Piena di Niente: storie disegnate di interruzioni volontarie di Gravidanza [Intervista]

Il 9 marzo il Parlamento Europeo ha votato la mozione Tarabella, un documento in cui si sancisce il diritto delle donne «al controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi […] attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all’aborto» e che invita «Stati membri e la Commissione a porre in atto misure e azioni per sensibilizzare gli uomini sulle loro responsabilità in materia sessuale e riproduttiva».

La mozione è passata ma con una deroga importante.

Ogni Stato membro deciderà autonomamente come e quando muoversi a favore dell’educazione e dell’informazione a riguardo delle pratiche legate alla riproduzione e alla contraccezione.

Questa deroga renderà di fatto impossibile interventi immediati in stati come l’Italia dove aumentano in continuazione episodi di “resistenza passiva” all’applicazione della legge, come dimostra la predominanza dei medici obiettori di coscienza negli ospedali.

Proprio lo stesso giorno, casualmente, abbiamo raggiunto le due autrici di Piena di Niente: Alessia di Giovanni, scrittrice e giornalista, ai testi, e Darkam (Eugenia Monti) ai disegni. Il fumetto, edito quest’anno da Becco Giallo, racconta quattro storie vere, quattro testimonianze di Interruzioni Volontarie di Gravidanza sul suolo italiano.

Alessia Di Giovanni non è nuova a questo tipo di tematiche: si è già occupata del tema della violenza sulle donne, dell’omertà e della disinformazione con il fumetto Io so’ Carmela edito sempre da BeccoGiallo nel 2013.

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Come è nata la scelta di questo lavoro e la decisione di raccontare delle storie realmente accadute?

Alessia: Considero che il muro degli obiettori e della burocrazia che le donne – e, con loro, i loro ragazzi, parenti, mariti… – devono subire sia una forma di violenza. La più brutale, perché è collettiva. E questa violenza incide la carne. La stessa violenza di chi ti dice che devi essere madre per forza. Una delle conseguenze della disastrosa situazione italiana è l’aumento degli aborti clandestini con il Cytotec. Anche per questo ho deciso di raccontare queste storie. Così nessuno potrà metterle a tacere.

Come hai selezionato le quattro storie da raccontare? Hai parlato direttamente con le ragazze, dove possibile? O con persone che conoscevano la loro storia?

A: Dietro ciascun personaggio c’è sempre molta, moltissima ricerca, documentazione, confessioni e chiacchiere, con le persone reali o con chi le ha conosciute. C’è sempre uno scambio. Che è soprattutto viscerale. Perché quando avviene quello scambio loro ti aprono la loro anima e tu devi essere pronta ad accoglierla, a dare qualcosa in cambio di tuo, qualcosa di profondo. I fatti li possono raccontare tutti, l’inesprimibile no.

Sperate di portare il vostro libro in tour e di farlo girare anche ad eventi di natura sociale o divulgativa?

A: Riguardo al portare in giro il fumetto, lo faccio sempre volentieri: discutere di questi temi è il primo passo per cambiare mentalità, perché l’aborto diventi un fatto normale.

Il discorso è solo uno: vogliamo farla rispettare la legge o no? Vogliamo fare della seria educazione sessuale nelle scuole? Vogliamo fare come in Inghilterra dove la corte Suprema ha stabilito che invocare l’obiezione di coscienza non consente a nessuno di sottrarsi ad “alcuni” doveri professionali? Se una infermiera, anestesista, medico, farmacista ecc… non vuole prescrivere o praticare IVG o vendere le pillole abortive, scelga un altro mestiere.

I racconti evidenziano la solitudine delle protagoniste: un problema di mentalità quindi, non solo di politiche sociali?

A: La solitudine ha un doppio valore nel graphic. C’è una solitudine negativa, che è quella subita, quella a cui le politiche sociali, la cultura “da caverna” ci costringe, la stessa che spinge molte donne a “dover” avere per forza qualcuno. Poi c’è una solitudine positiva, quella di chi esige il diritto di scegliere di fare come vuole. Tutto si riconduce all’io, è un invito a cambiare prospettiva, il nostro, come dire “entra in me, indossa il mio corpo. Niente sarà più come supponi sia”.

Eugenia, nel titolo si parla di pieni e vuoti. Ti ha un po’ suggestionato questa cosa, l’aborto come vuoto e le gravidanza come pieno, mentre disegnavi e componevi le tavole?

Eugenia: I vuoti nel disegno sono tanto importanti quanto i pieni, in questo libro in particolare ho cercato di evidenziare il contrasto tra pieni e vuoti .

Le storie di questi personaggi hanno prevalentemente tinte forti e pochi mezzi toni, ma anche una grande quantità di sfumature, legate al complesso substrato emotivo delle loro esperienze.

Quello dell’aborto è un tema estremamente delicato, si ha spesso l’impressione di dover bisbigliare, mentre invece penso che sarebbe giusto il contrario. Bisogna parlarne, bisogna vedere cosa succede, bisogna chiedere e osservare.

Non penso necessariamente alla gravidanza come pieno e all’aborto come vuoto, e nel disegno di questo libro i vuoti sono anche le mancanze, le solitudini, il sostegno negato e i pieni spesso occhi che giudicano, stanze affollate.

