Focus Diavoli turbolenti: appunti sulle origini di Devil

Diavoli turbolenti: appunti sulle origini di Devil

Grazie alla gestione di Mark Waid (qui i consigli su come recuperarla) e alla serie di Netflix, Devil gode di una nuova popolarità. Le avverse fortune dell’eroe cieco sono paragonabili alle vicende editoriali della testata, sballottata negli anni tra team creativi eccelsi o inconsistenti. Ma ancora più travagliate sono le origini del personaggio.

La nascita e i continui cambi

Stan Lee creò Devil nel 1964, dopo aver richiamato in Marvel Bill Everett, padre di Sub-Mariner e all’epoca al lavoro come art director nel Massachussets. Lee impose al disegnatore il metodo Marvel: dopo aver discusso del concept di base, Stan se ne partiva verso uno dei suoi mille incarichi lasciando al disegnatore il compito di strutturare una storia di ventidue pagine a cui poi avrebbe aggiunto i dialoghi in un pomeriggio o due.

Jack Kirby aiutò Everett nel design del personaggio (Mark Evanier ha asserito, senza pretese di certezza, che Kirby dovrebbe aver disegnato l’arsenale di Devil e avrebbe collaborato a stretto contatto nella visualizzazione del costume), ma ciononostante l’artista non riuscì a concludere il lavoro nei tempi stabiliti e toccò a Sol Brodsky e Steve Ditko ultimare le tavole. Joe Orlando, veterano del fumetto di fantascienza e horror alla EC, venne chiamato a sostituire Everett dal secondo numero, ma scoprì subito che il metodo Marvel non gli si confaceva: «Stan interveniva dicendo cose del tipo “questa vignetta va cambiata” o “l’intera pagina va cambiata” e così via. Non sviluppavo la narrazione come avrebbe voluto lui, e così mi ritrovavo a dover disegnare due volte almeno metà di ogni storia. Non mi pagavano abbastanza, e allora me ne andai.»

Leggi anche: 10 storie (più una) per conoscere meglio Devil

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Wally Wood ereditò la testata dal quinto numero. Racconta Sean Howe nel libro Marvel comics. Una storia di eroi e supereroi: «Come Kirby, anche Wood era un grande lavoratore. Ma ciò che lo stava logorando non era tanto la mole di lavoro: soffriva di emicrania cronica, era in costante lotta contro la depressione, beveva molto e trascorreva intere notti a lavorare nel proprio studio andando avanti a caffeina e sigarette.»

Fu Wood a introdurre il celebre costume rosso, nel settimo numero; restò per altri quattro numeri, poi, instabile e irritato dai metodi di Lee, approdò alla Tower Comics, lasciando vacante il posto da disegnatore. Lo rimpiazzò John Romita (su layout di Kirby), reduce da un decennio di storie rosa per DC Comics.

La consacrazione del personaggio, e la sua uscita dall’ombra dell’Uomo Ragno, avvenne con Gene Colan, il cui «malinconico tratto chiaroscurale diede a Devil uno spessore che non aveva mai avuto né con Wood né con Romita. […] Il ritmo della narrazione non era esattamente il pezzo forte del repertorio di Colan – aveva la rischiosa abitudine di disegnare scene a tutta pagina mozzafiato, per poi rendersi conto di dover comprimere tutta la seconda parte della storia nelle tavole finali – ma per Lee il guadagno in espressività drammatica compensava abbondantemente i mal di testa logistici.» Colan restò su Daredevil fino al giugno del 1973 (e contribuì a qualche numero sparso fino al 1979 e a otto numeri nel 1997).

La migliore e la peggiore

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Secondo Stan Lee, la migliore storia che abbia mai scritto è Vieni fratello, apparsa su Daredevil #47 (in Italia, la ristampa più recente è su Supereroi: Le leggende Marvel n. 50) e disegnata da Gene Colan. Nell’albo, Matt scagiona un veterano del Vietnam cieco accusato di un crimine che non ha commesso. Se invece provate a googlare le parole ‘worst+daredevil+story’, diverse occorrenze punteranno a Shadowland, il recente arco narrativo scritto da Andy Diggle.

Perché Devil non ha una galleria di nemici memorabili?

Jim Shooter, alla domanda ‘perché i nemici di Devil sono pochi e ancora meno sono quelli memorabili?’, ha risposto così:

«Devil ha una galleria di nemici limitata, è vero, ma bisogna comprendere che in quegli anni la preoccupazione da parte degli autori di creare personaggi di cui non avrebbero avuto i diritti era alle stelle. Io ho sempre incoraggiato a utilizzare personaggi esistenti finché non avessi trovato un modo per permettere agli autori di condividere i ricavi con la compagnia. Gran parte dei dipendenti erano d’accordo con me. Bill Mantlo rappresentava un’eccezione. Era uno scrittore debole e creò di proposito nuovi personaggi per aumentare il proprio valore nell’azienda e arruffianarsi gli editor. Non gli importava quello che dicevo. Invece certi, come Chris Claremont, proprio non riuscivano a trattenersi.»

