Focus La storia del primo personaggio di colore dei Peanuts

La storia del primo personaggio di colore dei Peanuts

Il 1968 fu un anno movimentato, perfino per i Peanuts. Prima, uscì What’s It All About Charlie Brown?, un libello in cui Jeffrey Loria, mercante d’arte e futuro proprietario dei Miami Marlins, modulava le sue convinzioni riguardo alla vita attorno alle vignette di Schulz, storpiandole. «Chi vuole rifiutare una società come la nostra, materialista, capitalista e militarista? E sarà così per sempre,» scrive l’autore, non ancora trentenne. «I bambini dei Peanuts lo sanno e lo accettano di buon grado!»; poi, il quattro aprile venne assassinato Martin Luther King. Cosa c’entri questo coi Peanuts è presto detto.

La morte del pastore protestante per alcuni significò l’abbandono della protesta non-violenta e mise in moto una serie di eventi, rivolte e progressi nella lotta ai diritti civili. Sia con l’approvazione del Civil Rights Act, che pose fine alla discriminazione nell’acquisto di case o alloggi, sia in piccolo, con l’introduzione del primo personaggio nero nei Peanuts.

Leggi anche: Cosa accadde nel 1968 nel mondo del fumetto

franklin peanuts
Franklin sulla copertina di The Complete Peanuts (1983-1984)

Pochi giorni dopo i fatti del quatto aprile, Harriet Glickman, una maestra del distretto Sherman Oaks di Los Angeles, scrisse a Charles Schulz, il creatore di Charlie Brown e compagni, affinché inserisse nella striscia un personaggio di colore. «Non è che mi sono svegliata una mattina pensando di scrivere una lettera,» ha dichiarato la donna, «è stato un processo organico. Mi c’è voluta tutta la mia vita per decidere di scriverla.»

Classe 1926, Glickman, insieme alla sorella, era cresciuta in un humus libertario ed era stata educata da genitori che combatterono in prima linea per i diritti dei lavorati e i sindacati attraverso marce e picchetti. I suoi furono coinvolti nel massacro del Memorial Day del 1937, in cui, di fronte a uno sciopero dei lavoratori siderurgici, la polizia reagì sparando agli operai mentre questi scappavano e uccidendo dieci persone; i Glickman avevano amici di colore ed erano parte attiva del dialogo sul riconoscimento dei diritti civili.

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Kenneth C. Kelly e Harriet Glickman

L’uso delle lettere per tentare di smuovere le coscienze – o irritarle, a seconda della puntigliosità – non era nuovo a Glickman, che negli anni della maternità aveva scritto alle televisioni per lamentarsi del livello di violenza nei loro programmi. Era ora, secondo l’insegnante, che anche un mezzo così capillare come un fumetto stampato ogni giorno sui giornali affrontasse il tema in maniera opportuna. Glickman scelse Peanuts in quanto striscia più popolare del momento, dotata di una reputazione prestigiosa ma ambientata in un mondo popolato in prevalenza da bianchi. Con il paese in preda alle tensioni sociali, Glickman credeva che la striscia avrebbe potuto – e dovuto – influenzare l’atteggiamento dei lettori verso le diverse etnie; la donna scrisse anche a Allen Saunders, l’autore di Mary Worth, con cui instaurerà un dialogo lungo tre anni.

Rispondendo alla richiesta, Saunders ammise che, pur desiderando farlo, se avesse concretizzato la sua idea molti giornali non l’avrebbero pubblicato; inoltre, anticipò uno stallo riguardante l’eventuale rappresentazione del personaggio: «E’ impossibile mettere un nero in un ruolo professionalmente rilevante e fare in modo che i lettori lo accettino. D’altro canto, il nero militante non accetterà che un membro della sua etnia venga messo in ruoli umili che ora facciamo fare anche ai bianchi. Sarebbe ostile e cercherebbe di eliminare il prodotto.»

Ciononostante, Glickman non cedette e inviò a Schulz la stessa missiva. Era il 15 aprile 1968.

Gentile signor Schulz,

dalla morte di Martin Luther King mi sono chiesta cosa potessi fare per contribuire a cambiare le condizioni della nostra società che hanno portato all’assassinio di King e che contribuiscono alla marea di incomprensioni, paure, odio e violenza.