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Usi moltissime inquadrature strette e dettagli. Non sempre, ovviamente, ma mi sembra ti interessino più le persone che gli ambienti. È voluta questa attenzioni ai corpi, ai personaggi?

E: Penso che i corpi abbiano un potenziale narrativo enorme. Così come gli ambienti che i personaggi abitano. Penso che spesso possano raccontare o suggerire di più al lettore di una descrizione, di un dialogo, dando una terza dimensione al personaggio.

In alcuni momenti i dettagli hanno anche la funzione di trascinare il lettore molto vicino a ciò che sta succedendo. L’aborto in Italia è tabù, sembra di dover spiare dal buco di una serratura, mentre con queste storie volevamo proprio il contrario; mostrare apertamente, costringere il lettore ad avvicinarsi e a guardare direttamente. Per quanto riguarda il colore, il tuo uso è narrativo molto più che descrittivo.

Spesso usi quasi solo bianchi e neri, colori essenziali, bicromie. Ci puoi parlare di questa scelta?

E: Nel fumetto non mi interessa usare il colore in maniera descrittiva, ma piuttosto in maniera strumentale all’atmosfera e alla narrazione, giocando con i cambi di registro tra bianchi e neri e macchie di colore che si sovrappongono e altre che invece seguono i volumi. Mi interessa che il colore definisca l’atmosfera, vibri e diventi caotico se c’è tensione in una scena per esempio, o più armonico e morbido in scene più descrittive.

Mi ha colpito la visualizzazione della donna che abortisce come una bambola sezionata o un modello anatomico. Come sei arrivata a questa immagine?

E: La linea di confine tra interno ed esterno nei corpi, nelle persone, è sempre stata per me motivo di forte curiosità, di studio. Così come il potenziale narrativo del corpo, soprattutto della pelle, che cambia come un involucro che si adatta ai cambiamenti sui livelli più profondi, attraverso cicatrici, segni, smagliature, cedimenti.

Leggendo i testi di Alessia, conoscendo quei personaggi per la prima volta, mi aveva colpito una cosa che sembrava accomunarle tutte; le quattro protagoniste di questo libro, seppur in maniera molto diversa tra loro, sembrano abitare il proprio corpo come inquiline, come se non gli appartenesse completamente. Senza sacralità, senza rispetto, senza contatto.

Per questo le ho rappresentate spesso come modellini anatomici; sezionabili, scomponibili e tremendamente infallibili nel loro funzionamento fisiologico. Costrette a “scoperchiarsi” senza che ciò che mostrano, ciò che chiedono venga rispettato, a guardare e a mostrare letteralmente le proprie interiora.

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Una domanda per entrambe: l’immagine della donna che abortisce come Cristo in croce, quindi martirizzata, e strumentalizzata. Bella, molto forte. Decisa in scrittura, in fase di disegno, in collaborazione?

E: La crocifissione è legata al personaggio di Giulia, che ha vissuto la sua vita secondo i dettami del cattolicesimo e si ritrova a volere e a dovere scegliere la propria individualità. Il personaggio di Giulia però è costretto a un forzato “scambio di ruoli” con le pazienti IVG che prima giudicava.

La crocifissione figurata era già presente nel testo, in fase di elaborazione grafica si sono aggiunte poi le citazioni legate all’arte religiosa rinascimentale, tra cui appunto la crocifissione del Masaccio, per marcare quanto nel nostro immaginario siano fortemente presenti queste immagini di sacrificio e martirio.

A: L’ingerenza della chiesa nella nostra vita pubblica e privata è uno dei fil rouge del libro perciò sì, era già in sceneggiatura e Darkam l’ha resa molto industrial con questo uso delle antenne e dei fili, rimandando anche al concetto dell’informazione deviata.

Il vostro lavoro è stato di collaborazione o avete lavorato separatamente, Alessia ai testi ed Eugenia ai disegni? Come vi siete conosciute?

A: Io e Darkam ci siamo conosciute su questo progetto. È stato un lavoro a due, altrimenti per me non si chiamerebbe fumetto. Devo entrare in connessione con la persona con cui lavoro. La sceneggiatura non finisce quando invio le pagine alla disegnatrice. Piuttosto lì comincia. Con Darkam abbiamo creato un nostro codice comune, un alfabeto, un mondo e poi è stato naturale farci galleggiare le nostre ossessioni.

E: Il lavoro con Alessia è stato un po’ entrambe le cose. All’inizio io ricevevo i testi e la sceneggiatura e mi occupavo di interpretarli e dargli forma graficamente, poi è come se avessimo avuto bisogno di meno parole, di meno spiegazioni, e mi bastavano i testi e qualche indicazione sulla scena. Mi è piaciuto molto che il metodo di lavoro si evolvesse e cambiasse continuamente, senza bisogno di parlarne, in maniera molto istintiva. E’ una cosa potente se pensi che lavoravamo a distanza.

Poco prima della chiusura del libro Alessia è venuta da me a Berlino e in una full immersion di 3 giorni abbiamo rivisto tutto assieme, testi, disegni, struttura e il libro ha preso forma.