Mark Waid ha affrontato invece la questione dal punto di vista narrativo:

«I nemici di Matt sono parecchio inquietanti e nient’affatto dei pesi massimi, il che è grandioso. Per quanto sia forte, non so quanto Devil riuscirebbe a resistere contro Immortus o gli Skrull. Sono tutti nemici leggermente più forti del classico criminale di strada. […] I peggiori sono quelli senza scrupoli, quelli che non fanno riferimento ad alcuna categoria morale o livello umano. Più sono sociopatici più Devil è sotto stress per evitare la tentazione di ucciderli e basta.»

Frank Miller deve il suo successo a un pensionato in Messico

Negli anni Settanta, dopo l’avvicendamento ai testi di Lee, Roy Thomas e Gerry Conway, che sposta Devil sulla costa ovest, si assistono a brevi e ininfluenti gestioni da parte di Steve Gerber, Tony Isabella, Marv Wolfman (a quest’ultimo si deve l’introduzione di Bullseye) e Jim Shooter.

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Durante la tenuta di Roger McKenzie, responsabile della deriva horror di Devil e creatore di Ben Urich, le vendite di Daredevil colarono a picco e la testata diventò bimestrale. Arrivò anche un ‘nuovo’ disegnatore, il sessantenne Frank Robbins, creatore di Johnny Hazard e autore di molti numeri di Superboy, Batman, Detective Comics e sparute produzioni Marvel durante gli anni Settanta. Ma quando Robbins mollò tutto per andare in pensione e ritirarsi in Messico, toccò trovare un rimpiazzo. E quel rimpiazzo fu Frank Miller, che entrò subito in disaccordo con McKenzie sulla direzione da far intraprendere alla serie. L’editor Denny O’Neil, a quel punto, sbrogliò la matassa licenziando lo sceneggiatore: «Pensai che l’attenzione che si stava guadagnando fosse dovuta più ai disegni che ai testi. Quindi scelsi Frank.» Il resto è storia.

La morte e la rinascita

Dopo Frank Miller, Devil affrontò un periodo di vuoto pneumatico che venne colmato soltanto da ritorno di Miller stesso per il breve ma epocale ciclo Rinascita con David Mazzucchelli. Poi, l’unico apporto che influì sul canone del Cornetto fu quello di Ann Nocenti, di cui Tonio Troiani ha già scritto qui; D. G. Chichester progettò un importante cambio di status quo, che venne strombazzato sulla stampa di settore, spopolò nelle vendite (anche grazie alle cover variant) ma che non lasciò segno nei cuori dei lettori. Quando, nel 1998, Bob Harras appaltò le serie della neonata etichetta Marvel Knights alla Event Comics di Joe Quesada e Jimmy Palmiotti, uno dei titoli coinvolti fu proprio Daredevil.

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Scritto dal regista Kevin Smith e disegnato dallo stesso Quesada, Diavolo custode è il bignami di Devil aggiornato al gusto visivo degli anni Novanta (Sequart ha dedicato un articolo che ne analizza gli aspetti salienti, tra cui quello metanarrativo), ma è anche uno dei primi passi nella ristrutturazione della Marvel e del personaggio, che da quel momento in poi godrà delle cure talentuose di David Mack, Brian Michael Bendis, Ed Brubaker e Mark Waid. Scrive Howe:

«La linea Marvel Knights lanciata con il Daredevil di Kevin Smith, attirò l’attenzione dei media generalisti e dei dirigenti responsabili dello sviluppo di nuovi progetti cinematografici. Joe Quesada e Jimmy Palmiotti avevano entrambi lavorato nella pubblicità, e ora stavano convogliando le loro competenze in fatto di marketing in una campagna stampa globale. Attraversarono il paese, strinsero mani alle convention, firmarono autografi nei centri commerciali, e fecero persino la loro comparsa su MTV. “Joe e io andavamo in auto fino alla redazione di Wizard”, dirà Palmiotti, “e progettavamo il tipo di copertura che volevamo per i sei mesi successivi. Facevamo scambi di favori, disegnavamo copertine per le riviste, partecipavamo alle discussioni via chat, cose del genere.” Entro breve le loro facce, con gli immancabili occhiali da sole, presero a comparire anche nelle pubblicità, dando vita a un culto della personalità che non si vedeva dai tempi dei primi giorni della Marvel. […] Cominciarono anche a frequentare i registi appassionati di fumetti, come John Singleton e Robert Rodriguez, e ad andare ai loro party. “All’improvviso cambiò qualcosa. La gente cominciò a guardare i supereroi in modo diverso. Grazie a noi, non era più così assurdo pensare di trarre dei film dai fumetti.”»

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