Focus 5 fumetti sul wrestling

5 fumetti sul wrestling

Wrestling, lotta libera, catch, puroresu, lucha libre… tanti modi diversi per definire la stessa disciplina, antica quanto controversa. Da molti considerata finta, in realtà è meglio descrivibile come “predeterminata”, e il suo scorrere costante tra variopinti personaggi che interpretano un ruolo, faide e storie scritte da veri sceneggiatori può in parte ricordare quello di una serie televisiva o ancora meglio di un fumetto seriale.

Questo è il periodo dell’anno tradizionalmente più importante per il wrestling, dato che tra fine marzo e inizio aprile ha da oltre 30 anni luogo Wrestlemania, l’evento che più di tutti riesce a catalizzare l’attenzione di appassionati o semplici curiosi in tutto il mondo. La trentunesima edizione, per la precisione, è in programma per domenica 29 marzo a Santa Clara, in California (e sarà trasmessa in diretta o in differita dalle tv di mezzo mondo, Italia compresa).

All’argomento, nel corso dei decenni, sono state dedicate diverse opere a fumetti, in alcuni casi addirittura biografiche, come la serie giapponese Pro Wrestling Superstar Retsuden di Ikki Kajiwara (creatore anche dell’Uomo Tigre) e Kunichika Harada, pubblicata tra il 1980 e il 1983 da Shogakukan e incentrata non solo su wrestler nipponici ma anche statunitensi (come il famoso Hulk Hogan) e messicani. Alcuni fumetti hanno poi la lotta come topic principale, altri la trattano in maniera laterale. E, tra di essi, ce ne sono cinque che di certo hanno rilevanza maggiore di altri, per i motivi illustrati di seguito.

L’Uomo Tigre, di Ikki Kajiwara e Naoki Tsuji (Panini Comics)

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Scelta ovvia ma necessaria. Quello dell’Uomo Tigre è – perlomeno in Italia – il fumetto sulla lotta libera per eccellenza, complice un anime di grande successo andato in onda su varie tv locali negli anni Ottanta. Creato nel 1968 da Ikki Kajiwara e Naoki Tsuji, il manga è molto accurato nella riproduzione di gesti tecnici reali – pur con il suo segno essenziale e tondeggiante tipico dei fumetti orientali dell’epoca, debitori del tratto di Osamu Tezuka – e presenta anche diversi wrestler realmente esistiti (o esistenti) come i giapponesi Antonio Inoki, Shohei Baba e Seiji Sakaguchi e l’americano Freddie Blassie. Dopo i primi volumi, il manga si discosta molto dall’anime, assumendo un taglio più crudo e a tratti noir rispetto alla sua trasposizione animata, che predilige l’aspetto eroico – anzi, quasi supereroico – del protagonista. Nel manga, è presente addirittura una lunga parte in cui il protagonista si impegna nel circuito delle lotte clandestine, lontano dai ring più in vista.

L’impatto della serie sulla cultura giapponese fu così rilevante che nel 1981 il personaggio dell’Uomo Tigre (o meglio, di Tiger Mask) fu ripreso dalla federazione giapponese New Japan Pro Wrestling per apparire sui suoi ring. Fino a oggi si sono susseguiti cinque Tiger Mask – più alcuni Black Tiger “cattivi”, tutti volutamente non giapponesi – ma il più famoso resta il primo, Satoru Sayama, considerato tra i migliori wrestler tecnici della storia.

Oltre alla recente riedizione di Panini, è da segnalare anche la precedente versione pubblicata da SaldaPress tra il 2001 e il 2007, con belle copertine inedite di Giuseppe Camuncoli e un approfondito apparato di redazionali curato dallo sceneggiatore e appassionato Matteo Casali, senza dimenticare le traduzioni di Manuel Majoli, tra i principali wrestler italiani.

