Charles Burns: “L’underground è un ragazzino che non ha mai sentito parlare di me”

Lo scorso giovedì 19 Marzo a Roma, presso la Libreria-caffè Giufà di Via degli Aurunci, gli appassionati di fumetto hanno avuto la grande occasione di incontrare Charles Burns, autore di culto dell’underground americano e tra i più influenti degli ultimi trent’anni. L’incontro è stato presentato dallo scrittore e traduttore Francesco Pacifico (tra l’altro redattore di Nuovi Argomenti e del blog della casa editrice Minimum Fax, minimaetmoralia.it), che ha moderato e tradotto gli interventi di Alessio Trabacchini (stimato critico ed editor di Castelvecchi) e di un emozionato Ratigher, forse il più degno erede nostrano del maestro statunitense.

La folla di ammiratori, accorsi non solo per la doppia intervista ma anche per la successiva sessione dediche, è traboccata dall’ambiente raccolto della libreria, ormai uno dei punti di riferimento della cultura underground romana, per incolonnarsi lungo la via del quartiere di S.Lorenzo. Può rendere bene la portata dell’evento il fatto che autori affermati e noti addetti ai lavori abbiano fatto disciplinatamente la fila, sporgendosi per cogliere un sorriso o una battuta dell’autore americano.

Burns ha risposto seraficamente alle domande, con calma sovrana, ma sempre pronto alla battuta, creando quell’effetto insieme comico e inquietante che è elemento peculiare delle sue storie.

Ecco un breve riassunto della conversazione.

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Alessio Trabacchini ha esordito sottolineando l’importanza di Burns come autore della complessità, soprattutto la capacità di raccontare il sesso, la bellezza e il desiderio, nell’adolescenza e non solo. In questo senso, ha sfatato anche il luogo comune riguardo alle rappresentazione estreme o perverse nelle sue opere, portando all’attenzione come Burns sia in grado anche di raccontare gli aspetti più positivi dell’esperienza sentimentale nell’adolescenza, affermando addirittura che in Black Hole ci sia una delle rappresentazioni più sane del sesso che si possano trovare nei fumetti, senza scivolare nella pornografia o nel grottesco.

Burns ha risposto: «Quando ho sentito di aver raggiunto un momento nella mia vita in cui mi sentivo a mio agio con questi temi, ho deciso di raccontarli nel modo più aperto e personale possibile. Per me la sessualità è nella vita di ognuno di noi, non volevo certo darne una rappresentazione gratuita o pornografica, volevo che fosse un momento naturale nello svolgimento della storia. Certo, ci sono delle scene forti, ma l’intera storia non è gratuita. la mia intenzione non era quella di provocare. La mia idea è che su una storia di 300 pagine si possano dedicarne 10 a una rappresentazione esplicita di un momento naturale dell’esistenza. Quando ho cominciato a scrivere, non ero sicuro se il mondo avesse bisogno della mia visione a riguardo, ma ho deciso di essere completamente onesto e aperto nell’affrontare questi temi. All’inizio, non ero completamente consapevole. mi frenavo molto, evitavo rappresentazioni estreme, ma poi ho sentito di avere il bisogno di raccontare scene più forti». Ha poi aggiunto una sua battuta classica, che ha comunque destato l’ilarità di tutti i presenti: «Ma onestamente non ho mai incontrato una ragazza con la coda!».

Ratigher ha preso la parola, dicendo che in realtà la sua domanda era la stessa… ma Trabacchini gliel’aveva bruciata! Seriamente, ha poi elogiato Burns come l’autore che di più è stato in grado di raccontare l’occulto, il bizzarro, il custode del mistero e dell’incubo, del mondo onirico più oscuro, accostando il suo ruolo nel fumetto a quello che David Lynch ha nel cinema. Ratigher confessa di aver immaginato Burns iniziare la sua carriera perché attratto, come molti di noi, dalle storiacce inquietanti e malsane, ma visto il livello che ha raggiunto, ha posto la seguente domanda, attingendo a una metafora tratta dai giochi di ruolo: Burns è consapevole di essere passato da semplice occultista a stregone, si è reso conto (se e quando) di avere il potere di spaventare le persone, di creare libri che scatenano forze oscure, e di poterle controllare?

Burns ha risposto: «No, non è stata mia intenzione spaventare le persone. Ma sono sempre stato attratto dal lato oscuro, nascosto dell’America. C’era l’aspetto di superficie in cui tutto andava bene, ma sotto c’era un mondo più oscuro. Fondamentalmente, sono sempre stato interessato alla realtà alla realtà in cui sono cresciuto. Un realtà che non aveva niente a che vedere con la visione normale dello status quo, e le sue false sicurezze».

Trabacchini ha poi posto una domanda tecnica, sulla famosa linea di Burns. Posto che la prima scelta stilistica di un disegnatore ogni volta che vuole raccontare una storia è decidere quale segno utilizzare, tutti conosciamo il segno dell’autore americano come molto netto, fondato sul contrasto molto forte di bianco e nero, già definito nei primi anni e sempre più enfatizzato negli anni. Negli anni, secondo il critico, diviene sempre più esplicito il riferimento alla linea chiara di Hergé. Per ciò che riguarda il mondo onirico delle ultime opere di Burns, Trabacchini lo definisce un mash up tra la Tangeri di William Burroughs e Il Cairo di Tintin ne Il Granchio d’Oro. Mostrando un albo di schizzi preparatori per Black Hole (autoprodotto da Burns stesso), il critico spiega come l’autore arrivi alla linea chiara attraverso un groviglio iniziale di segni, di incroci di linee, apparentemente molto istintivo, che poi diviene così controllato ed omogeneo per tutti i dieci anni in cui ha realizzato Black Hole. Inoltre, sottolinea come anche le tavole preparatorie di Hergé fossero così cariche di tensioni e incroci prima di raggiungere la compostezza della linea chiara.

