Intervista a Bill Jemas, il papà dell’Universo Ultimate

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Prima vera rivoluzione della nuova era Marvel, l’universo Ultimate rimane una delle iniziative editoriali di maggior successo nella storia della Casa delle Idee. Foriero di una seconda giovinezza per i comic book, pose le basi per l’universo cinematografico Marvel come lo conosciamo ora, offrendo spunti e modelli per proporre personaggi ormai archetipizzati al pubblico del nuovo millennio. Dietro al progetto ci celano le menti di Joe Quesada e Bill Jemas, rispettivamente editor-in-chief ed editore della compagnia. Jemas volle fortemente il progetto, tanto da figurare come co-sceneggiatore del primo nato della linea, Ultimate Spider-Man. Dopo la sua fuoriuscita dalla Marvel, ha fondato varie compagnie (360ep, IDtees) e preso parte a un progetto di ri-traduzione della Bibbia di re Giacomo, la versione inglese autorizzata del testo sacro. A oggi, è in forze alla Take-Two Interactive, l’azienda dietro a videogiochi come BioShock e Grand Theft Auto, presso cui sta sviluppando una linea di graphic novel.

Con lui abbiamo parlato delle origini del progetto Ultimate e di come l’etichetta abbia cambiato il modo in cui si guarda ai fumetti.

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Partiamo dall’inizio. Come sei arrivato in Marvel?

All’inizio degli anni Novanta lavoravo alla National Basketball Association, supervisionando il settore delle figurine. La Marvel comprò la Fleer Corp – un’impresa di figurine sportive e caramelle – e le chiese di diversificare i propri prodotti, ampliando i soggetti delle figurine con l’intrattenimento.

Io avevo buoni rapporti lavorativi con i ragazzi della Fleer, quindi mi chiesero di unirmi a loro per dar vita alla divisione. Creammo delle bellissime figurine e facemmo un sacco di soldi. Ma io criticavo apertamente le politiche che, pensavo e dicevo, avrebbero mandato la compagnia in bancarotta. Quindi mi licenziarono. Ma fu un licenziamento molto amichevole, alla “non arrabbiarti”: mi pagarono lo stipendio e mi diedero un bonus “stai zitto per favore” e un bell’ufficio a New York [Jemas in quel periodo era qualificato come “consulente creativo”, Ndr]. Dopo un anno passato a non fare molto, andai a lavorare al Madison Square Garden, amministrando gli eventi dal vivo, e la Marvel andò davvero in bancarotta. Ci fu una battaglia per il controllo tra le persone che avevano mandato la Marvel in bancarotta, altra gente che la stava gestendo (male) durante quella fase e il team imprenditoriale della Toy Biz.

Per fortuna, il gruppo della Toy Biz la spuntò. La Toy Biz, come la Fleer, era stata comprata dalla Marvel, quindi ne conoscevo bene il team, e loro mi chiesero di tornare a gestire le loro licenze. Dissi di sì, ma solo se avessi potuto gestire anche il ramo delle pubblicazioni. All’epoca era come chiedere di diventare capitano del Titanic dopo l’iceberg, quindi acconsentirono.

L’universo Ultimate ha compiuto 15 anni. Quale fu la scintilla che dette fuoco al progetto (alcune fonti riportano un editoriale di Warren Ellis del 1997 sulla modernizzazione dei Fantastici Quattro, altre una tua conversazione con il fondatore di Wizard Gareb Shamus)?

Non ho mai letto l’articolo di Warren, ma è vero che Gareb mi venne a trovare durante i miei ultimi giorni al Madison Square Garden e puntualizzò che gli eroi Marvel erano invecchiati ed erano ormai fuori dal target adolescenziale della compagnia. Francamente, tutti quelli con cui ho parlato mentre mi apprestavo ad iniziare il mio nuovo lavoro (e ho incontrato chiunque fosse disponibile a parlarmi mentre iniziavo il mio nuovo lavoro) erano d’accordo sul fatto che la Marvel dovesse tornare a parlare con i giovani, sembrava chiaro che raccontare storie su eroi adolescenti fosse una cosa buona da fare.

Ultimate Spider-Man fu la prima serie. Fu progettata con cura e tu co-sceneggiasti i primi numeri. Decidesti di non mostrare il costume se non dopo il sesto albo.

In realtà mostrammo il costume sulla copertina del primo numero e in tutte quelle dopo, ma ovviamente non si può giudicare un libro dalla copertina.

Vero, ma fu una decisione di rottura. Quali furono le tue altre idee per il personaggio?

Peter è semplicemente il personaggio di Stan [Lee] rifatto per gli anni 2000, con Brian Bendis che gli dà nuova vita.

Quali erano le caratteristiche che, secondo te, una collana doveva avere per essere targata Ultimate?

