Charles Forsman e il suo nostalgico viaggio nell’adolescenza [intervista]

Charles Forsman è uno degli autori più interessanti dell’attuale nuova generazione di fumettisti indie americani. Negli ultimi due anni, l’editore Fantagraphics Books – leader della scena underground nordamericana e non solo – ha pubblicato due suoi libri, Celebrated Summer e The End of the Fucking World.

Lo stile graficamente essenziale e narrativamente sottile di Forsman lo avvicina alla tradizione indipendente degli anni Novanta, la generazione precedente alla sua, quella di Chester Brown, John Porcellino, Seth, Adrian Tomine, autori che hanno raffinato uno stile di storytelling intimista e a tratti minimale.

Forsman, però, è tra gli animatori di una nuova scena attuale, assai consapevole e produttiva. Oltre che prolifico creatore di fumetti, è editore dell’etichetta Oily Comics, interessante realtà del vivace sottobosco della small-press americana.

In Italia, un marchio indipendente altrettanto giovane e creativo si è interessanto a Forsman. In occasione dell’edizione 2014 del festival bolognese BilBOlBul, infatti, Delebile Edizioni ha pubblicato un albo realizzato a quattro mani da Charles Forsman e Max de Radiguès, intitolato Hobo Mom (qui una nostra ampia anteprima). Quest’ultimo è un fumettista belga con più di un tratto in comune con Forsman, che già più una volta aveva incrociato le strade con Forsman in passato, come abbiamo modo di scoprire nella seguente intervista, realizzata nella Biblioteca Salaborsa. Charles, al fianco di Max – del quale domani pubblicheremo l’intervista gemella a questa – tra un caffè e una dedica, ci ha raccontato la sua giovane carriera, le sue ispirazioni e la sua visione del fumetto.

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Come nasce il tuo primo libro, The End of the Fucking World?

Il volume raccoglie una serie di albetti autoprodotti [detti in USA “minicomics” NDR]. Sin da quando studiavo, sono sempre stato concentrato sulla produzione di materiale mio in maniera diretta e immediata, quindi l’opzione del minicomic si rivelò subito la scelta migliore, per me. Poi, sempre durante gli studi al Centre of Cartoon Studies, conobbi Max de Radiguès, che mi dette uno dei suoi primi albi autoprodotti, intitolato Moose. Rimasi veramente colpito dall’efficacia e della potenza del suo lavoro. Mi stimolò a fare qualcosa di veloce e personale, in un momento in cui stavo lavorando a un progetto piuttosto noioso. Lavorare in modo veloce e andare sempre avanti fu un’ottima lezione che appresi proprio da lui.

Col primo numero di TEOTFW non sapevo davvero dove sarei andato a parare, quanto sarebbe durato. Impostai uno scenario e mi calai nell’ambientazione. Ascoltato compulsivamente gli Husker Dü, con quel senso di nostalgia verso gli anni Ottanta.

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Anche Celebrated Summer è una citazione di un pezzo degli Husker Dü. In che modo ti sono stati di ispirazione?

Da ragazzino andavo molto in skate, ascoltando proprio la loro musica. Nei miei due libri, i personaggi hanno un po’ lo stesso spirito mio di quando ero teenager, li vedevo come una colonna sonora ideale per le loro azioni, nella loro testa. Quindi li ascoltavo in continuazione anche mentre disegnavo quelle storie, in particolare l’album che continue il brano Celebrate Summer [L’album si intitola New Day Rising. NDR]. Aveva questa capacità di farmi entrare nel giusto mood e scrivere in un certo modo.

Gli Husker Dü sono stati una grande ispirazione anche per John Porcellino, figura fondamentale per l’autoproduzione americana. Come vedi il suo esempio di autore?

Porcellino è una grande influenza per tutti noi. Perché è attivo da così tanto tempo, ed è stato un pioniere della distribuzione indipendente. Distribuisce anche i miei titoli, e per me è un grande onore.

Consideri il tuo stile “minimale”?

Sì, direi di sì. Con TEOTFW, sicuramente. I disegni sono essenziali per scelta. Tanto che, inizialmente, chi lo vedeva faceva addirittura paragoni con i Peanuts. Che mi piacciono, certo, ma non credo ci sia alcun riferimento; semplicemente la mia mano si muoveva a quel modo. Mi piaceva molto come scelta, l’essenzialità e il rimando alla semplicità dei bambini, ma con un soggetto piuttosto oscuro.