Burns ha risposto: «All’inizio sono stato molto influenzato dallo stile americano degli anni ’50 e ’60, ad esempio dalle riviste in cui pubblicava Harvey Kurtzman, come Mad Magazine, dal segno forte e scuro. D’altro canto, sono sempre stato attratto da Hergé, dai suoi meravigliosi colori, dalla sua limpidezza delle sue linee chiare, cosa non comune per un ragazzo americano della mia generazione. Quella tavola è tratta da un libro di miei disegni preliminari, alcuni sono più chiari, altri più oscuri e aggrovigliati. Ho sempre cercato un segno in un certo senso “gestuale”, che cogliesse il gesto. Piano, piano, il disegno si affina nelle ulteriori fasi del lavoro».

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Anche Ratigher a questo punto ha posto una domanda tecnica. Definendosi davanti al maestro «un fumettista in erba», ha dichiarato che ciò che ha cambiato il suo approccio al fumetto è stato notare come il segno di Burns, molto tecnico, sia in realtà, in ogni vignetta, profondamente narrativo. Anche in una semplice illustrazione in cui rappresenta solo il volto di una persona, ha la capacità di farti immaginare la vita di quella persona. Non è mai un disegno fermo, e non dà mai sfoggio delle sue qualità tecniche, non c’è mai compiacimento. Ratigher dice di non immaginarsi Burns seduto in metropolitana che fa un disegno dal vero della persona davanti a lui, piuttosto lo immagina incamerare il volto della persona e poi rielaborarlo la sera a casa. La domanda è: l’autore americano si rispecchia in questa considerazione?

Burns ha risposto: «Per me i fumetti si fondano sulla narrazione, sul raccontare una storia. So che le persone amano il mio disegno, apprezzandone quella linea o quello sfondo, ma per me sono considerazioni secondarie: ciò che importa è la storia. Se mi viene in mente una bella immagine, ma non c’entra con la storia, non la disegno. Questo mi porta a raffinare ancora e ancora il segno, per meglio raccontare la storia».

Ratigher ha chiesto se sia nato con questo approccio o se ci abbia dovuto lavorare molto, considerando che per lui solo Crumb ha raggiunto lo stesso controllo del disegno, sempre eccelso ma sempre devoto alla storia.

Burns ha risposto: «Beh, io sono nato con…niente! Ho iniziato come un autore molto “visuale”, ma poi ho dovuto insegnare a me stesso come fare fumetti sia essenzialmente raccontare storie. Quest’anno compierò 60 anni…e ancora non l’ho capito! Il punto per me in ogni forma d’arte, nel fumetto come nel cinema o la letteratura, è che la tecnica diventi invisibile. In generale, è per me impossibile quantificare da chi e quando sia stato influenzato, poiché difatto sono stato influenzato da…tutto. Ma io cerco di raccontare la mia storia, non quella di Hemingway, di Nabokov o di… Murakami (NdR citato forse ironicamente)».

Ratigher è curioso di sapere se Burns si sieda mai a fare disegno per il piacere di farlo, ad esempio se vede un fiore che gli piace e si siede mai a disegnarlo, Burns risponde: «Mi piacerebbe dire di si, ma…no. Purtroppo, per me è un processo lentissimo. Il mio amico Chris Ware ha quaderni pieni di note, appunti, disegni, per lui disegnare è naturale. Ma per me non c’è nulla di naturale nel mio processo di lavoro».

In conclusione, Valerio Bindi (direttore artistico del festival Crack! Fumetti Dirompenti) chiede una riflessione a Burns sula cultura “underground” (che si è spostato negli anni dall’America all’Europa), di cui l’americano è un punto di riferimento dichiarato. La risposta di Burns è destinata a rimanere nella memoria dei presenti: «Per me l’underground era scoprire, da ragazzino a 13-14 anni, Robert Crumb. Una volta i fumetti così definiti dovevano per forza essere trasgressivi, parlare di sesso, di di droga, oppure occuparsi di politica. Ora non è più così, ognuno può scrivere ciò che vuole senza doversi per forza definire in un genere. Non so nemmeno che voglia dire esattamente la parola “underground”. o se sia mai esistito un mondo “underground”. Da ragazzino, bastava salire su un autobus e leggere Zap. Mi piace l’idea di un ragazzino che disegni le sue storie senza minimamente sapere chi sia il sottoscritto, o Robert Crumb, cercando nuovi percorsi. Non c’è bisogno di studiare i cosiddetti “classici”. Quando ero giovane, Art Spiegelman ci diceva “Will Eisner è un grande, ma noi dobbiamo superarlo, andare oltre”. Tutto evolve, tutto va avanti. L’underground è un ragazzo di 17-18 anni che…non ha mai sentito parlare di me!».

Su queste parole è scattato un grande applauso e si è passati all’attesissima sessione dediche, coda inevitabile di un incontro straordinario.