Idealmente, un nuovo lettore avrebbe potuto prendere un qualsiasi numero dell’etichetta Ultimate (o almeno il primo numero di ogni nuovo arco narrativo) e capirlo e godersi la storia. E, ovviamente, io avevo chiesto a ogni scrittore o scrittrice Marvel di immaginare le storie come dei film, con un inizio, uno svolgimento e una fine che si sviluppassero nel corso di 4-8 numeri – invece della solita soap opera dove un nuovo lettore non avrebbe trovato facilmente un punto d’ingresso.

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Guardandoti indietro, c’è qualcosa che rifaresti in modo diverso?

No. Non sono uno che si guarda indietro, di natura.

Pensi che se la linea Ultimate non avesse funzionato, la Marvel sarebbe diventata comunque quella che conosciamo oggi?

Mark Millar e Brian Bendis hanno mostrato alla comunità creativa come raccontare storie che potevano diventare facilmente dei buoni film. Certo, si possono avere bei film senza prima avere un bel fumetto – Men in Black, il primo X-Men, I Guardiani della Galassia – ma il business funziona molto meglio quando i fumetti diventando il reparto ricerca e sviluppo dei film. Inoltre, i fumetti Ultimate ancorarono dei programmi per il merchandise su licenza molto remunerativi che trasformarono la Marvel da una compagnia sull’orlo del fallimento a una compagnia che aveva grossi fondi da investire nella crescita.

Torniamo su Spider-Man. Brian Bendis era un autore indipendente il cui lavoro più commerciale era stato Sam & Twitch. Perché venne scelto?

Brian era ed è un talento spettacolare, era abbastanza patetico che nessun editor alla DC o alla Marvel non l’avesse già assunto per fare fumetti mainstream.

Pensi che l’assunzione di Bendis sia stato un punto di partenza per una tendenza degli ultimi anni che vede gli autori di nicchia gettarsi su progetti più popolari?

Non posso parlare per la DC, ma alla Marvel, dai primi anni Novanta al 2000, non c’era spazio per i nuovi talenti. Il mio team iniziò un sforzo molto serio in questa direzione e Brian fu il primo nuovo sceneggiatore a dimostrare che una politica più aperta verso le nuove leve era una buona idea.

Come hai detto tu, l’universo Ultimate ha accentuato questo formato narrativo da opera chiusa che anche la televisione ora ha cominciato ad adottare.

Sì, la linea Ultimate puntava molto sulla struttura inizio-svolgimento-fine da dare alle storie di lungo formato. Furono i primi fumetto a farlo, ma non gli unici, anche J. Michael Straczynski, Garth Ennis e Grant Morrison stavano facendo lo stesso nei loro lavori Marvel. Il cambiamento di narrazione dallo stile soap opera a quello più cinematografico ebbe tre bellissime conseguenze: generò un flusso di cassa consistente nel settore delle ristampe in volume, dette ai nuovi lettori punti d’ingresso più semplici e fomentò il processo di sviluppo delle sceneggiature per i film. Tutto considerato, abbiamo tracciato la strada per una nuova età dell’ora nella narrazione a fumetti.

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L’universo Ultimate in particolare ha influenzato molto gli adattamenti cinematografici. Penso soprattutto al riavvio di The Amazing Spider-Man. Cosa ne pensi del film? Secondo te era necessario riavviare quella saga?

Non ho visto The Amazing Spider-Man, quindi non saprei dirti.

Uno dei artefici non accreditati dell’universo Ultimate fu Grant Morrison – che si è preso il merito di aver dirottato Mark Millar su Ultimates. Nel suo libro Supergods, ti descrive come un agitatore, uno che aveva frainteso le mode dell’epoca e uno con cui entrava facilmente in contrasto. Che rapporti avevi con lui? E quale fu il suo reale contributo al progetto?

La gestione degli X-Men di Grant era bellissima – una delle più belle per quanto riguardi i mutanti e questo la dice lunga. Non mi ricordo che mi suggerì Mark per Ultimates, ma forse loro hanno una memoria migliore della mia. Mi ricordo però che cercai di far restare Grant alla Marvel – avevo persino convinto il consiglio di amministrazione a concedergli un pacchetto di stock option (che gli avrebbero fruttato una piccola fortuna) ma lui rifiutò.

Oggi l’universo Ultimate non se la sta passando benissimo e l’unico titolo che non mostra segni di decadimento è Spider-Man. Quando pensi che sia iniziato questo declino? Credi che una presa di distanze così radicale (vedi Reed Richards trasformato in un cattivo) abbia influito?

Onestamente, ho smesso di prestare attenzione alla Marvel dopo che me ne sono andato, anche se leggo ancora qualche storia di Mark e Brian. In generale, posso dire che i fumetti Ultimate sono molto difficili da scrivere ed è un marchio arduo da maneggiare. Pensaci, Ultimate era solo un topo, niente di più di un “what if”, un universo alternativo e fuori dalla continuity, ma in qualche modo siamo riusciti a far ballare l’elefante.

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