Quali altri autori ti hanno ispirato?

Chester Brown, sicuramente. Per come riesce a realizzare disegni apparentemente semplici, con linee essenziali, ma estremamente espressivi. Anche Sammy Harkham, che ha pochi anni più di me. Ha iniziato molto presto, ha prodotto relativamente poco materiale, ma ogni suo lavoro è di altissima qualità. Mentre quando studiavo mi sono appassionato molto ai vecchi fumettisti americani, come E.C. Segar, Frank King e le sue tavole domenicali. Quest’ultimo è stato di ispirazione per il character design dei personaggi di Celebrated Summer.

Le storie che scrivi raccontano di luoghi e persone che conosci?

Sì, in un certo senso. Celebrated Summer riguarda una vicenda successa a me. [Ride] Praticamente, io e un mio amico una volta prendemmo l’LSD e andammo al mare in macchina e fu, ovviamente, una esperienza piuttosto strana, che non si è svolta esattamente come nel libro, ma credo che la maggior parte di ciò che scrivo abbia a che fare con qualcosa che mi è successo. Però, non ho mai ucciso nessuno [Ride], come i protagonisti di TEOTFW.

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La copertina del primo albo autoprodotto di The End of the Fucking World.

I tuoi racconti spesso lasciano aperto il finale, aprendo scenari e soluzioni, specialmente in Celebrated Summer. Molto in linea con la tradizione americana della narrativa breve, anziché del fumetto.

Sì, mi sono sempre considerato più uno scrittore, piuttosto che un disegnatore. In Celebrated Summer cercò più di evocare sensazioni che avevo da ragazzino, il sentirsi isolato e depresso. Soprattutto dopo la morte di mio padre, mi chiusi in me stesso, buttandomi nei fumetti. Quindi, quel libro sono essenzialmente io che rifletto sulla condizione adolescenziale, il non essere più un bambino, ma ancora nemmeno un adulto; lo stare in quella sorte di purgatorio della crescita; voler uscire da te stesso, da quel guscio in cui ti senti a disagio. Per me era come leggere una poesia su quell’argomento. Un tentativo di evocare ed esorcizzare quella sensazione sulla pagina.

Quindi ci sono scrittori che ti hanno in qualche modo ispirato?

In realtà no. Non sono un grande lettore. Sono cresciuto guardando molti film. Mio fratello è regista, e ne abbiamo sempre guardati molti insieme. Leggo, ma non mi considero un esperto. Ad ogni modo mi piace molto Raymond Carver. Quando anni fa un amico mi consigliò di leggere Cattedrale, ne rimasi impressionato.

Sembra che condividiate l’idea di rappresentare uno spicchio di una realtà, non mostrando cosa c’è prima della storia né svelando cosa ci sarà dopo.

Sì, è una cosa che mi piace fare. Cioè, nella mia testa immagino questo “mondo” per una storia, ma non voglio condividerlo a pieno, come quando accendi la TV a metà di una storia, o cammini per strada e incroci la vita di qualcuno. Non raccontare tutto è una mia passione [Ride]. Mi piace affidarmi all’intelligenza del lettore. Del resto, quando leggi proietti anche la tua vita e le tue esperienze nel racconto, quindi lasciare un certo livello di apertura nel racconto è un favore al lettore.

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Alcune vignette da Celebrated Summer.

I tuoi due libri hanno dei titoli molto potenti, specie TWOTFW. Quanto è importante per te il titolo e il lavoro sulle parole?

Il titolo di TWOTFW è praticamente una frase che scrivevo spesso in quel periodo nel mio quaderno di schizzi, a volte capita di fissarsi su una espressione. È quella tipica frase che i genitori dicono ai bambini quando hanno un atteggiamento esagerato, tipo: “non è mica la fine del mondo!” Poi, effettivamente, inserire la parola “end” nel titolo mi sembrava qualcosa di impatto, che avrebbe attirato il lettore.

La storia di TEOTFW è molto cinematografica.

Sì, infatti probabilmente diventerà un film. Ci sta lavorando un regista inglese, Craig Roberts, che in passato ha realizzato un film intitolato Submarine. È ambientato in Inghilterra, anziché in America. Ha già realizzato una decina di minuti di film, l’ho visto e mi è piaciuto già moltissimo.