Focus Devil e la gentrificazione di Hell’s Kitchen

Devil e la gentrificazione di Hell’s Kitchen

Tra le tanti analisi apparse sulla stampa riguardo alla serie tv Daredevil quella sulla gentrificazione, a opera di Jeet Heer, noto critico canadese ora senior editor di The New Republic, è forse la più interessante.

La gentrificazione è un concetto introdotto dalla sociologa inglese Ruth Glass nel 1964 (e derivante dal termine inglese gentry, che un tempo indicava la borghesia di campagna) per analizzare il cambiamento di un quartiere di Londra in seguito al suo ripopolamento con cittadini abbienti; la gentrificazione avviene nella periferia urbana o in quelle zone di degrado rivalorizzate attraverso restauri che attirano l’attenzione, e le tasche, di un nuovo ceto. Questo stesso fenomeno è alla base della prima stagione dello show Netflix; Wilson Fisk vuole infatti radere al suolo il quartiere di Hell’s Kitchen, estromettendo i residenti e dando lustro e splendore alla cucina del diavolo.

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Una tematica del genere ha senso se si pensa che Devil, tra tutti gli eroi, è quello più attaccato al suo tessuto urbano. Specie perché lo spazio civico in cui si muove esiste nel mondo reale, non è Metropolis o Genosha. Certo, pure il Queens di Peter Parker è a portata di cartina stradale, ma le avventure dell’Uomo Ragno non hanno mai posto l’accento sull’humus urbano in cui è cresciuto il personaggio.

Anche sulla vera Hell’s Kitchen si sono abbattute ben due ondate gentrificative, prima negli anni sessanta e poi negli anni successivi al 2001 (per rendere l’idea, una proprietà comprata a nove milioni di dollari nel giugno 2004 è stata venduta a quarantanove milioni soltanto due mesi dopo). A oggi, nuovi palazzi sono in progettazione e risale a non più di due mesi fa uno scandalo riguardante hotel e affittuari che operano illegalmente nel quartiere.

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Il conflitto a cui assistiamo in Daredevil è quella tra Wilson Fisk, magnate con ambizioni calibrate alla propria stazza, e un gruppo di personaggi della classe operaia. Il tema è dapprima introdotto attraverso riferimenti alla città, alla sua bellezza («New York ci proteggerà» dice a un certo punto Foggy) e ai suoi pericoli (Devil afferma di averne visto «tutti gli angoli più oscuri»), e in seguito ci si sposta alla presa di coscienza da parte dei personaggi:

Sono tutti consapevoli della dimensione sociale della loro lotta. Karen fa notare che i cattivi «stanno cercando di fare la voce grossa con persone come Elena in modo da poter spazzare via le loro case per fare spazio a condomini che nessuno potrà permettersi», mentre Ben Urich scrive (ma poi cancellerà) un articolo parlando così di Fisk: «Alcuni ottengono più di quanto spetti loro. Perché credono di essere diversi dagli altri, che le regole che valgono per persone come me e voi, le persone che lavorano e combattono per vivere le proprie vite, non debbano applicarsi a loro. Che possono fare tutto e vivere felici, mentre il resto di noi soffre.»

Quello che eleva lo show dal livello del melodramma socio-realista è il ritratto compassionevole di Fisk. Nativo di Hell’s Kitchen, non ha nostalgia della violenza nel quartiere; spera di portare i suoi gusti costosi in fatto di cibo, vestiti e ancora cibo nel distretto governato dal crimine. Come spiega alla sua ragazza, Vanessa Marianna: «Voglio far fiorire qualcosa di bellissimo da queste brutture, realizzare il suo potenziale. Sono solo un uomo con un sogno.»

In un’altra scena cruciale alla fine della stagione, Fisk è inquadrato per diversi minuti accanto a una libreria in cui spunta in bella vista The Power Broker, biografia dell’urbanista Robert Moses, spesso chiamato ‘Il costruttore di New York’ per la sua influenza sulla città (esempio: potenziò le autostrade, a sfavore dei mezzi pubblici, che odiava). Dal tomo, scritto da Robert Caro nel 1974, emerge un uomo di alto ingegno ma con un carattere instabile, un visionario i cui sogni non comprendevano la salvaguardia dei meno fortunati.

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Sia Moses che Fisk rappresentano la figura dell’urbanista avanguardista. Lo zelo di Moses nel connettere la città con viali e cavalcavia portò alla distruzione di molti quartieri poveri popolati da minoranza etniche. La caduta di Moses negli anni Sessanta fu guidata dall’attivista Jane Jacobs, che combatté per un’urbanistica a misura d’uomo che valorizzasse l’eterogeneità dei quartieri e rispettasse le comunità. «In Daredevil» scrive Heer, «Jane Jacobs indossa una maschera.»

Anche con qualche anacronismo (un boxer irlandese in cerca di riscatto che lavora con i gangster, negli anni Novanta, non pare poi così credibile), Daredevil si configura come un commento sui tempi presenti dalla profonda eco storica; trasformando Robert Moses in un mostro fuori dal comune, lo show ci ricorda che le battaglie contra la gentrificazione sono parte di una lotta più grande per rendere vivibile una città ai lavoratori. Negli anni Sessanta guardavamo a figure eroiche come Jane Jacobs, ora le nostre speranze risiedono in individui come Devil, la cui influenza non andrà mai oltre un fumetto o uno schermo televisivo.

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