto, più che “informare” il lettore, è quella di un viaggio (interiore più che fisico) che Zerocalcare compie per capire perché ha deciso di andare sul confine, in Turchia. E nella ricerca del perché, Zc ci descrive quello che ha visto. Uno spunto narrativo, insomma: più utile al racconto che alla trama (qui praticamente inesistente).

Ora, facciamo un passo indietro. Prendiamola per un momento alla larga. E parliamo del genere, il graphic journalism, e di uno dei suoi migliori autori: Guy Delisle. Il graphic journalism è, come suggerisce la stessa parola, “giornalismo grafico” (per tradurlo letteralmente). Un racconto dal taglio giornalistico, dai contenuti giornalistici, sotto forma di “fumetto”. Il talento di Delisle, volendo individuarne solo uno, è quello di rendere “normale”, quotidiano, questo racconto. Cioè parla di quello che vede e vive con disinvoltura e una certa nonchalance; come se stesse parlando a degli amici più che a dei confidenti. Non scade mai nella superficialità, eppure non rende mai pesante il racconto. E per questo funziona. Perché ti dice cose terribili in modo semplice, dandoti anche il tempo di digerirle.

La stessa cosa la riesce a fare Zerocalcare. Certo, il graphic journalism non è il suo genere – è lui stesso, nelle prime pagine, a mettere le mani avanti. E tuttavia il suo stile narrativo, che abbiamo imparato a conoscere, molto personale, frammentato e rilanciato dalle battute e dalle citazioni (qui i combattenti dell’ISIS vengono associati ai banditi punk di Ken il Guerriero), è perfetto per il taglio che ha dato al suo reportage.

Ritorna al bianco e nero, senza sprizzi di colore come in Dimentica il mio nome. Molti primi piani, una costruzione del racconto studiata al millimetro (nel senso di posizionamento di ritagli, tavole, divisione degli spazi). Con più momenti in cui la quarta parete, cioè quella che separa chi scrive/racconta da chi legge/guarda, viene sforata. Anzi, buttata giù a calci. Senza pietà. E sono forse proprio questi momenti quelli più interessanti, più veri e sinceri. La confessione di Zerocalcare di avere paura è una cosa non da poco, se ci pensate. Certo, non stupefacente. Ma nemmeno così scontata e dovuta come qualcuno potrebbe pensare.

È la sua capacità di sintetizzare, di ridurre anche i concetti più difficili a singole frasi, a singole posizioni, che fa funzionare il racconto. E in questo senso: chiunque potrebbe leggerlo e capirlo, e capire soprattutto quello che sta succedendo a Kobane. Una lotta per la libertà, scrive nelle ultime pagine Zc; per la libertà e per l’umanità.

Leggi anche: Nello studio di Zerocalcare

zerocalcare kobane internazionale reportage

Sebbene quella di Kobane non sia una storia personale, Zerocalcare riesce a renderla tale. Ci riesce come fa sempre. Perché non puoi raccontare Kobane senza farne un problema personale, senza lasciarti coinvolgere. Il lavoro del giornalista, è vero, è un altro. È raccontare prendendo le distanze. Ma Zc non è un giornalista e quindi, nel suo caso, va bene così.

La consistenza della storia, delle tavole, lo studio che c’è dietro, fanno di questo reportage un’opera concreta, massiccia; resistente. Per niente superficiale. Spogliandola di qualsiasi banalità. Ci sono passaggi in cui il racconto va più veloce (perché altrimenti la storia ne risentirebbe, con una sceneggiatura appesantita dai dettagli) e altri in cui va più lento. Perché è importante – per Zerocalcare – che il lettore si soffermi su quello. Come i silenzi asfissianti e le notti stellate sul confine turco. I primi piani degli occhi di Newroz Kobane, una delle responsabili del campo profughi che Zerocalcare e i suoi compagni vanno a visitare. O l’insinuazione, nemmeno tanto sottile, del mancato sostegno degli USA, che potrebbero, volendo, terminare gli scontri nel giro di poco tempo.

Quindi abbiamo un racconto lineare, funzionale al suo scopo ultimo (raccontare una realtà); con una premessa fondamentalmente personale (Zc che si interroga) e una conclusione sofferta, che sa di confessione. C’è l’idealizzazione, non così facile come potrebbe sembrare, di Kobane. Che non è solo case, strade, una città. Un esempio di buon governo, una rivoluzione per il mondo arabo e per il mondo intero per il suo sistema partecipato e allargato, in cui le donne non sono asservite ma protagonista. Kobane è soprattutto le persone che vi appartengono, quelle che combattono per essa.

Perché è lì, a Kobane, che batte il cuore.

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