Recensioni Novità Private Eye, il futuro secondo Brian K. Vaughan

Private Eye, il futuro secondo Brian K. Vaughan [Recensione]

Private Eye: investigatore privato, occhio privato, “io” privato. Brian K. Vaughan prende le nostre piccole (e grandi) idiosincrasie digitali e le mette in scena, fondendo sci-fi e noir in una masquerade dai toni pastello. Se vi ricordate, qualche tempo fa abbiamo elencato i lavori meno noti dello sceneggiatore americano del momento. Fra questi, chi mastica un po’ di inglese deve assolutamente tenere in considerazione il webcomic nato dalla collaborazione con il cartoonist spagnolo Marcos Martin, giunto al nono e penultimo albo.

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Una trentina di pagine a volume, tavole già ideate per la lettura in formato panoramico su tablet e PC (in rigoroso 16/9), file senza DRM, e prezzo a offerta libera (sì, anche 0 €/$, quindi). Questi gli ingredienti per un prodotto che, oltre a confermare le doti dei due autori coinvolti, mostra un modo di percorrere la tortuosa strada del fumetto digitale – e che è possibile trovare sul portale Panelsyndacate. E la strada è proprio l’ambiente in cui si muove il nostro Private Eye, il protagonista della storia.

Basando le vicende nella vasta area urbana postmoderna losangelina,Vaughan e Martin reinventano il topos del postapocalittico nell’era del tardo capitalismo. Un’epoca in cui alla produzione di beni materiali, delocalizzata nei paesi in via di sviluppo, si è sostituito lo scambio e la circolazione di informazioni. Dati che, nemmeno a dirlo, viaggiano attraverso la rete. E se alla materialità del presente il futuro sostituisce l’immaterialità del simulacro, la proliferazione indiscriminata di tali informazioni è il sostituto della bomba che cambia le sorti del genere umano. La bomba che angoscia i personaggi di Watchmen, che sconvolge l’America (e Gotham City) nel Ritorno del Cavaliere Oscuro, che annienta la Tokio di Akira. In Private Eye, è l’esplosione del cloud a segnare l’inizio di una nuova fase della storia umana. Un’era senza più Internet, in cui l’epidemia di dati sensibili ha portato alla ridefinizione della linea tra pubblico e privato. E in cui al posto del Controllo della Privacy di Facebook abbiamo maschere e travestimenti.

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Se l’informazione è tutto, chi controlla l’informazione ha in pugno la città. Il ruolo tradizionalmente ricoperto delle forze dell’ordine è quindi affidato a un corpo di giornalisti (i quali, armati, sguazzano nel doppio significato del termine shooting: fotografare e sparare)), e al posto dei detective privati abbiamo paparazzi. Cani sciolti, che fanno il loro con metodi spesso al di fuori della legge. E tra questi il nostro intrepido “Private Eye” (sì, è anche il nome del protagonista), che si trova coinvolto nel proverbiale caso più grande di lui.

Vaughan conosce i suoi modelli, li espone con cura e li reinterpreta. I romanzi di Dashiel Hammet e Raymond Chandler, Philip K. Dick (in particolare ci viene in mente quello ironico e disilluso di Un oscuro scrutare), Transmetropolitan di Warren Ellis, e forse anche il giapponese Dorohedoro. Tra Il mistero del falco e Blade Runner, entrambi citati dai poster cinematografici, trova spazio però un detective che si discosta sensibilmente dai canoni hard-boiled. Non più un maschio bianco, cazzuto ed eterosessuale, quindi, ma quello che la critica contemporanea chiama – ridendo sotto i metaforici baffi – un “soft-boiled dick”. E anche la femme fatale, punto fermo del canone noir, muore per poi risorgere in un personaggio sfaccettato e volitivo.

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Come sarebbe da aspettarsi, la revisione del canone estetico noir passa anche dal comparto grafico. Via, quindi, il chiaroscuro alla Sin City e largo agli accesi colori pastello. Il buon Martin, già vincitore dell’Eisner Award, riprende la lezione di un Saga qualsiasi e la interpreta sfruttando da una parte il formato widescreen e dall’altra le proprietà della fruizione digitale. Il risultato? Un pastiche sfacciatamente fluo, una grammatica visiva che sincretizza cliché hard-boiled e retrofuturismo.

Private Eye non farà la storia del fumetto. Né, probabilmente, verrà ricordato come uno dei migliori lavori dello sceneggiatore statunitense. Ed è un peccato, perché questo giocoso ottovolante queer ci regala non solo un solido arco narrativo, ma anche una modalità di distribuzione davvero vantaggiosa per tutti. Un lavoro che, forse, data anche la breve durata (10 numeri previsti fin dall’inizio) mantiene salda la tensione fino al climax finale e non mostra le incertezze e i rallentamenti cui Vaughan ci ha abituato. E lui, scherzando sull’eterno dualismo tra soggiogamento e liberazione tecnologica, ci vende su Internet un fumetto che parla della fine di Internet. E in cui il protagonista dichiara orgoglioso: «La Rete ha già quasi distrutto questo paese una volta.»

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