Kinnikuman, di Yoshinori Nakai e Takashi Shimada (inedita)

kinnikuman

Pur famoso in Giappone tanto quanto Tiger Mask (se non di più) Kinnikuman è inedito nel nostro Paese, dove è stata trasmessa solo la versione animata – derivante dalla versione americana – su alcune sparute tv locali in anni recenti, con il titolo Ultimate Muscle. Nata nel 1979 come parodia di UltramanKinnikuman è poi diventata una vera e propria serie sul wrestling, rispecchiando la tendenza alla pacchianeria e alla forte caratterizzazione dei protagonisti in voga negli anni Ottanta, quando a farla da padrone era Hulk Hogan con il suo sgargiante look giallo e rosso.

Questo manga però poteva contare su una grande passione per la disciplina del wrestling, nonostante il tono spesso scanzonato. La presenza di personaggi chiamati “chojin”, ossia superuomini, ben caratterizzati sia caratterialmente che graficamente e sempre originali, pur nelle loro fattezze surrealistiche – molti nascevano prendendo spunto da animali o oggetti di uso comune come water e lavatrici – rendeva invece l’impostazione molto supereroica, con mosse e tecniche perlopiù iperboliche.

In Giappone – dove la serie a fumetti ha dato vita a vari spinoff ed è tuttora in corso sulle pagine di Weekly Shōnen Jump di Shueisha – i personaggi sono molto famosi, e hanno generato merchandising di vario tipo, da piccoli gadget a videogiochi di successo. In Italia, invece, sono molto più famosi sotto un’altra forma: negli anni Ottanta, infatti, la serie fu usata come base per la creazione di una linea di piccoli giocattoli gommosi collezionabili, chiamati “Kinkeshi”, ma che da noi furono importati col nome di Exogini, e spacciati per “misteriosi alieni” dai lanci pubblicitari dell’epoca, diventando popolari tra tutti i bambini dell’epoca – tra cui il sottoscritto.

Locas, di Jaime Hernandez (Panini Comics)

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Come molti sanno, nel 1982 i fratelli Gilbert, Jaime e Mario Hernandez crearono per Fantagraphics una rivista a fumetti intitolata Love and Rockets, in cui ognuno dei tre portò avanti le proprie serie nella serie, inaugurando il boom del mercato indipendente dovuto in particolare alla neonata distribuzione diretta nelle fumetterie. A oggi, le due principali serie pubblicate – Palomar di Gilbert e Locas di Jaime – dividono ancora i fan su quale sia la migliore. Di certo, a Jaime va riconosciuta l’incredibile capacità di rendere sensuali i suoi personaggi femminili, tutti adorabilmente caratterizzati.

Nelle prime storie di Locas, Jaime volle fare un calderone di un po’ tutte le sue passioni. In una non ben definita terra di confine tra Stati Uniti e Messico, infatti, si inserivano fantascienza, (sotto)cultura punk, avventura e persino il wrestling, trattato con realismo nelle scene in ring ed extra ring. Anzi, la lucha libre, così come viene chiamata nei paesi latini, dove la disciplina costituisce quasi una religione. Però, rimanendo fedele alla propria propensione per i personaggi femminili, in primo piano ci sono le “luchadora”, che rifilano alle controparti maschili – rigorosamente mascherate e misteriose – il ruolo di spalle, spesso sentimentali. Tra queste, la figura sicuramente più carismatica è quella di Rena Titañon, lottatrice e guerrigliera rivoluzionaria che diventa protagonista di numerose storie e di appassionanti intrecci sentimentali.

Nel giro di pochi anni, Jaime si accorse che il punto di forza delle sue storie erano proprio i personaggi, così eliminò tutti gli elementi fantastici per concentrarsi sulla crescita di essi, a partire da Maggie e Hopey, invecchiate nel corso degli anni con i loro lettori. Ma il wrestling è rimasto lì… almeno per un altro po’.

Quebrada, di Matteo Casali, Giuseppe Camuncoli e altri (editori vari)

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Unico fumetto italiano della selezione, Quebrada nacque a fine anni Novanta, quando Matteo Casali e Giuseppe Camuncoli – all’epoca appena saliti alla ribalta grazie all’autoprodotto Bone, fumetto dal forte sapore statunitense – partirono per il Comi-Con di San Diego in cerca di un editore con cui pubblicare oltreoceano (così come poi è avvenuto). I due fecero anche un salto in Messico, assistendo a un evento di lucha libre, più rigoroso e lontano dalla spettacolarizzazione del wrestling americano, che fornì loro l’idea per realizzare appunto Quebrada, che avrebbe visto la luce nel 1998.

