Focus Intagliare la zucca. Storia di Batman: Il lungo Halloween

Intagliare la zucca. Storia di Batman: Il lungo Halloween

Credo in Jeph Loeb. O almeno ci credevo fino a quando ho letto Ultimates 3. A quel punto nemmeno Jeph Loeb credeva più in Jeph Loeb. Però facciamo tutti degli errori. Voglio dire, guardate Prometheus. E se è vero che per ogni Prometheus c’è un Blade Runner, nel caso di Jeph Loeb c’è Il lungo Halloween.

batman lungo halloween

Fumetto imperfetto come i suoi protagonisti – forse per questo così interessante – è una detective story ambientata nei primi anni di attività dell’Uomo Pipistrello, impegnato a scoprire l’identità del serial killer Festa, i cui omicidi avvengono durante le festività di un anno. Oltre a Festa, Batman deve vedersela da una parte con i suoi nemici più celebri e dall’altra con la mafia di Gotham, per sconfiggere la quale si alleerà con Jim Gordon e Harvey Dent. Diventata una delle storie più famose degli ultimi vent’anni, Il lungo Halloween è frutto dell’incontro tra Jeph Loeb e Tim Sale, duo che avrebbe in seguito prodotto le miniserie “colorate” della Marvel. Una collaborazione nata anni prima, formativa ed essenziale alla loro opera magna.

Loeb muove i primi passi nel mondo del cinema. Studia alla Columbia University, dove insegna gentaglia come Paul Schrader; l’autore di Taxi Driver lo introduce al proprio agente dopo aver letto il copione di una commedia scritta all’ultimo anno, Spots. Spots non verrà mai prodotta, ma Loeb è ormai dell’ambiente e appone il suo nome su pellicole come Affittasi ladra e Commando. Il suo più grande contributo alla cinematografia mondiale resta Voglia di vincere, la commedia a tema licantropesco con Michael J. Fox capace di generare un sequel, uno show animato e una serie televisiva.

Il passaggio ai fumetti si deve a un suo compagno di college, Robert Boyd, che nel frattempo era diventato un documentarista e stava dirigendo un film sul cinquantesimo anniversario di Superman. Boyd, conoscendo la passione di Loeb per i comic book, organizza un incontro con Jenette Khan, boss della DC, la quale commissiona a Jeph il copione per l’adattamento cinematografico di The Flash. Il film finisce nel limbo e Khan gli offre un lavoro di ripiego: potrà scrivere un fumetto, pescando dal ricco catalogo DC. Il ricco catalogo DC dei personaggi di serie Z, gli unici che la dirigenza si fida di concedergli. Loeb accetta, perché all’epoca l’industria cinematografica, per quanto remunerativa («A tutt’oggi, ogni anno mi arrivano dei soldi per il mio lavoro su Commando»), non lo entusiasmava più come un tempo, finito com’era a scrivere bozze esplorative per film come Tre scapoli e una bimba e Tesoro, mi si è allargato il ragazzino.

challengers

Sceglie gli Esploratori dell’Ignoto, gruppo creato da Jack Kirby insieme a Dave Wood (le fonti in materia di paternità differiscono) e precursore dei Fantastici Quattro. I disegni vengono affidati a Tim Sale, allora artista underground con all’attivo una manciata di titoli. A Loeb piaceva «il modo in cui disegnava le persone, erano tutte brutte e diverse. E io avevo bisogno di quattro personaggi distinguibili non solo dal colore dei capelli». Il sodalizio, a dispetto del loro futuro insieme, parte tra alti e bassi: «Ragionavo troppo in termini di cinema,» racconta Loeb. «Gli dicevo “Le prime tre vignette sono bellissime, sulla quarta dovresti solo stringere sul volto del personaggio”. E lui mi faceva “Stringere? Vuol dire che devo ridisegnare tutta la tavola!”. Per un numero di ventidue pagine ne dovette disegnare quaranta.»

