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Stretta è la foglia, lunga è la via: La Compagnia della Forca di Magnus e Romanini

La prima metà degli anni Settanta vede l’esplosione nelle sale cinematografiche di un genere detto dei “decamerotici”: cercando una sintesi fra l’istrionismo dei film su Brancaleone e l’erotismo della Trilogia della vita diretta da Pier Paolo Pasolini, l’industria nazionale sforna una serie di produzioni a basso budget e di ambientazione medievale che hanno fortemente segnato l’immaginario di chi era adolescente (e non solo) in quel decennio. Pur se in un medium diverso, e per un’opera con maggiori ambizioni, lo stesso ricordo indelebile è rimasto in coloro che scoprirono La Compagnia della Forca di Magnus e Romanini nella sua prima apparizione in edicola. Un periodo breve, che dall’aprile del 1977 arriva al settembre dell’anno seguente, con un’appendice nel luglio 1979 per il capitolo finale.

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L’idea per la serie nasce, come raccontato dallo stesso Romanini, in una conversazione in treno, durante una delle trasferte che i due autori compiono fra Milano e Bologna. Siamo negli ultimi mesi del 1975: Magnus e Romanini collaborano stabilmente con la Edifumetto di Renzo Barbieri, e Magnus ha appena portato a termine per l’editore milanese la prima serie della sua maturità artistica, introducendo quello che è forse il suo personaggio di maggior successo, lo Sconosciuto. Narrare la storia di una compagnia di ventura richiama i successi cinematografici di quegli anni: il già citato Brancaleone in prima battuta, e certi sceneggiati televisivi di forte presa come Storie dell’anno Mille. Una derivazione che è resa esplicita dagli stessi autori fin nel motto della Compagnia, che si apre con il distico col quale si chiudono molte fiabe italiane.

Barbieri ha sempre ritenuto Magnus il proprio artista di culto, concedendogli, forte di una azienda solidissima, di sperimentare temi e generi diversi con una certa libertà. Dopo la chiusura de Lo Sconosciuto, l’editore acconsente dunque a tentare la sorte con una serie umoristica per ragazzi, sperando forse di raggiungere almeno in parte i lettori di Alan Ford: nel contratto d’edizione per La Compagnia (senza data, ma probabilmente steso nella primavera del 1976) gli autori si impegnano a fornire il materiale per «ventiquattro episodi, composti da centoventi facciate ciascuno» e a cederne i diritti per una prima stampa (e solo per quella).

La tiratura minima prevista per albo è stimata sulle ottantamila copie, il compenso pattuito di due milioni di lire. Le agende di lavoro tenute da Magnus ci descrivono con una certa fedeltà la progettazione delle serie, che avviene in tempi abbastanza rapidi. Se le tracce di una metà degli albi sono abbozzate già quella primavera, una prima stesura dei testi (soggetto e storyboard) dei sette episodi iniziali è conclusa nel novembre di quello stesso 1976, mentre le tavole definitive saranno terminate entro il giugno dell’anno seguente. È in sostanza l’arco narrativo che si chiude con la dispersione della Compagnia durante la traversata marittima. Per questi episodi gli storyboard rivelano uno sviluppo della trama che differisce notevolmente dalle storie effettivamente realizzate. Forse, il ripensamento è facilitato dal metodo di lavoro adottato per questi numeri, con Magnus che abbozza con un certo dettaglio le tavole, che sono terminate e inchiostrate al tavolo luminoso da Romanini. La flessibilità è anche permessa dall’ambientazione di queste prime avventure: un Medioevo fantastico, nel quale mancano puntuali riferimenti storici. È «un luogo conosciuto, fiabesco, tranquillizzante», come dirà lo stesso Magnus, nel quale in più occasioni i personaggi si ispirano visivamente alla cerchia amicale degli autori (oltre a Crumb/Magnus e Bertrando/Romanini, Euriante è la moglie di quest’ultimo, Lorena, mentre Lattemiele è Carlo Conti, responsabile amministrativo della Edifumetto, e infine Occhidolci è il disegnatore Marco Buldrini; in seguito, il consigliere Nar-Mun sarà lo stesso Barbieri).