Come casalinga di periferia, come madre di tre bambini e come cittadina attiva e preoccupata, sono ben consapevole della lunga e tortuosa strada di fronte a noi. Credo dovrà passare un’altra generazione prima di vedere amicizia e fiducia come parti accettate delle nostre vite.

Pensando a quali diramazioni dei mass media sono rilevanti nel plasmare gli atteggiamenti inconsci dei nostri figli, ho realizzato che sarebbe stato possibile fare qualcosa attraverso le strisce a fumetti e nella pur violenta giungla di orrori conosciuta come ‘televisione per bambini’.

Non ha certo bisogno della mia conferma per sapere che Peanuts è una delle più amate, lette e citate realtà della società letteraria. […] Ho pensato, oggi, che l’introduzione di un bambino di colore nel gruppo di personaggi avrebbe un impatto minimo. La gentilezza dei bambini, anche Lucy, è un ambiente perfetto. Le partite di baseball, gli aquiloni e, sì, perfino lo sportello psichiatrico, potrebbero accomodare con facilità questa idea.

Qui, nella periferia della California, sembra tutto così facile e logico. Sono sicura che un cambiamento del genere in un’istituzione così importante non sia priva di reazioni da parte dei distributori e i clienti. Lei, però, ha una statura e una reputazione che può sopportare questo e altro.

Infine, dovesse considerare la mia idea, spero che il risultato sia più di un semplice bambino di colore. Lo faccia adorabile come gli altri, ma per favore… Faccia che anche i neri abbiano una loro Lucy!

Glickman chiese quindi di trattare il personaggio come Schulz trattava tutti gli altri protagonisti della striscia, dandogli un carattere ben definito. Schulz rispose così:

 26 aprile 1968

Gentile signora Glickman,

la ringrazio molto per la sua lettera. Apprezzo il suggerimento di introdurre un bambino nero nella striscia ma devo affrontare lo stesso problema che hanno altri fumettisti con il suo stesso desiderio. Vorremmo tutti poter esaudire la richiesta, ma siamo spaventati che il nostro atteggiamento possa apparire paternalistico o di superiorità nei suoi confronti.

Non so quale sia la soluzione.

Schulz temeva di avere un piglio condiscendente verso la popolazione di colore, manifestando dubbi simili a quelli espressi da Saunders. Per risolvere il problema della rappresentazione non sarebbe bastato colorare di scuro uno dei personaggi sullo sfondo. La risposta di Glickman non si fece attendere.

27 aprile 1968

Gentile signor Schulz,

apprezzo che abbia trovato il tempo di rispondere alla mia lettera. Quello che presenta è un dilemma interessante e le chiederei il permesso di mostrare il nostro carteggio ad alcuni miei amici di colore. La loro risposta come genitori potrebbe esserle utile per sbrogliare la questione.

9 maggio 1968

Gentile signora Glickman,

sono ansioso di sentire cosa pensano i suoi amici delle mie ragioni di non includere un personaggio nero nella striscia. Più penso al problema più sono convinto che sarebbe sbagliato farlo. Sarei felice di provarci ma sono sicuro che riceverei delle critiche che farebbero apparire il gesto come un atto di accondiscendenza e pietà.

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Consapevole di dover affrontare la questione, Schulz diede il suo beneplacito e Glickman passò la palla a Kenneth C. Kelly, afroamericano che aveva combattuto per la parità di diritti nel settore immobiliare, e a Monica Gunning, il cui contributo resta sconosciuto (ma entrambi scrissero a Schulz nel giugno del 1968); più tardi avrebbe scritto perfino al consigliere comunale Tom Bradley, futuro sindaco di Los Angeles e padre dell’effetto Bradley. Kelly suggerì al fumettista di trattare il personaggio come fosse un semplice carattere secondario, quasi emerso dal gruppo dei ‘supernumerary’, le comparse in soprannumero che si vedono sullo sfondo dei film. Era una pratica consueta ma al cinema gli afroamericani erano sempre presenti in scene ambientate in prigione o in altri momenti poco felici e raramente li si vedeva in ambienti quotidiani e pacifici. Per Kelly lo scarto era minimale ma significativo.

Il carteggio con Glickman proseguì con regolarità fino a luglio (con un’ulteriore lettera, non datata) per un totale di otto missive – tutte conservate al Charles M. Schulz Museum di Santa Rosa, California. Il primo luglio, Schulz scrisse una lettera a Glickman in cui le consigliava di tenere d’occhio i giornali nell’ultima settimana del mese: «Ho disegnato una storia che credo le piacerà.»