Gli Esploratori dell’Ignoto devono morire! attira l’attenzione di Archie Goodwin, editor di Legends of the Dark Knight, un’antologia batmaniana con team creativi sempre diversi, che contatta Sale per una storia intitolata Lame, con James Robinson. A Goodwin piace così tanto lo stile di Sale da farlo restare sulla testata per un altro progetto, ma questi pone la condizione che a sceneggiare la storia sia Loeb. Nasce così Scelte (1993), un racconto che rinnova il look dello Spaventapasseri, basandosi sul film Disney The Scarecrow of Romney Marsh, e che viene pubblicato come speciale di Halloween. La DC distribuisce Scelte in un formato prestige, lo stesso de Il ritorno del Cavaliere Oscuro, al prezzo di 6,99 dollari. «Non so come, ne vendettero 100.000 copie, e tornarono da noi a dirci “Qualsiasi cosa abbiate fatto, rifatela”.»

L’anno dopo esce Pazzia, che riprende la visione del Cappellaio Matto di Grant Morrison, responsabile per la svolta pedofila del personaggio, e il successivo Fantasmi. La trilogia di titoli, ora conosciuta come Batman: Cavaliere maledetto, non brilla certo per originalità: Scelte e Pazzia sono esattamente la stessa storia, con le svolte che accadono nelle stesse pagine, mentre Fantasmi è l’ennesima ri-narrazione del Canto di Natale di Charles Dickens. Ma la coppia artistica si è ormai fatta la reputazione dei battitori da fuori campo.

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Dopo una breve parentesi alla Marvel con la miniserie Wolverine/Gambit: Vittime, la cui genesi è riassumibile in un commento di Tim Sale («Jeph è uno che pensa sempre al marketing, voleva fare una miniserie coi personaggi più in voga della testata più in voga»), i due si incontrano con Goodwin per una colazione informale, durante il Comic-Con di San Diego. «Mi è piaciuto quello che avete fatto coi gangster» dice l’editor, parlando dell’atmosfera da film noir delle loro storie. «Ho parlato con Frank [Miller] e mi ha detto che non ha intenzione di riprendere i personaggi di Anno uno. Perché non lo fate voi?». L’occhio analitico di Goodwin, che sceglie il titolo, e Mike Friedrich (artefice di Star Reach e agente di Sale), che suggerisce la struttura a cornice, con gli albi di inizio e fine doppi, completano il quadro. È il 1995 e i semi de Il lungo Halloween sono piantati.

Per quanto entusiasmante, l’idea di fare un Padrino in salsa fumettistica non basta per reggere una storia lunga tredici uscite. È Mark Waid a fornire la quadratura del cerchio, consigliando di riprendere da Anno uno anche il personaggio di Harvey Dent, tracciando la sua evoluzione in Due Facce. Nel calderone delle influenze ci finiscono perfino i Beatles. Loeb si era appassionato talmente tanto a The Beatles Anthology, il documentario fiume sulla storia della band, da implementare nella sceneggiatura l’idea di un quartetto che si scioglie perché uno dei membri ha preso una strada diversa.

Ora si tratta solo di scegliere la sede editoriale adeguata. Quando i vertici DC decretano che la storia diventerà un arco narrativo all’interno della testata Detective Comics, la seconda dopo Batman per numero di lettori, l’anima imprenditoriale di Loeb si impone: «Io sono, e sarò sempre, un uomo d’affari e ho pensato che un ragazzino, vedendo Detective Comics n. 680, non lo avrebbe comprato, perché avrebbe dovuto recuperare gli altri 679 numeri. Invece, vedendo The Long Halloween n. 3, sarebbe stato più facilmente invogliato.» Critica e pubblico applaudono, i premi piovono e i guadagni salgono, anche grazie al prezzo maggiorato. Viene messo in cantiere un seguito, Vittoria oscura, che riutilizza le stesse strutture narratologiche mancando della freschezza del primo capitolo. Nel 2003, Loeb concluderà la trilogia con Hush, fumetto fracassone che è più di tutto una vetrina per i disegni di Jim Lee.