Storie dall’andamento lineare, nelle quali predominano il senso dell’avventura e un umorismo sopra le righe, esemplificato dai personaggi dell’albergo del “Buon viaggio” (si pensi a Padron Friggione, come il piatto tipico della cucina povera bolognese) e dalla bizzosa figura dell’orco Barbarigo, passando per gli sgherri di Sparviero. Solo i luoghi fisici sono immediatamente riconoscibili, con i laghi trentini per il castello di Athanor e soprattutto col territorio di Bellorizzonte che richiama quello del comune di Castel del Rio (con il Ponte del Diavolo che spicca nella copertina del quarto albo), inaugurando così una fascinazione di Magnus con la valle del Santerno, sull’Appennino tosco-emiliano, che troverà la sua interpretazione più struggente nei racconti brevi del Lunario.

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© 2015 Rizzoli Lizard e © 2015 Eredi Raviola

Graficamente parlando, col proseguire degli episodi si nota il progressivo stemperarsi di certi toni iniziali ancora legati al grottesco. Un retaggio di Alan Ford che caratterizza i primi lavori magnusiani per Barbieri, sia le fiabe erotiche come Dieci cavalieri e un mago che gli episodi iniziali de I briganti, e del quale rimane traccia evidente negli studi preliminari per alcuni comprimari della serie, come i savi Cotica e Scheggia. Un cambiamento del quale lo stesso Magnus è ben cosciente («c’è una formula grafica di cui il merito è anche di Romanini, che ha snellito delle situazioni che mi tiravo dietro»), che è evidente in maniera immediata nella cura delle ambientazioni. Il nuovo corso contraddistingue anche gli episodi de I briganti che iniziano a essere realizzati in quegli anni (da La cresta del fango giallo in poi), e che col tempo diventerà la cifra stilistica dell’autore bolognese. A livello di narrazione, il punto di svolta è rappresentato dal decimo albo. Nello storyboard la storia è preceduta dalla frase “in collaborazione con PIT”: un riferimento a Mario Pitruzzella, aspirante fumettista che frequentava gli studi dei due autori e al quale si deve fra l’altro l’idea della diaspora della Compagnia. Quel che si nota è il passaggio da un Medioevo oleografico a una rappresentazione storica a tutto tondo, che si svolge in un momento definito (anche se mai esplicitamente indicato): il 1478, ovvero, con una strizzatina d’occhio al lettore, cinquecento anni prima dell’apparizione degli albi in edicola.

La narrazione è “corale”, senza un protagonista principale, e tenta di realizzare una delle imprese più difficili di ogni racconto storico che si rispetti: far percepire al lettore la simultaneità di eventi che si svolgono in culture diverse e geograficamente distanti fra loro. È in questi numeri che, da serie per ragazzini, gli episodi cominciano ad acquisire temi e atmosfere da pubblico adulto. Contemporaneamente, anche gli storyboard si fanno più serrati e vicini alla stesura finale, segno di una riflessione più attenta, che lascia meno spazio all’estro momentaneo e pianifica con attenzione. Un impegno largamente profuso ma che, a livello di vendite, produce scarsi risultati: è ancora Magnus a rivelare che «erano appena dodici/tredicimila i valorosi che ebbero il coraggio di seguirla». Forse La Compagnia è penalizzata dalla veste grafica: uno sfondo nero che non aiuta a distinguerla nella massa di prodotti tascabili erotici che invadono le edicole in quegli anni. Almeno così la pensano gli autori e lo stesso editore, e con il n° 13 dell’aprile 1978 la veste viene dunque rinnovata. L’albo contiene anche una cartolina da spedire alla casa editrice per ottenere un poster omaggio, segno che era nelle intenzioni di Barbieri cercare il rilancio della collana.