Franklin, questo il nome del nuovo personaggio, fece il suo debutto il 31 luglio 1968. Charlie Brown lo incontra mentre è in spiaggia, un luogo d’integrazione inusuale, considerando che molte spiagge americane, pur non essendolo legalmente, erano di fatto vietate ai neri. I due parlano della propria famiglia: il padre di Franklin sta combattendo in Vietnam – la prima guerra con un esercito misto (nei conflitti precedenti le unità di neri erano segregate).

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La prima apparizione di Franklin.

Le reazioni furono per la maggior parte positive, ma arrivarono anche lettere di dissenso dal sud degli Stati Uniti, la parte più conservatrice del paese, in cui si pregava la United Feature Syndicate di non mandare più strisce che mostravano un nero nella stessa classe con altri bambini perché stavano combattendo una battaglia per evitare che accadesse nelle loro scuole. «Ci sta bene vedere un personaggio di colore,» scrisse un editore, «ma per favore non mettetelo più in classe con gli altri bambini.» Schulz non li degnò di risposta. La lettera faceva riferimento a una serie di vignette in cui Franklin sedeva tra i banchi accanto a Piperita Patty, diventata nel frattempo la principale interlocutrice del ragazzino. Il ruolo di Franklin verrà poi ereditato da Marcy e Schulz lo utilizzerà nelle strisce in cui lui e Charlie Brown parlano dei loro nonni.

Trattarlo come un normale bambino sembrava la decisione migliore, se non fosse che nei Peanuts nessuno dei personaggi è un ‘normale bambino’. Questa divergenza dalla norma fece piovere sulla striscia il biasimo di tokenism, la pratica di inserire un membro di una minoranza in un ambiente altrimenti dominato al solo scopo di evitare accuse di discriminazione. L’individuo diventa puro token, cioè un simbolo vuoto che non si è guadagnato il proprio posto ma è lì a causa della sua diversità.

Il vescovo James P. Shannon, sodale di Martin Luther King, scrisse sul Los Angeles Times che «Franklin sarebbe un personaggio più credibile se avesse dei difetti, invece di essere un piccolo nero perfetto». Anni dopo, il linguista John H. McWhorter evidenziò il problema scrivendo che «Schulz aveva buone intenzioni, ma mentre ogni personaggio dei Peanuts aveva un tratto caratteriale evidente, quello di Franklin era… Essere nero».

Eppure, al netto delle critiche, il modo in cui Schulz ha introdotto Franklin nel mondo dei Peanuts è stato il più rispettoso possibile nei confronti di quello che per lui era un non-problema. Tanto per dirne una, Totò Tritolo (uno dei tanti nomi italiani di Dennis the Menace) non avrà la stessa coscienziosità nel ritrarre un personaggio di colore.

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La vignetta gioca sul doppio significato di ‘race’ (razza ma anche corsa, a intendere che i problemi di cui parla il bambino non hanno nulla a che fare con l’etnia dell’amico). La striscia è del 1970 – due anni dopo Schulz – ma la rappresentazione è ancora stereotipata.

Clarence Page, sul Chicago Tribune, ribadì l’impasse evidenziato da Saunders ma sostenne che quella di Schulz era la scelta giusta: «L’assenza di tratti – difetti – caratteriali impedì lo sviluppo di un vero carattere, ma considerando l’ipersensibilità dell’opinione pubblica a riguardo non voglio incolpare Schulz. Ve lo immaginereste Franklin pieno di complessi, che si succhia il dito, come Linus? O che cammina circondato da una nuvola di polvere come Pig-Pen? Io immagino solo i boicottaggi. Se l’istinto di Schulz gli ha detto che il pubblico non era pronto per un bambino nero con le stesse idiosincrasie dei suoi compagni forse aveva ragione.»

Secondo Page, rendere Franklin una versione nera di Lucy, come suggeriva Glickman, avrebbe prestato il fianco a critiche anche peggiori. La stessa Glickman comprese il problema e, in seguito, si disse soddisfatta della gestione del personaggio. Non altrettanto lo è, oggi, della situazione razziale del suo paese: «Quello era il 1968 e a oggi c’è ancora gente come Donald Sterling, quindi, per quanto progrediti, dobbiamo ancora migliorare molto.»

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