Il lungo Halloween è ormai entrato nel canone letterario delle storie batmaniane. È un fumetto tanto affascinante quanto problematico. Parte del suo fascino è debitore de Il Padrino in maniera così palese da chiedersi dove finisca l’omaggio e dove inizi il plagio. Se fosse un omaggio, probabilmente le due opere dialogherebbero tra di loro creando un terzo discorso. Eppure questa caratteristica derivativa è parte integrante della politica autoriale di Jeph Loeb, ne costituisce forse la cifra stilistica più significativa.

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Tim Sale e Jeph Loeb nel 1988

A tal proposito torna utile rievocare l’epifania giovanile dello scrittore. Sono gli anni Settanta, e un Jeph tredicenne spedisce a Elliot S. Maggin una storia intitolata Perché deve esserci un Superman? in cui i Guardiani dell’Universo questionano a Kal-El la sua intrusione nel destino della specie umana. Maggin gli risponde con una lunga lettera, accusandolo di aver copiato il finale dal centesimo numero di Amazing Spider-Man; ma, cosa ancora più importante, «Mi disse che potevo rubare dai film, potevo rubare dai libri e potevo rubare dai testi teatrali, ma non potevo nella maniera più assoluta rubare da altri fumetti». Ironico come consiglio, considerando che, non molto tempo dopo, Maggin avrebbe scritto Perché deve esserci un Superman? in cui i Guardani dell’Universo accusano l’eroe di crimini contro l’umanità.

Maggin ammetterà il plagio anni più tardi, fornendo una ricostruzione differente – secondo lui la conversazione tra i due era avvenuta a voce, a casa di Jeph, il cui patrigno era vicerettore della Brandeis University frequentata da Maggin. Al college, Jeph sembra interessarsi ad altro e studia cinema. Dovendo seguire l’insegnamento di Maggin, tra tutte le cose a cui poteva ispirarsi, l’autore predilige i film e la sua mente si aggrappa a quelli ogni volta che va alla ricerca di un aggancio narrativo.

Il lungo Halloween ruba a pieni mani da Il Padrino, che Loeb ha dichiarato di aver visto più volte di quanto sia sano fare, e da Hannibal Lecter, evidente modello per il suo Calendar Man (e citazioni alla saga di Thomas Harris sono nascoste in Gli Esploratori dell’Ignoto, Pazzia e Wolverine/Gambit). Dai momenti più famosi alle citazioni più subdole, il capolavoro di Coppola è preso di peso e traslato da Loeb con perizia quasi maniacale. L’incipit nell’ombra, con una luce filtrata dalle veneziane. La battuta d’esordio («Io credo nell’America») fatta diventare leit motif. Il matrimonio mafioso a casa del boss, la ricorrenza del cibo. L’omaggio continua nel resto dei numeri – una scena in cui Alberto impara a fare il sugo presenta lo stesso dialogo della sequenza in cui Clemenza insegna la ricetta a Michael Corleone, la frase sul miglior cibo della città proferita prima di un omicidio, la morte del capofamiglia tra i filari di pomodoro – fino alla fine, quando vediamo la moglie del personaggio onesto traviato dalle proprie azioni che svela la vera identità del marito. Perfino le inquadrature, volto di donna che guarda nella macchina da presa, sono le stesse.batman lungo halloweenUn altro dei fuochi de Il lungo Halloween è il mistero attorno a Festa. Il finale dell’opera mette il lettore di fronte a due possibilità: che a commettere gli omicidi sia stato il reo confesso Alberto Falcone o che l’identità di Festa sia stata assunta da Gilda Dent, moglie di Harvey, che avrebbe però smesso dopo i primi tre omicidi, convinta che il marito avesse continuato il suo operato. Nel numero 77 di Wizard, lo staff della rivista tentò di incorporare entrambe le ipotesi, ossia che l’identità di Festa fosse stata assunta sia da Gilda sia da Alberto. La teoria della rivista ha poi preso piede, venendo accettata come la più probabile. Un’analisi approfondita delle vicende farebbe prevalere la possibilità che Alberto Falcone sia l’unico Festa.