A partire da questo numero, la tiratura viene probabilmente ridotta e nei seguenti sono inseriti adesivi fustellati. Il nuovo corso non ottiene però l’effetto sperato. Al tempo stesso, la produzione degli albi rallenta, forse a causa del complesso intrecciarsi delle vicende: chi visita lo studio di Magnus in quel periodo racconta di grafici e cartine appese alle pareti, che dettagliano la diaspora dei vari componenti della Compagnia.

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© 2015 Rizzoli Lizard e © 2015 Eredi Raviola

Complici in apparenza anche i ritardi nella consegna, la serie è dunque chiusa anticipatamente. Non è certo quando esattamente venga presa la decisione, anche se la mancanza degli storyboard per i sei albi finali del progetto iniziale fa pensare a una data abbastanza avanzata, probabilmente agli inizi dell’estate 1978. Quegli stessi episodi sono inizialmente accantonati, forse in vista di una uscita in un secondo momento.

Solo in seguito gli autori si decideranno a ridurli a due albi, usciti assieme nel luglio 1979, nel raro (collezionisticamente parlando) La resa dei conti. Lo storyboard viene chiuso fra settembre e dicembre 1978 e le tavole richiedono almeno altrettanto, a conferma dei «sei mesi di lavoro» dei quali parla Magnus (in un’intervista a Fumo di china) per la confezione dell’ultimo numero. «Non abbiamo tolto nulla. Abbiamo condensato» ha confidato l’autore in quella stessa intervista. Ma in realtà, alcuni titoli che appaiono nella lista che riproduciamo, come I rubli dell’Orda d’oro, sembrano rimandare a eventi che nella versione pubblicata divengono assolutamente incidentali. Fanno insomma intuire narrazioni ben più corpose, magari con puntatori a una seconda serie, immaginata ma mai realizzata, che avrebbe dovuto seguire i ventiquattro episodi previsti: si capisce forse nei numerosi spunti contenuti nell’episodio Walhalla, ridotto alle trenta pagine finali dell’albo conclusivo.

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© 2015 Rizzoli Lizard e © 2015 Eredi Raviola

Questa serie per «ragazzini» dai «dodici anni» in poi, come la descriveva Magnus al periodico Wow a fine 1976, è probabilmente la sua opera meno studiata dalla critica, al punto da essere in pratica ignorata nel volume di saggi che accompagna la grande mostra bolognese del 2007 dedicata all’autore. Fortemente ricordata dai lettori, sarà comunque tenuta sempre in stampa dalla metà degli anni Ottanta, quando si concretizza l’edizione in grande formato uscita per Alessandro Distribuzioni (e alla quale ci siamo rifatti per la presente edizione). La reimpaginazione, curata dallo stesso Magnus, «offre una nuova possibilità di lettura» alla serie, mentre «il formato le dà un respiro più ampio». Un respiro che il pubblico, grazie a una ormai lunga frequentazione con la narrativa di ambientazione storica, è forse in grado di apprezzare oggi più che all’epoca della prima uscita in edicola.

Ringraziamenti

Mi sia permesso di scivolare nel ricordo personale. La Pantera del mare è forse il primo fumetto che ho comprato in edicola con la mia paghetta («Ma non è che contiene donnine?» mi chiese, all’incirca, l’edicolante vicino alla  scuola), e La Compagnia della Forca è la prima serie che ho collezionato (oltre a, come tutti i miei coetanei, Topolino). Se ancora oggi leggo fumetti e sono affascinato dal medium, lo devo in larga parte al duo Magnus&Romanini. Grazie.


*Questo testo è la postfazione al volume La compagnia della forca: 1 edito da Rizzoli Lizard. Qui riprodotto per concessione di Rizzoli Lizard e Fabio Gadducci. Per le immagini si ringrazia Margherita Fantuzzi.

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