Focus Opinioni Dei 50 anni di Linus

Dei 50 anni di Linus

Ho partecipato l’altro giorno, a Milano, a un incontro per celebrare 50 anni di Linus, il cui numero 1 uscì il 1 aprile del 1965. Poiché Umberto Eco e Bruno Cavallone hanno raccontato la loro esperienza di co-responsabili della rivista creata dall’amico Giovanni Gandini, io ho scelto di portare piuttosto la mia testimonianza di lettore.

Quando il primo numero di Linus apparve in edicola io avevo 8 anni; troppo pochi per esserne un lettore della prima ora. Però avevo un maestro elementare, Antonio Faeti, che già pochi mesi dopo ce ne parlava con entusiasmo, e ci spingeva a leggerla. La rivista costava troppo per le problematiche finanze della mia famiglia, e riuscii solo, qualche anno dopo, ad acquisire fortunosamente un paio di supplementi. Ricordo ancora con emozione un paio di storie lette su quelle pagine: un episodio del Jeff Hawke di Sidney Jordan, intitolato “Il biscazziere”, e una “Favola slobboviana” dal Li’l Abner di Al Capp. Potrei ancora raccontarle a memoria (ma non varrebbe come prova: le ho rilette, in seguito, un sacco di volte!).

Linus n.1, aprile 1965
Linus n.1, aprile 1965

Un po’ più grandicello comperavo Eureka!, la rivista di Secchi/Bunker, che non era priva di qualità, pur essendo – vista da oggi – evidentemente un’imitazione. Linus si era fatta la fama di una rivista più intellettuale e un po’ spocchiosa, e forse c’era anche un po’ di timore adolescenziale nell’avvicinarsi all’originale di quel mito di cui, su Eureka!, gli echi arrivavano sufficientemente attutiti. Qualche anno dopo ancora ero invece già un frequentatore compulsivo di bancarelle, con la mia brava mancolista, per rifarmi della collezione mancante, progressivamente ricostruita, numero per numero, dalle origini al presente.

La mia storia di lettore di Linus non è solo un fatto personale. Quello che Linus ha rappresentato per me – il mito di una forma d’arte favolosa, misconosciuta e da (ri)scoprire – credo che lo abbia rappresentato per tanti. Tra questi tanti, qualcuno sarebbe diventato un autore, molti altri soltanto lettori. Per tutti costoro, c’era un lavoro, iniziato nei primi anni Sessanta dal Corriere dei Piccoli, che Linus portava gloriosamente avanti.

Quello che voglio dire è che senza Linus non avremmo avuto né un Andrea Pazienza né i suoi lettori della medesima generazione, cioè la mia, e non solo perché è su AlterLinus che Paz inizia a pubblicare le sue Straordinarie avventure di Pentothal, ma anche perché pure lui, come me e come tanti, si era formato sul mito raccontato da Giovanni Gandini.

Certo, una buona parte l’aveva fatta anche l’intelligente conduzione di Oreste del Buono, dal 1972 in poi, che aveva sposato il movimentismo di sinistra di quegli anni, cavalcando la tigre, così che la mia generazione si ritrovava, a vent’anni, a pensare al fumetto come qualcosa di potenzialmente proprio. Volevamo fare la rivoluzione; ma siccome eravamo sufficientemente consapevoli che una rivoluzione politica non saremmo davvero riusciti a farla, ci consolavamo con l’impegno per una rivoluzione culturale, e all’interno di quella il fumetto occupava una zona centrale. La occupava perché era un medium ancora libero, dove era possibile creare senza bisogno di compromettersi avendo bisogno di finanziamenti (cui corrispondevano troppo facilmente delle richieste o imposizioni), che si poteva pubblicare con relativa facilità (c’erano Linus e Alter per questo, no? e anche stampare in proprio non costava poi una cifra), e soprattutto un medium che Linus era riuscito ad ammantare di un fascino sì intellettuale ma decisamente alternativo, e in parte proprio per la sua storica marginalità.

Pazienza raccontava, in Pentothal, la Bologna del ’77; e ancora meglio la esprimeva, lui e i suoi compagni di avventura, in maniera molto più diretta, sulla rivista Cannibale, in edicola (irregolarmente) dal 1978 – della quale ricordo un’entusiasta recensione proprio su Linus, firmata da OdB. E poi, potremmo pensare a una rivista come Frigidaire, che dall’autunno 1980 mescolava disinvoltamente fumetti e attualità politica, al di fuori del discorso iniziato da Gandini 15 anni prima?

Raramente, io credo, un’operazione intellettuale ha dato tanti frutti. Persino lo spazio su cui leggete queste righe è debitore alla lontana di quell’inizio di tutto.

Ancora due piccole cose, che non ho detto là, ma che vale la pena di aggiungere qui.

La prima riguarda la grafica di Salvatore Gregorietti, talmente caratteristica da essere imitata più volte, e non solo (ma basterebbe) dalla francese Charlie (mensuel), dal 1969. Una grafica solo apparentemente fredda, svizzera, con quell’Helvetica dominante. In realtà piena di echi.

La seconda è il libro di Paolo Interdonato, Linus. Storia di una rivoluzione nata per gioco (Rizzoli Lizard), a cui Eco ha scritto l’Introduzione, e sarà in libreria tra un paio di settimane. E’ stata l’occasione per averne in anticipo una copia, che mi sono nel frattempo letta con gusto, imparando tanti dettagli che non conoscevo delle origini di Linus, dei suoi primi anni, ma anche del contesto intellettuale e umano che c’era attorno. Un libro da possedere, almeno per capire un po’ meglio l’importanza di un evento a cui qui io non ho potuto che accennare.

una pagina dal n.1 di Linus
una pagina dal n.1 di Linus

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