Una delle ragioni sta nell’arma utilizzata, una calibro 22. Certo, anche Gilda utilizza la stessa tipologia di pistola, ma nel fumetto viene spiegato che quelle di Alberto sono calibro 22 fatte su misura ogni mese da Gunsmith – per essere lasciata sulla scena del crimine – non comprate da un armaiolo. Quindi, quando Batman ispeziona l’arma, nel settimo numero, i test forensi avrebbero dovuto far emergere le differenze balistiche, se ce ne fossero state. Ragion per cui è legittimo credere che a sparare siano sempre state le pistole di Alberto.

Presupponendo che Gilda sia riuscita a rintracciare Gunsmith per farsi fare tre calibro 22 (come?), resta in piedi la questione pratica degli omicidi. La donna dimostrerebbe straordinaria abilità da killer, nonché il dono dell’invisibilità: nel giorno del Ringraziamento, la donna, all’ospedale, dice di essere uscita e rientrata senza che il marito se ne accorgesse. Bisognerebbe supporre che, per ben due volte, nessuno del personale l’avesse notata mentre lasciava l’edificio; ancora, a Natale, nel momento del terzo omicidio, Gilda è su una sedia a rotelle, impossibilitata a muoversi con autonomia. Più improbabile è la motivazione che Gilda offre per le sue azioni, ossia il fatto che eliminando boss mafiosi Harvey sarebbe tornato a casa prima e avrebbe trascorso più tempo con la sua famiglia. Come se un procuratore distrettuale non avesse altro da fare. Per ultimo, il passaggio di testimone tra Gilda e Alberto: il giovane Falcone inscena la propria morte per compiere indisturbato i propri delitti. Se Gilda avesse eliminato le prime tre vittime, come avrebbe Alberto potuto sapere che la donna non avrebbe proseguito le uccisioni e, perciò, fingere la propria morte? Non poteva certo essere sicuro che Festa gli avrebbe ceduto il posto dopo il terzo omicidio (altrimenti quella sera, oltre al finto omicidio di Alberto, qualcun altro sarebbe dovuto morire per mano di Festa).

Altro tassello importante è che il fatto che Falcone sia a conoscenza delle intenzioni di Alberto e che l’aver assoldato l’Enigmista per risolvere il mistero altro non sia che un depistaggio, tanto più che quando la figlia Sofia butta in strada Nigma il padre le ordina di rientrare subito, per evitare che veda Festa. A questo punto la scena in cui Falcone fa visita alla tomba del figlio perde di senso. Il boss non lo fa per fugare eventuali dubbi perché è solo e non può sapere che Batman sarebbe spuntato per fargli visita. Controintuitiva è anche la sottotrama di Calendar Man (Julian Day), che afferma di conoscere l’identità di Festa, inscenando perfino il gioco dei pronomi con Batman, riferendosi al killer come a “un lui o una lei”. Day è incerto sul sesso di Festa già durante le feste natalizie: semplicemente, non sa chi sia Festa; non poteva saperlo, come non poteva sapere nient’altro al di là di quello che leggeva sui giornali. E una ricostruzione fatta attraverso i trafiletti dei quotidiani non avrebbe potuto portare Calendar Man alla soluzione del crimine.