Incentrato su varie carismatiche figure mascherate dai nomi accattivanti come Ultra Sombra e La Cruz, Quebrada è un mosaico composto da tante microstorie – quasi alla Sin City – che si intersecano in uno scenario noir degno di James Ellroy, tra omicidi, forti passioni e incontri di lotta realistici, sullo sfondo di un Messico sporco e decadente. E, soprattutto, Quebrada pone al centro di tutto un elemento importante della lucha libre: la maschera, vero scelta identitaria (tanto che in Messico ci sono dinastie di luchador che si tramandano nomi e caratteri distintivi di padre in figlio). Proprio per questo, essa diventa un tutt’uno con l’uomo che la indossa, e finire smascherati, all’interno o anche all’esterno del ring, è considerato un’onta. Il merito di Casali è stato quello di giocare con il lato misterioso e “religioso” della presenza della maschera, costruendoci intorno un affresco a tratti appassionante.

Oltre al sopracitato Camuncoli, gli altri disegnatori delle singole storie del volume originario – ognuna incentrata su un singolo luchador – furono Grazia Lobaccaro, Mirko Grisendi, Andrea Accardi, Michele Del Nobolo, Gabriele DiBenedetto e Stefano Tirelli, a cui si aggiunsero poi altri negli anni a seguire. Quebrada, nata sulle pagine di due albi pubblicati sotto l’etichetta di creazione degli autori Innocent Victim, fu poi ristampata in volume unico da Edizioni BD. Oggi, invece, è una delle prime proposte del Progetto Atomico, casa editrice virtuale di Doc Manhattan – al secolo Alessandro Apreda – che in queste settimane sta lanciando vari crowdfunding per fumetti da pubblicare in formato digitale. Il secondo di questi sarà proprio Quebrada, la cui raccolta di fondi avrà inizio entro fine marzo. A scrivere la nuova eventuale storia sarà lo stesso Casali, in questo caso supportato ai disegni da Michele Bertilorenzi.

André the Giant – La vita e la leggenda, di Box Brown (Panini Comics)

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André the Giant è stata una figura quasi mitologica del wrestling americano, soprannominato “l’ottava meraviglia del mondo” per i suoi 223 cm di altezza, un peso di circa 250 kg e la fama di gran bevitore di birra (leggenda vuole che una sera ne abbia bevute ben 156 nel giro di sei ore). Di origine francese, fu attivo tra gli anni Settanta e Ottanta nelle più importanti federazioni dell’epoca – tra cui le americane NWA e WWF, quest’ultima antesignana dell’attuale WWE, e la giapponese NJPW – e raggiunse l’apice della carriera dando vita attivamente a uno dei momenti più alti della storia del wrestling con il suo match contro Hulk Hogan del 29 marzo 1987 in occasione di Wrestlemania III, quando quest’ultimo lo sollevò e lo schiacciò al tappeto davanti a oltre 90.000 spettatori festanti (perché Hogan interpretava il buono, mentre André il cattivo). André è poi scomparso prematuramente, nel 1993, a causa di un infarto, all’età di 46 anni.

È a questa figura che il fumettista indie americano – e appassionato di wrestling – Box Brown  ha dedicato un graphic novel pubblicato negli Stati Uniti da First Second lo scorso anno (e prontamente tradotto in italiano da Panini). André the Giant – La vita e la leggenda è una biografia che racconta con passione e accuratezza il personaggio dentro e fuori il ring, senza tralasciare gli episodi meno rispettabili della sua vita, attraverso numerose fonti e dando voce su carta anche ai wrestler coevi di André. Quello che ne emerge è un uomo amato ma temuto, imponente ma non spaventoso, reso attraente anche dal tratto singolarmente essenziale e accattivante di Brown, figlio del fumetto americano indipendente degli anni Ottanta.

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