Come si sarà capito, se non si vuole credere alle parole finali di Gilda, per risolvere il mistero il lettore deve presupporre molto, troppo, riguardo alla psicologia e alle azioni dei personaggi e spesso la spiegazione non è immediata, se non addirittura implausibile. Questo perché, di fondo, la parte detective story della vicenda è la meno sofisticata. Loeb è un appassionato di noir e tutta la sezione relativa a Harvey e la mafia gli riesce bene, complici i debiti verso Il Padrino, ma ha poca dimestichezza con i misteri. Allora perché fare di una detective story uno dei cardini della serie? Secondo Tim Sale, Loeb fu spinto a inserire Festa nella storia da Sale stesso, perché «a Jeph i gialli non piacciono, non ne ha mai letti». L’affermazione è supportata da un aneddoto raccontato dallo sceneggiatore durante un podcast con Kevin Smith. I fatti: il numero uno della serie è uscito, e Loeb, che ha già scritto i primi quattro, riceve la telefonata di un giornalista di Comics Buyer’s Guide che vuole conoscere l’identità di Festa. «Vogliamo farne un pezzo,» gli dice. «I lettori non aspettano di sapere altro». «Allora ho capito,» spiega Loeb, «pensavo che raccontando la storia di Due Facce, che a quel punto sarebbe dovuto nascere dopo il quarto numero, Batman avrebbe avuto qualcuno contro cui combattere e poi ci sarebbe stato Festa sullo sfondo. Allora potevo spingere la nascita di Due Facce alla fine e approfondire la storia di Harvey. Ha cambiato tutto, il fumetto è migliorato. Così mi ritrovavo a dover enfatizzare Festa. Ricordo che pensai “Ok, ad aprile faremo un riassunto con l’Enigmista che ricapitola tutti gli indizi, così avrò tempo per scrivere il resto dei numeri e trovare un modo per far durare il mistero”.»

batman

È evidente che Loeb non ha un grande cultura in materia di gialli. Basti vedere l’idea che ha della prima persona – un espediente narrativo che gli era stato imposto da Goodwin. L’incessante monologare di Batman appare in linea con la tradizione del racconto da parte del detective. In questo modo, non solo il lettore ha accesso diretto alla psiche del protagonista, entrandone in empatia, e ha l’obbligo di rimanere con lui per tutta la durata della storia, avendo quindi una visione parziale dei fatti, comprensibili appieno solo allo scioglimento del mistero.

Il problema, ne Il lungo Halloween, è che Loeb non rimane con Batman. Stacca spesso su altri luoghi o personaggi, mostrandoci gli omicidi o altri eventi diegetici. Il fatto che il lettore sappia di più, o comunque sia testimone di più eventi rispetto a Batman, sarebbe di per sé un espediente utile ad aumentare la tensione (l’esempio classico viene da Hitchcock: se lo spettatore sa che una bomba sta per esplodere si crea suspense, se mostro solo lo scoppio ottengo un semplice effetto sorpresa), qui produce un distacco straniante che non è nessuna delle due cose, data l’irrilevanza delle informazioni che il lettore ha. Quello che stupisce è come Loeb si sia ostinato a iterare una modalità di racconto che non ha mai saputo gestire. Scelte, lo speciale di Halloween con lo Spaventapasseri, si strutturava attorno alla voce di Bruce Wayne, assunta a doppio ruolo di narrazione in terza – perché descriveva le mosse dello Spaventapasseri pur non essendo presente nella scena – e in prima persona. Tutto l’albo era ricamato dalle annotazione di Batman. Poi arrivava l’ultima pagina in cui, non si sa come, le didascalie passavano a una narrazione impersonale, chiaramente non proveniente dalla voce di Bruce.

Per Raymond Chandler, Il lungo Halloween sarebbe stato un prodotto mediocre. L’indagine in sé dovrebbe essere un’avventura divertente da leggere a prescindere dalla soluzione, per esempio. E bisogna essere onesti con il lettore. Nessun falso indizio, cose importanti non devono essere sottaciute e dettagli superflui non devono essere enfatizzati per depistare il lettore. Una volta rivelata, la soluzione deve apparire come inevitabile. Loeb con Chandler ci fa a botte e sarebbe un bel combattimento da leggere se le istanze fossero di decostruzione. Invece il tutto viene condotto con un’apparente canonicità. In soldoni, non è fatto male per fornire un livello di lettura ulteriore, è fatto male e basta.

La scrittura diventa consapevole quando si tratta di affrontare Batman. Cronologicamente, la storia si situa all’inizio della carriera dell’eroe, riprendendo i personaggi di Anno uno; Bruce dovrebbe essere alle prime armi, sbagliare, essere incerto sul da farsi. Invece non commette errori, è sicuro di sé e non si stacca di un’incollatura dal Batman moderno. Perché a Loeb Batman non interessa. Tutto il lavoro psicologico era già stato fatto negli speciali di Halloween, in cui Bruce è un personaggio umano, imperfetto, che impara a essere Batman senza perdersi nell’identità fittizia e a elaborare il dolore provocato dalla memoria dei genitori. A Loeb ora interessa l’affresco della malavita e la tragedia moderna di Harvey Dent.

Portando in scena Due Facce, Loeb non può sottrarsi alla dicotomia insita nel personaggio e ne sparpaglia le tracce su tutta la vicenda: emerge un dialogo tra il microcosmo delle storie autoconclusive disseminate negli albi e il macro della trama portante; la tragedia è tanto pubblica – Gotham ha perso uno dei suoi eroi – quanto privata, perché distrugge una famiglia; e c’è il conflitto tra i diversi ideali di giustizia di Batman e Harvey. Il primo, incorruttibile e inamovibile, il secondo propenso a travalicare i limiti per un bene superiore e a spingersi nella zona grigia della legge.

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Il lungo Halloween fluttua per tutta la sua durata nello stesso territorio di dubbio e incertezza. A interrompere il flusso sono l’inizio e la fine della storia, in cui viene sottolineato il concetto di verità e speranza. «Io credo in Gotham», afferma Bruce Wayne. I believe. Present simple, un tempo che denota una situazione abituale, una verità generale e permanente. Bruce crede nella sua città, spera che essa possa guarire dalle ferite della malavita. Lo crede adesso e lo crederà sempre, così come crede di poter tener fede alla parola data, proteggere Gotham. È una promessa che non può mantenere perché l’uomo che abita Batman è destinato a invecchiare e perire. Si crea un distacco tra la volontà immortale e la rappresentazione, limitata nel tempo (termini mutuati da Schopenhauer, che non a caso è spesso citato nei contesti di interpretazione filosofica di Batman).

Il credo laico echeggia nel finale, allacciandosi agli stessi motivi di speranza e promessa, spiegando anche il motivo per cui Gilda confessa colpe che non ha. La donna era da mesi delusa dalla piega che aveva preso la sua vita, le cose non stavano andando come voleva e il sogno di avere un figlio, reiterato in più punti della storia, stava svanendo. Fa di tutto per tenere vivo quel sogno, parlandone con tutti e non volendo accettare il corso degli eventi, compresa la trasformazione del marito. Arrivata alla fine, ha ormai perso il contatto con la realtà. Si è creata una fantasia in cui il sogno di una famiglia felice può realizzarsi, in cui può condividere le colpe di Harvey, rinchiuso ad Arkham, e dare senso al proprio desiderio. Sono gli ultimi momenti del fumetto, in cui ogni personaggio racconta le proprie speranze, che sanno, nel profondo, essere disilluse: Gordon dice alla moglie di credere in Gotham, e Batman monologa sulla promessa fatta ai propri genitori – impossibile da mantenere – di eliminare il male dalla città (anzi, ne è probabilmente la causa, come gli fa notare il commissario nel terzo capitolo). Ormai delirante, Gilda scende in cantina, un posto buio e nascosto, e recita la sua confessione non tanto per noi lettori, ma per sé stessa, nel tentativo vano di convincersi di una realtà inesistente. Crede in un uomo che non è più. La delusione è cocente in proporzione all’apparente grandezza di Harvey, paragonato in precedenza al dio Apollo. Un dio che avrebbe dovuto portare la luce e che invece si trova al crepuscolo.

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